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Fulcro di questa narrazione è una figura femminile di disarmante lucidità: la protagonista, incarnata da Anna Valle, non solo attraversa lo spazio scenico con austera compostezza, ma ne domina i registri narrativi facendosi essa stessa didascalia vivente, narratrice disincantata della propria evoluzione. In gioventù attratta dal fascino aureolato della cultura e dal carisma di un uomo maturo, intellettuale e affermato – il grande assente, defunto e idealizzato, la cui ombra aleggia come spettro egemone – ella si era lasciata soggiogare dal sottile magnetismo della sapienza travestita da eros. Tuttavia, nel gioco di specchi dell’esperienza e nella rielaborazione del passato, la donna sovverte lo schema originario, replicandone le dinamiche ma mutandone i vettori: oggi ella orchestra, con raziocinio e apparente distacco, la stessa architettura relazionale, scegliendo come oggetto del proprio esperimento un giovane tuttofare (Gianmarco Saurino), scaffalatore di libri e inconsapevole pedina, evocato nel suo quotidiano proprio dal compianto marito. Il fascino intellettuale si trasforma così in strumento di potere esercitato, in esercizio estetico ed esistenziale al tempo stesso, specchio dell’irrequietezza interiore e della ricerca di una nuova ispirazione letteraria. La protagonista, da falena attratta dalla luce, si tramuta in faro gelido, regista lucida e poco incline al sentimentalismo, priva di cedimenti romantici. Attorno a questa figura centrale, si muove un microcosmo ben tratteggiato: Orsetta De’ Rossi, nei panni della redattrice editoriale, restituisce con vigore espressivo una presenza pregnante e raffinata, capace di incarnare la voce della razionalità amica, non priva tuttavia di venature critiche. Angelo Tanzi, interprete dell’amico storico e vicino di casa, innamorato silente e custode d’un passato mai completamente sopito, offre una prova misurata, discreta, e proprio per questo drammaturgicamente efficace. Matilde Pacella, nei gesti sommessi della giovane cameriera, restituisce al racconto un’essenzialità abnegata, soggiogata nella sua presenza laterale ma preziosa, emblema dell'asserviménto come osservazione muta della scena sociale. La messinscena, affidata a Monica Sironi per le scenografie, Alberto Moretti ai costumi, e Cesare Accetta per il disegno luci, concorre a delineare un affresco visivo di composta eleganza e funzionale densità, sostenuto dalle suggestioni sonore di Gabriele Roberto, le cui musiche originali accompagnano senza invadere, amplificando moderatamente la tensione emotiva sottesa. In questo congegno drammaturgico, l’interpretazione di Anna Valle si distingue per una postura scenica rigorosa, quasi ieratica, che conferisce al personaggio un’aura di controllo e costumatezza. Tuttavia, tale eleganza formale si accompagna a un’attitude recitativa a tratti eccessivamente distillata, in cui l’eloquio — cadenzato da intervalli ritmici quasi scolastici — tende a segmentare la disinvoltura del dettato emotivo, restituendo una declinazione più "lettrice" che immersiva. Un’impostazione che, pur coerente con la cifra distaccata e intellettualizzata del personaggio, rischia in alcuni passaggi di ridurre la tensione viscerale dell’arco interpretativo, smussandone la portata evocativa. Una lente sul presente, una provocazione intellettuale, un’osservazione acuta sulle architetture del potere e sui ruoli che recitiamo nel grande teatro dell’esistenza. Cotroneo, con penna affilata e regia cesellata, ci consegna una riflessione tagliente sulla manipolazione, sulla trasmutazione dell’esperienza in narrazione, e sull’eterno ritorno degli archetipi, ora rimescolati, ora travestiti, ma sempre all’opera nel gioco sublime e crudele dei sentimenti umani. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 9 dicembre 2025 |
Scandalo
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