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“How many road must a man walk down, before you call him a man?” Nelle parole del famoso brano di Bob Dylan, interpretato in scena da una smagliante Flaminia Fegarotti, risiede il senso di un’intera esistenza.
Leonard Alfred Schneider, in arte Lenny Bruce, fu un artista comico satirico ed irriverente che divenne, nella sua lotta per il diritto di espressione, un vero e proprio simbolo in quegli anni ’60 negli Stati Uniti ancora profondamente pervasi da perbenismo e malcelata censura.
Il richiamo alla situazione odierna è fortissimo e le analogie quasi immediate in questa opera diretta in scena dallo stesso protagonista Antonello Avallone.
Il tragitto narrativo viene calibrato in modo accurato, così come il senso della irriverenza del personaggio e dei suoi eccessi: eccessi che sono introdotti attraverso scene dall’impatto emotivo forte, dalla rappresentazione di un bisogno di innalzare sempre più un limite che arriva facilmente ad incrinare anche i rapporti più profondi, innescando gelosie e risentimenti impensabili solo un attimo prima. Un tema che portare in scena con garbo risulta molto difficile. Gli attori, grazie alla loro indubbia capacità e spessore, riescono a passare attraverso momenti di leggerezza giungendo a quelli più drammatici ed intensi con naturalezza rendendo sinceri anche i passaggi più complessi. L’azione risulta corale e gli interpreti, in particolare Giulia Di Quilio nei panni di Honey, vengono messi a dura prova in questo senso riuscendo con efficacia e bravura a rendere esattamente il “clima”. Le caratterizzazioni, come quelle di un preoccupato manager di Lenny interpretato ottimamente da Giuseppe Renzo, o del procuratore Frank Hogan (Un Riccardo Barbera in grande spolvero), si ordano in modo sartoriale assieme alla componente musicale sugli eventi (grazie alla interpretazione di assoluto livello di Flaminia Fegarotti) tessendo la trama di un racconto che esplica solo parzialmente lasciando allo spettatore spazio di immaginazione. Spazio che, per paradosso, permette la genesi di una precisa immagine sia del periodo storico che delle stesse vicende generando una empatia che induce profonde riflessioni. Una narrazione corale che parla di rapporti di amore, di odio, di stima e paura raccontando esistenze che si intrecciano attraverso piaceri anche estremi e momenti scanzonati ma, anche e soprattutto, in ampie fasi drammatiche e di lotte proprio come la vita.
La sensazione, infatti, che si tratti di eventi reali è netta ben prima della stessa ammissione nelle parole di ringraziamento dello stesso Avallone a fine spettacolo.
Una storia poco conosciuta che descrive la perpetua battaglia non già per la affermazione di diritti, peraltro già sanciti in forme costituzionali attraverso i famosi emendamenti, ma anche e soprattutto per attuare una realizzazione in concreto attraverso forme di coraggioso e forse incosciente impegno, mettendo a rischio persino quel che si ha di più caro.
La riflessione instillata, forse il regalo più gradito dell’opera diretta da Antonello Avallone, risiede proprio in quella domanda che viene naturalmente indotta : “quanto saremmo disposti a sacrificare per qualcosa che sappiamo profondamente giusto? Fino a dove sapremmo spingerci per un bene più alto?”
Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 13 novembre 2025.
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Lenny. Ipotesi di un omicidio.
uno spettacolo di Giuseppe Pavia Regia Antonello Avallone
con Antonello Avallone Riccardo Barbera Giulia Di Quilio Giuseppe Renzo Francesca Cati Flaminia Fegarotti
Compagnia Compagnia delle Arti
Uno spettacolo affascinante, comico e cinico, emozionante e crudo, divertente e drammatico, avvolto da una scenografia mozzafiato. E’ il 3 agosto 1966. Lenny Bruce, famoso comico americano, è a terra morto, disteso sul pavimento del suo camerino, ucciso da un overdose. La sua carriera inizia negli anni ’50. La sua comicità aperta e satirica che integra nei suoi testi politica, religione, sesso e volgarità, fa prendere alla sua carriera il volo quando conosce e sposa Honey Harlow, una famosa spogliarellista che si esibisce nei locali dove lui lavora. I due si innamorano perdutamente ma, coinvolti in una serie disperata di continui tradimenti, di esperienze di droga e a causa delle tendenze omosessuali di lei, dopo alcuni anni si separano. Nel frattempo Lenny, con i suoi spettacoli, spesso improvvisati, sempre più comici, originali e imprevedibili nei suoi contenuti, conquista il favore del pubblico riempiendo fino all’inverosimile i locali dove si esibisce. Il procuratore distrettuale di Manhattan, Hogan e l'arcivescovo di New York, per lo sconvolgimento che sta creando nell’opinione pubblica, vedono Lenny un pericolo per i principi etici e morali su cui è fondata le famiglia media americana e per le istituzioni che loro stessi rappresentano. I due cercheranno in tutti i modi di interrompere la sua carriera. Ma, nonostante i continui processi a cui viene sottoposto, Lenny Bruce diventa il paladino della libertà di parola americana. L'estrema soluzione che i suoi nemici riusciranno a trovare sarà quella di farlo morire per una overdose da eroina. Nel 1974, Bob Fosse dedicò alla vita di Lenny Bruce un film di grande successo intitolato LENNY, interpretato da Dustin Hoffman.

Teatro Nino Manfredi Via del Pallottini, 10 Ostia, Roma
tel: 06 56324849 e-mail: info@teatroninomanfredi.com web site: https://www.teatroninomanfredi.it
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