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Il Don Chisciotte di Colla&Figli è un piccolo grande kolossal che conferma l’unicità dell’opera e della tradizione marionettistica portata avanti dalla compagnia sin dalla fine del ‘700. Un caleidoscopio di episodi tratti dall’originale di Cervantes surreali e immaginifici, vitali e divertenti: lo spettacolo tratteggia un mondo deformato in cui trionfa lo sguardo folle di un Chisciotte che idealizza, all’eccesso, i valori della vita e dell’umano. Un visionario coraggioso, accecato dall’illusione dell’eroismo cavalleresco e dalla ricerca di un’immaginaria e immaginata Dulcinea; a questa figura anacronistica, che non appartiene più all’epoca in cui vive e vuole resistere al cambiamento, fa da contraltare il personaggio più macchiettistico e caricaturale, ma più realista di Sancio Panza. Lo scudiero, con la sua marionetta tarchiata dagli occhi chiari, capace di sembrare viva e in movimento persino nell’atto di pensare, incarna l’attaccamento alla cruda realtà e alla dimensione dei bisogni più materiali e terreni, con il costante desiderio di cibo, l’umorismo grossolano, l’attitudine furbesca e le disavventure grottesche. Un plauso alle magnifiche scenografie, dipinte secondo la prospettiva rinascimentale, ricche e accurate: torri infinite di libri accatastati, mulini a vento avvolti da un sole rosso sangue, caverne infernali e palazzi baroccheggianti catapultano direttamente lo spettatore nelle mirabolanti avventure del maldestro duo. A rendere ancor più preziosa la rappresentazione sono i molti riferimenti alla storia della letteratura: dalla citazione dell’Orlando Furioso in apertura, all’autodafé dei libri della biblioteca con cui la nipote e il curato pensano di liberare Chisciotte dalla sua pazzia, passando per l’incontro con il re degli Inferi Plutone e per finire con il rovesciamento carnascialesco in cui Sancio Panza si ritrova governatore dell’isola di Barataria. Uno spettacolo sapiente che non rinuncia alla forza del meta-teatro: dalla voce narrante fuori campo che rende ancora più esplicito lo straniamento del protagonista, sino ad un vero e proprio spettacolo-nello spettacolo. Nei quadri finali, infatti, il barbiere Nicolò indossa la maschera e il costume paillettato di Mago Merlino, proprio perché comprende che, per strappare Don Chisciotte al sogno e farlo rinsavire, deve giocare sul suo stesso terreno, quello della finzione e della fuga dalla realtà. Una rappresentazione viva e più attuale che mai, che ricorda allo spettatore quanto dolce ma illusoria possa essere la fuga dalla realtà per rifugiarsi nel sogno. La presente recensione si riferisce allo replica del 18 ottobre 2025 |
DON CHISCIOTTE musiche tratte dall’omonimo balletto di Aloisius Ludwig Minkus scene, sculture e luci di Franco Citterio tecnico del suono Paolo Sportelli – Il borgo della musica i marionettisti Franco Citterio, Maria Grazia Citterio, Piero Corbella, Camillo Cosulich, Debora Coviello, Cecilia Di Marco, Tiziano Marcolegio, Giovanni Schiavolin, Paolo Sette le voci recitanti Marco Balbi, Maria Grazia Citterio, Lorella De Luca, Carlo Decio, Lisa Mazzotti, Riccardo Peroni, Gianni Quillico, Franco Sangermano, Giovanni Schiavolin, Paolo Sette produzione Associazione Grupporiani, Comune di Milano - Teatro convenzionato, Regione Lombardia - Soggetto di rilevanza regionale, NEXT - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo. Lo spettacolo si basa su una selezione di momenti iconici del romanzo di Cervantes e su un antico copione manoscritto, conservato negli archivi della Compagnia e mai rappresentato prima. Vittima di una follia visionaria, alimentata dall'ossessione per la letteratura cavalleresca, che gli mostra la realtà deformata dall'idealizzazione estrema dei valori della vita, dell'umanità e dell'amore, Alonso Quijano si autoproclama Don Chisciotte della Mancia. La fantasia prende il sopravvento sulla realtà, obbligandolo a battaglie e avventure, in un percorso “errante” in cui segue anche la bella Dulcinea, dama inesistente, frutto della sua immaginazione. Sancio Panza, l'insostituibile scudiero – che nel manoscritto del 1879 era interpretato da Gerolamo, la marionetta simbolo di Milano – incarna il senso semplice delle cose, che spesso riconduce “l'eroe” alla realtà. Biblioteche polverose e paesaggi picareschi, cavalieri immaginari, mulini a vento scambiati per giganti, ma anche isole da governare e principesse da salvare, che altro non sono che marionette di una compagnia di cantastorie, fanno da sfondo alle avventure dei due personaggi, in un vorticoso viaggio tra fantasia e realtà.
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