Mirra
Torino, Teatro Gobetti, dal 24 febbraio al 1° marzo 2026


Rispetto al canone delle precedenti tragedie alfieriane, dominate dallo scontro titanico tra l'eroe e il tiranno, la Mirra si distacca per una virata radicale verso una dimensione esclusivamente interiore e psicologica: qui il nemico non è più esterno, ma abita le stanze segrete della coscienza.

Nel dissidio insanabile tra un’istanza morale imperativa — il legame di sangue — e le impellenti pulsioni del desiderio, Vittorio Alfieri eleva la protagonista a epitome di un’umanità naufraga, schiacciata dal peso di una passione che non ammette assoluzione.
Il fulcro drammaturgico dell'opera risiede nel conflitto tra silenzio e colpa, vero motore immobile della tragedia. Per Mirra, la parola non possiede una funzione catartica o liberatoria; al contrario, è percepita come l'atto definitivo di condanna, la soglia oltre la quale il pensiero diventa mostruosità tangibile. Il suo silenzio non è una semplice lacuna comunicativa, ma una trincea di autodifesa etica: tacere è l'unico modo per preservare il simulacro della "figlia" e non contaminare la sacralità del nucleo familiare.
In questo senso, la scelta registica di Giovanni Ortoleva di mantenere integralmente l’uso dell’endecasillabo alfieriano si rivela una scommessa vinta e di rara felicità. Lungi dal risultare un retaggio arcaico o un ostacolo alla fruizione, il verso — con le sue asprezze, le pause improvvise e le inversioni sintattiche — si fa strumento di scavo psicologico. La parola misurata e "costretta" dal metro poetico restituisce perfettamente il senso di claustrofobia morale della protagonista: l’endecasillabo diventa la gabbia metrica di una passione che preme per uscire, ma che trova nel ritmo serrato del verso la sua stessa impossibilità di farsi grido scomposto.
La tensione si fa così somatica: il corpo di Mirra parla attraverso sospiri, lacrime e tremori che si incuneano tra le cesure del verso, dando vita a quella che la critica ha giustamente definito la "tragedia dell'inconfessabile". La catastrofe si compie solo quando il Logos infrange il silenzio nell'ultimo atto: non appena il desiderio viene nominato davanti al padre Ciniro, l'identità di Mirra si frantuma e il suicidio resta l'unico gesto possibile per ricomporre una dignità morale altrimenti perduta.
In questo spazio rarefatto tra il non detto e l'orrore, si muove un cast di straordinaria coesione. Spiccano per intensità e scavo emotivo le due figure femminili di supporto: Mariangela Granelli, una regina Cecri di straziante compostezza, e Lorena Nacchia, una nutrice Euriclea profondamente umana. Insieme, le due attrici incarnano due volti speculari di una maternità impotente, incapace di arginare il naufragio psicologico e morale della protagonista pur presagendone i segnali premonitori.
La regia di Giovanni Ortoleva si distingue per una sobrietà analitica che non rinuncia mai all'impatto emotivo, valorizzando ogni elemento sensoriale: l’uso sapiente del disegno luci e del paesaggio sonoro suggerisce una presenza divina sovrannaturale e terribile — la vendetta di Venere — che incombe sui personaggi con un effetto dirompente.
Particolarmente felice si rivela l'intuizione di trasporre l'estetica della tragedia in un'atmosfera da teatro da camera borghese. Sostituendo i marmi classici con scenografie e costumi che evocano un interno domestico ottocentesco, la regia sottolinea la sconcertante modernità del dissidio alfieriano. Questa scelta trasforma il mito in un dramma familiare moderno, rendendo il conflitto etico più vicino e disturbante, senza mai cadere in anacronismi eccentrici.
In definitiva, questo adattamento di Ortoleva si impone come una delle visioni più lucide e raffinate della stagione teatrale torinese, capace di restituire la Mirra al pubblico dopo quasi quarant’anni dallo storico adattamento di Luca Ronconi.



La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 25 febbraio 2026


Mirra

di Vittorio Alfieri

adattamento e regia Giovanni Ortoleva
con Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia
scene Federico Biancalani
costumi Aurora Damanti
luci Massimo Galardini
suono Pietro Guarracino in collaborazione con Davide Martello
assistente alla regia Caterina Rossi

Teatro Metastasio di Prato
Teatro Stabile di Torino

È difficile trovare nella drammaturgia italiana una storia più controversa di questa. L’incesto, l’unico vero tabù rimasto alla società contemporanea, brucia sotto la fitta maglia degli endecasillabi alfieriani e si rivela un demone che non può essere chiamato per nome. Il corpo dell’adolescente Mirra è la porta attraverso la quale la tragedia entra in una casa borghese, ma il segreto che contiene è una bomba posta al centro della famiglia tradizionale. Giovanni Ortoleva sceglie di misurarsi con la lingua di Alfieri, mettendola in dialogo con il pubblico contemporaneo. Il testo si sviluppa come un piano-sequenza teatrale, dove il non detto e il peso delle parole strutturano una lotta costante tra ciò che si vorrebbe dire e ciò che non si può dire. Un spettacolo che interroga la famiglia, il linguaggio e la natura del desiderio.

(fonte: comunicato stampa)

Teatro Gobetti

Via Rossini, 12
10124 Torino
Tel: 011 516 9411
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ORARIO SPETTACOLI

24 feb 2026 ore 19.30
25 feb 2026 ore 20.45
26 feb 2026 ore 19.30
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28 feb 2026 ore 19:30
1° mar 2026 ore 16.00

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