Nome di Battaglia Lia
Milano, Teatro della Cooperativa, dal 10 all'11 ottobre 2026

Al Teatro della Cooperativa, un inizio di stagione all’insegna del rinnovarsi di una tradizione sempre viva e della memoria storica: il 10 e 11 ottobre torna di scena “Nome di battaglia Lia”, scritto e diretto da Renato Sarti, spettacolo identitario per il teatro e per il quartiere intero.

La rappresentazione, che ha inaugurato la sala di Via Hermada nel 2002, è intessuta attorno alla Resistenza femminile: al centro c’è la ricostruzione della figura di Gina Galeotti Bianchi, dirigente dei Gruppi di Difesa della Donna, uccisa dai nazisti il 24 aprile 1945, all’alba della liberazione del quartiere Niguarda, incinta all’ottavo mese, mentre portava insieme a Stellina Vecchio l’ordine di insurrezione nelle fabbriche della città.
La vicenda - prima per stralci e ricordi, poi, nel prosieguo della narrazione sempre più attraverso una cronaca minuziosa -  si apre con lo scampanellio di due biciclette e un caffè offerto al tavolo della casa di due sorelle partigiane. Le loro voci sono testimonianze dirette raccolte nella partitura drammaturgica di Sarti, che sul palco interpreta se stesso, nella veste di narratore-testimone.
"Nome di Battaglia Lia" è costruito su scene che restituiscono vitalità e forza al lavoro minuto e quotidiano delle partigiane della lotta clandestina, spesso dimenticato e sottovalutato: staffette, sì, ma anche donne capaci di inventare la mimosa dell’8 marzo, di nascondere abilmente le armi, percorrere in bicicletta tutta la città a rischio della loro incolumità, organizzare manifestazioni per chiedere a gran voce la pace e di continuare caparbiamente a battersi per un futuro di libertà. Sul palco, con una narrazione coinvolgente e appassionata, compare una galleria di personaggi a tutto tondo, espressivi e vivacissimi, capaci di far rivevere in tutta la sua forza l’anima di Niguarda di quei giorni: la giovanissima partigiana Silvana, che prende il posto del padre comunista nella lotta, nascondendo le armi, Suor Giovanna che ha rocambolescamente aiutato Aldo Tortorella a fuggire dall'ospedale Niguarda e che, insieme alle consorelle, salvava partigiani ingessandone gli arti, cucendo le gengive con i punti per impedire che venissero interrogati e arrivando a nasconderli in obitorio.
Lo spettacolo è un pezzo di teatro civile e di narrazione, asciutto ed essenziale, che riesce a non scadere in eccessi retorici e che non trasforma la commemorazione in una celebrazione: Lia diventa un simbolo, eppure rimane ancorata a un tessuto di vita “reale” e assolutamente tangibile. La stessa Resistenza non è raccontata come una sequela di atti di eroismo astratto e non può prescindere dalla dimensione umana e materiale dei corpi, dei cortili, delle portinerie, delle fabbriche e delle case.
Marta M. Marangoni e Rossana Mola ci restituiscono un insieme di voci femminili che riescono a tramutare la propria vita quotidiana in azione storica e politica. Lia e le sue compagne non assumono le vesti di santini resistenziali, ma, con energia e concretezza, sono ritratte in tutta la loro determinazione, in modo preciso e fattuale,  alle prese con la violenza della lotta e del conflitto. La scena concorre a questo effetto: non è una rappresentazione di un ambiente storico e realistico, si gioca,  piuttosto, su una sottrazione e su un’essenzialità scenica voluta, come spazio di memoria.
"Nome di battaglia Lia" è, in ultima analisi, un esercizio di memoria; non un semplice moral washing, collettivo o individuale che sia. Ci costringe a fare i conti con il nostro presente e a confrontarci con lo sguardo delle generazioni future: la libertà costantemente agognata, come Sarti riesce ad evidenziare con lucidità e rigore, non è un qualcosa di accessibile e immediato, come possono sembrarci i prodotti che si comprano al supermercato o una nuova app. È costata sacrifici, lacrime e sangue, tre ingredienti che forse dovremmo sempre tenere nelle nostre dispense civili se vogliamo continuare a rimanere saldamente attaccati a quei principi costituzionali che, da ottant'anni a questa parte, hanno sancito la sconfitta del Fascismo e la vittoria della democrazia.


Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 10 ottobre 2026.

Nome di Battaglia Lia
Testo e regia Renato Sarti
con Marta Marangoni, Rossana Mola, Renato Sarti
musiche originali Carlo Boccadoro
video BUZZ 2001
con il patrocinio di Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Associazione Nazionale Ex Deportati, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione Italiano, Federazione Italiana Associazioni Partigiane, Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia
produzione Teatro della Cooperativa

Molte volte, quando si pensa alla Resistenza, l’immagine più usuale a cui si fa riferimento è quella del partigiano combattente e spesso ci si dimentica delle storie apparentemente periferiche. Ci si dimentica che, al di là dei momenti alti e celebrativi, esiste un mondo fatto di episodi che fanno parte di una quotidianità ai più sconosciuta ma dal valore estremamente significativo.
All’interno della grande pagina della Resistenza, il quartiere di Niguarda a Milano, e le donne dei suoi cortili, ebbero un ruolo particolare. Niguarda si liberò il 24 aprile 1945, con un giorno di anticipo su Milano. E fu proprio in quel giorno che si consumò uno degli episodi più tragici della Liberazione della città: colpita al ventre da una raffica di mitra di nazisti sulla via della fuga, moriva – incinta di otto mesi – Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia, una delle figure più importanti del Gruppo di Difesa della Donna. Quest’ultimo vantava a Milano ben quarantamila aderenti, di cui oltre tremila attiviste: assisteva i militari abbandonati da un esercito allo sbando; aiutava economicamente le famiglie in cui il marito, o il padre, era nei lager o in carcere; era parte integrante dei Gruppi Volontari della Libertà e del comitato cittadino del C.L.N.; organizzava manifestazioni e comizi improvvisati nei mercati rionali o in altre zone della città; forniva staffette in operazioni delicate; stampava “Noi Donne”, un foglio clandestino precursore del movimento femminista. Inoltre, sulle spalle delle donne ricadeva gran parte del peso della realtà quotidiana, fatta di bambini e anziani da accudire nel freddo, nella fame e nelle malattie.
Un ritratto tragico e insieme vivace della Niguarda resistente, dedicato alle donne e al loro coraggio.
Un testo basato su testimonianze dirette del nostro recente passato, che, attraverso la riscrittura drammaturgica, si fa tragedia, dolore antico, arcaico. Emblematiche le ultime parole di Lia prima di morire: «Quando nascerà il bambino non ci sarà più il fascismo».
Nell’aprile del 2010 la Camera dei deputati ha ospitato, presso la Sala della Lupa a Palazzo Montecitorio Nome di Battaglia Lia. Per questo spettacolo la Presidenza della Repubblica ha conferito una medaglia commemorativa al Teatro della Cooperativa.


(Fonte: comunicato stampa)

Teatro della Cooperativa
Via privata Hermada, 8
20162 Milano
02 6420761
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