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Deflorian preleva da “Non dico addio”, letteralmente, sogni, voci, frammenti e silenzi, in un’esecuzione asciutta e mai didascalica. Costruisce un dispositivo performativo contrassegnato da una regia essenziale e all’insegna della sottrazione e che si muove per sospensioni, ritornelli e richiami allusivi. Come per Han Kang, la vicenda storica non si riduce al banale calcolo di morti e nomi di città coinvolte nel dramma: la regia ci riporta a una storia intima e personalissima, al dolore quasi come dato genetico e biografico inscritto nei personaggi, non è mai patetica e non ricorre mai catastrofismo descrittivo. La scelta ricade tutta su un senso di densità, in una dimensione contenuta e rituale in cui ogni pausa ha una forza icastica e in cui la parola attualizza e vivifica la tragedia. Al centro della vicenda, la cruenta repressione del comunismo nell’isola coreana di Jeju nel 1948 in cui 30.000 persone, inclusi vecchi e bambini, vennero brutalmente massacrate e un numero imprecisato incarcerato. Nel presente, l’autrice Gyeong-ha scopre che l’amica In-seon, ex videomaker che è tornata a vivere sull’isola natale e con cui aveva immaginato di piantare 99 tronchi d’albero dipinti di nero in un campo perché la neve li ricoprisse, in una trasposizione surreale di un sogno, si è ferita mentre lavorava il legno ed è stata trasportata urgentemente sulla terra ferma. La scena si snoda tutta nel corso di una lunga notte nella falegnameria di In-seon, uno spazio di memoria viva, domestico e intriso di ricordi, ricavato dal deposito di mandarini della madre. A rimanere sull’isola, solo un uccellino che rischia di morire di fame: è dal gesto di salvare una vita fragile e minuta che il racconto prende le mosse, costruendo, con un senso di densità lenta, un presente fatto di dialoghi con i fantasmi del passato. L’unico vero presente è fatto da dialoghi con i fantasmi, con la ricostruzione di un passato traumatico e di orrori, che prendono corpo sul palco: è il senso di lutto insanabile e irredimibile, la spasmodica ricerca di una persona cara, la violenza che schiaccia il singolo e la speranza che è ancora in grado di salvarci dall’oblio. Deflorian, insieme alle ottime Maria Grazia Mandruzzato e Monica Piseddu, rappresenta l’amicizia tra le due donne, l’amore difficile tra madre e figlia e la forza dirompente della memoria storica:: le relazioni, veri e propri nuclei di resistenza affettiva, non sono mai piane e scontate, ma sempre venate da un senso di assenza, di colpevolezza, di ritorno e dal desiderio di ricostruzione. In-seon è fuggita da una vita e da un’infanzia opprimenti, dalla morte del padre e dalle superstizioni marterne, al ritorno a Jenju per prendersi cura dell’anziana madre in declino cognitivo, scopre una donna diversa da quella scolpita nel suo ricordo, piegata e inspiegablmente traumatizzata: determinata e attiva nella ricerca dei corpi, a partire quello del fratello, dei dispersi, resiliente e capace di accumulare testimonianze terribili e documenti del massacro. Le luci di Giulia Pastore, le scene essenziali e raffinate dell'aiuto regista Andrea Pizzalis e le riuscite e mai scontate sonorità firmate da Emanuele Pontecorvo tratteggiano un ambiente mentale e non realistico: la scena è vuota, con tronchi d’albero dipinti di nero e la gabbietta dell’uccellino in arancione sullo sfondo, immagini effimere e destinate a scomparire, un archivio di tracce d’amore e affettive, che sopravvivono alla violenza cieca senza riuscire a darle completamente voce. Una prova riuscita ed esigente, che ci costringe a fare i conti con la forza e l’attualità della storia, non una vicenda chiusa e ormai passata, ma un capitolo ancora presente, che continua a riguardarci. Che dolore terribile è l’amore richiede a ascolto, tempo e attenzione, apertura all’amore, l’unico sentimento che sopravvive alla tragedia: è l’energia che impregna lo spettacolo, non è una redenzione scontata, ma è un’amica da raggiungere, un gesto di cura minimo e un nome da non perdere. È tutto ciò che resta, persino quando ci sembra che la vicenda storica e reale ci abbia privati di tutto. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 30 ottobre 2026. |
Che dolore terribile è l'amore
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