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Proprio su questo assunto si sviluppa la satira pungente orchestrata da Edgar Wright in questo terzo e ultimo capitolo della sua leggendaria “Trilogia del cornetto”. La storia segue le vicende di Gary King, quarantenne che ha fatto di tutto per precipitare la propria vita nel fallimento e che vede come unica occasione di riscatto la ripetizione del Golden Mile, un leggendario tour di pub che aveva tentato di completare da giovane con i suoi amici, senza riuscirci. Il film, quindi, si presenta allo spettatore come il ritratto amaro di un uomo sconfitto dalla vita, che si rifiuta di accettare la propria condizione di tossicodipendente ed emarginato e si aggrappa in modo infantile a quello che, dal suo punto di vista e per sua stessa ammissione, ha rappresentato l’apice della propria esistenza. In particolare, il suo cocciuto rifiuto della società e dei doveri che l’età adulta comporta sono visti dagli altri personaggi come sintomo di un carattere infantile ed egoista, mentre la sua convinzione che qualcosa "non vada" nella società circostante come un pietoso tentativo di nascondere la propria inadeguatezza e i propri fallimenti. Proprio quando il film sembra avviato su queste coordinate tutto cambia: al secondo pub, infatti, scopriamo che la città è stata invasa da alieni che sostituiscono gli umani con replicanti robotici, e spetterà dunque a Gary e ai suoi amici salvare l’umanità dall’invasione. Da questo momento in avanti, a cambiare drasticamente non è solo la grammatica del film, che da commedia amara à la Alexander Payne passa a una fantascienza dalle tinte action (pur senza mai perdere la cifra umoristica che lo percorre dall’inizio alla fine); ma è soprattutto la nostra prospettiva sul protagonista e sui suoi punti di vista. Improvvisamente, il comportamento di Gary non sembra più così infantile ed egoista, ma piuttosto una forma di resistenza contro una società che sta perdendo la sua umanità e individualità. In questo senso, il film sembra suggerire che la "crescita" e la "maturità" che Gary rifiuta di accettare sembrano essere più una forma di conformismo e di accettazione passiva delle regole della società, piuttosto che un vero processo di crescita personale. D’altro canto, Il fatto che Gary sia in grado di resistere all'invasione aliena proprio grazie alle proprie imperfezioni e debolezze suggerisce che questi aspetti sono connaturati alla natura umana, e che pertanto estirparli sia impossibile senza snaturare irrimediabilmente l'essere umano stesso (tanto è vero che, alla fine, a essere sostituita è stata l’intera popolazione della cittadina). In questo senso, il film è un’ode all’imperfezione e alla vulnerabilità come fondamenti dell’umano. Il finale, inevitabilmente distopico, è coraggioso nel trarre le dovute conseguenze da questo assunto: la difesa delle caratteristiche che ci rendono umani è incompatibile con una società che non lascia spazio all’errore, e dunque non resta altro da fare che essere rimpiazzati oppure tornare a un rassicurante medioevo. A sostenere la regia pirotecnica troviamo una sceneggiatura forte di dialoghi serrati e sempre ricchi di profondità e, soprattutto, una verve comica esplosiva, sorretta da una coppia di attori affiatatissima e in stato di grazia. Per l’occasione, peraltro, Simon Pegg e Nick Frost (attori feticcio del regista) si scambiano i ruoli adottati negli altri film della trilogia del cornetto (Pegg più razionale e riflessivo, e Frost più impulsivo e irresponsabile), permettendo così di apprezzarne appieno la versatilità e completezza. A supportarli, un cast di eccezione che comprende alcuni dei migliori attori britannici degli ultimi anni (Martin Freeman, Paddy Considine, Eddie Marsan e Rosamund Pike). In definitiva, “La fine del mondo” è un bell’esempio di come si possa fare satira sociale acuta e mai banale senza per questo risultare pretenziosi o difficilmente digeribili. |
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