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Quest’opera suggella l’ideale "trilogia della soglia" della formazione. Se infatti in Sulla morte senza esagerare il confine investigato era quello liminale tra l’al di qua e l’aldilà, e in Visite lo spartiacque si collocava tra il presente e il passato, qui la soglia si fa carne: è il corpo stesso che, con la sua straziante fragilità, separa e insieme congiunge l’individuo e il cosmo. Sotto il profilo formale, l'ordito spettacolare attinge a piene mani a una sapiente ibridazione linguistica, mutuando la precisione millimetrica dell’arte del mimo e la geometrica stravaganza delle discipline circensi. Questa fusione innerva la messa in scena di una sotterranea venatura di nonsense, un codice surreale in cui la nudità fisica e l'essenzialità anatomica si fanno manifesto espressivo, spogliato di ogni orpello erotico e restituito alla sua pura valenza antropologica. La virtù specchiata dell’azione risiede nella sbalorditiva perizia dei sei interpreti. Dominando le leggi del plasticismo scenico, gli attori si moltiplicano, si dimezzano e si triplicano in una sarabanda di posture e identità, plasmando lo spazio circostante come materia duttile e distillando una moltitudine transitoria di anime. Lo spettatore decodifica il reale attraverso sembianze di cartapesta: figure familiari, dolorosamente prossime, che evocano gli ultimi istanti, le occasioni mancate, i commiati. Si dispiegano storie minime tratteggiate a china, definite da schizzi irregolari che incidono la scena con tratti netti, asimmetrici e immediati, capaci di esorcizzare il tragico quotidiano con dolente enigmaticità. Il topos del vaso mitologico viene qui trasposto in un ricettore di esistenze in transito. Lo spazio scenico prescelto – un algido bagno pubblico – si tramuta in una sorta di cloaca psicologica, un alveo di psicosi metropolitane e incontinenti retroscena emotivi. In questo non-luogo di isolamento coatto, le convenzioni sociali abdicano. Spogliati del ruolo pubblico, i personaggi denudano le proprie nevrosi in una partitura fisica impeccabile per ritmo e rigore geometrico. Un affresco di rara potenza visiva che interroga sulla necessità di ritrovare uno spazio autentico dietro la finzione sociale. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 10 luglio 2026. |
Pandora ideazione e regia Riccardo Pippa di e con Claudia Caldarano, Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza dramaturg Giulia Tollis maschere e costumi Ilaria Ariemme scene Anna Maddalena Cingi disegno luci Paolo Casati cura del suono Luca De Marinis vocal coach Susanna Colorni produzione Teatro Franco Parenti Spettacolo selezionato alla Biennale Teatro di Venezia 2020 Dopo i recenti successi internazionali al Coronet Theatre di Londra e al Black Sea International Theatre Festival di Trabzon, I Gordi tornano al Teatro Franco Parenti con Pandora, uno degli spettacoli più rappresentativi del loro percorso artistico. Lo spettacolo è stato selezionato alla Biennale Teatro di Venezia 2020 e nel 2025 ha ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica britannica durante la tournée londinese. I Gordi hanno costruito negli anni un linguaggio scenico unico, fondato sul teatro fisico, sulle maschere, sul gesto e sulla forza evocativa delle immagini. Un teatro che riduce al minimo la parola per parlare a tutti, superando le barriere linguistiche e culturali attraverso il corpo, il ritmo e la trasformazione scenica. In Pandora, guidati dalla regia di Riccardo Pippa, gli attori conducono il pubblico in un luogo tanto ordinario quanto sorprendente: un bagno pubblico. Uno spazio di passaggio e di attesa, attraversato da un'umanità variegata e transitoria. Un luogo dove sconosciuti si incontrano, si nascondono, si sfogano, si trasformano. Un camerino improvvisato della vita contemporanea che diventa specchio delle nostre paure, delle nostre fragilità e dei nostri desideri più profondi. Se all'esterno siamo chiamati a rispettare convenzioni, ruoli e norme sociali, all'interno di questo spazio sospeso qualcosa si incrina. Le maschere quotidiane si allentano, i confini si fanno più incerti, emergono tensioni, vulnerabilità e impulsi che normalmente restano nascosti. In questo microcosmo si susseguono decine di personaggi e situazioni che oscillano continuamente tra comicità e malinconia, realismo e surrealtà, ironia e sofferenza. Ne nasce una vera e propria "tranche de vie", un affresco poetico dell'umanità contemporanea, capace di raccontare con leggerezza e profondità la difficoltà di stare insieme, il bisogno di essere visti e il desiderio di trovare uno spazio autentico in cui mostrarsi per ciò che si è (fonte: comunicato stampa).
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