La signorina Else
Catania, Teatro Stabile, Sala Verga, dal 10 al 19 aprile 2026

Sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania prende vita una Signorina Else di dirompente forza espressiva, che non concede tregua né allo spettatore né alla coscienza. L’allestimento diretto da Henning Brockhaus affonda con con rigore analitico nel cuore della novella di Arthur Schnitzler, scritta nel 1924, un solo anno dopo l’Ulisse di James Joyce: un accostamento tutt’altro che ornamentale, perché qui il monologo interiore diventa lama affilata, strumento implacabile di dissezione psichica.
L’impianto visivo si dipana come una raffinata costellazione di rimandi all’universo simbolico di Gustav Klimt: non soltanto Il bacio, emblema di un’unione che è insieme fusione amorosa e dissoluzione identitaria, ma anche le presenze inquietanti del Fregio di Beethoven, dove la figura maschile barbuta — incarnazione delle forze ostili e del desiderio predatorio — si impone come minaccia incombente. A questa si contrappongono le figure femminili di Giuditta I e Giuditta II, icone di una sensualità consapevole e perturbante: corpi parzialmente esposti, avvolti in una preziosità dorata che allude tanto al potere quanto alla reificazione del femminile. In tale trama iconografica, l’oro klimtiano cessa di essere ornamento per farsi codice allegorico: superficie seduttiva che nasconde una tensione irrisolta tra eros e dominio, tra libertà apparente e costrizione. La scena si trasfigura così in uno spazio al contempo abbagliante e spietato, in cui la bellezza si rivela dispositivo di controllo e consumo, riflettendo con esattezza la parabola di Else, sospesa tra l’esibizione forzata del proprio corpo e l’ultimo, disperato tentativo di preservare la propria dignità. Schnitzler anticipa e al contempo dialoga con le avanguardie del suo tempo, costruendo una partitura narrativa compressa in un arco temporale minimo, in uno spazio pressoché immutabile, come se volesse piegare la modernità alle antiche unità aristoteliche. Ne scaturisce una tensione claustrofobica, un presente continuo che divora ogni possibilità di fuga. La regia di Brockhaus coglie questa gabbia invisibile e la rende materia scenica: le scene e i costumi di Giancarlo Colis non decorano, ma stringono; le luci di Gaetano La Mela incidono come bisturi; le coreografie di Valentina Escobar suggeriscono un corpo che è già prigionia. Al centro, assoluta, c’è Lucia Lavia. Figlia d’arte, sì, ma qui ogni genealogia si dissolve davanti a una prova che impone un’identità autonoma, vibrante, necessaria. La sua Else non è affatto un semplice personaggio ma un flusso in piena, un pensiero che si fa carne, un tremito costante tra pudore e disperazione. Lavia attraversa il monologo interiore con una precisione quasi musicale, evitando qualsiasi compiacimento: ogni inflessione è giustificata, ogni esitazione è senso. Il risultato è una presenza scenica magnetica, capace di trasformare la parola in vertigine. La traduzione di Renata Colorni mantiene intatta la nervatura emotiva del testo, mentre l’adattamento scolpisce una drammaturgia compatta, senza cedimenti. Emergono con forza i nuclei tematici: la dignità umana schiacciata dal ricatto economico, la violenza sottile della morale borghese, la condizione femminile ridotta a merce di scambio. Non c’è retorica, solo un crescendo di consapevolezza che conduce a un esito inevitabile. Lo spettacolo rifugge deliberatamente ogni facile adesione, orientandosi invece verso una fruizione esigente, che sollecita attenzione vigile e coinvolgimento critico. La costruzione drammaturgica e registica impone una riflessione non conciliatoria, priva di compiacimenti. Al calare del buio, permane una tensione irrisolta, tradotta in un interrogativo aperto, assente di esiti consolatori. In questa prospettiva, il dispositivo teatrale rinuncia a ogni funzione meramente intrattenitiva per assumere una valenza analitica, incidendo con profondità nella percezione dello spettatore e lasciando una traccia persistente.


La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 10 aprile 2026

La signorina Else

di Arthur Schnitzler
traduzione Renata Colorni
adattamento e regia Henning Brockhaus
scene e costumi Giancarlo Colis
coreografie Valentina Escobar
luci Gaetano La Mela
foto Antonio Parinello
con Lucia Lavia
produzione Teatro Stabile Catania

Lo spettacolo, tratto dall’omonima novella di Arthur Schnitzler (1924), è diretto dal regista di fama internazionale Henning Brockhaus e ha come protagonista la talentuosa Lucia Lavia.
La vicenda racconta di Else, diciannovenne della borghesia viennese, figlia di un avvocato con il vizio del gioco. Durante una vacanza in montagna, riceve una lettera della madre: il padre rischia l’arresto per aver sottratto denaro a un ricco amico di famiglia. Else deve chiedere aiuto al creditore, il signor von Dorsday, che accetta di saldare il debito a patto che la giovane si mostri nuda.
Il dramma si sviluppa attraverso il monologo interiore: Else parla di sé, delle sue contraddizioni, e dell’impossibilità di scegliere tra due soluzioni per lei ugualmente inaccettabili: prostituirsi per salvare il padre oppure difendere la propria integrità, condannando la famiglia alla rovina. Schiacciata dalla pressione psicologica, si espone nuda nella hall dell’albergo e, dopo un delirio, sviene. Infine, rimasta sola con i suoi fantasmi, decide di togliersi la vita. Un testo che denuncia la superficialità della società viennese, ma anche la condizione femminile, segnata dalla dipendenza economica, dal giudizio sociale e dalla violenza della mercificazione del corpo (fonte: comunicato stampa).




Teatro Stabile - Sala Verga

Via Giuseppe Fava, 35
95123 Catania
Tel. 095 7310856
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ORARIO SPETTACOLI:

sabato 11 e giovedì 16 aprile ore 20:45
domenica 12 e 19 aprile ore 17:30
martedì 14 aprile ore 10:00 e ore 17:30
mercoledì 15 aprile ore 17:30
venerdì 17 e sabato 18 aprile ore 17:30


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