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La senilità, evocata con battute fulminanti e grottesche, come la finta convenzione con un’agenzia funebre per l'attempato pubblico in sala, non è solo un tema, ma una postura scenica: quella di un artista che guarda alla propria carriera con il disincanto cinico di chi ha smesso o forse mai iniziato a compiacersi, avvalendosi della lucidità del disincanto. Il tempo diventa qui frattura, distanza, ma anche lente per rileggere con feroce acume i miti dell’intrattenimento, le mode, le ossessioni collettive. La canizie è il pretesto per voltarsi indietro con uno sguardo lucido e spietato, smascherando i meccanismi vuoti del successo, i cliché televisivi e le narrazioni costruite. La crepa, più che segno di cedimento, è la fenditura da cui filtra la rifrazione di una comicità crepuscolare, capace di rivelare il vuoto sotto l’apparenza e di restituire dignità alla disillusione. L'ineffabile spiritello beffardo Gnocchi, di cui la stessa Andrée Ruth Shammah direttrice artistica, animatrice, organizzatrice ed impresaria del Teatro Franco Parenti di Milano fa preludio prima dell'inizo della pièce, si è manifestato ed ha piacevolmente allietato e divertito gli astanti della Sala Blu, propagando la sulfurea esorcizzazione taumaturgica della terza età e delle patologie correlate. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 20 maggio 2025 |
Una crepa nel crepuscolo
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