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C’è una musica dissonante, quasi impercettibile, che attraversa i corpi e le parole in scena, come se ogni personaggio fosse prigioniero di una partitura che non riesce a seguire. È la melodia spezzata del "secolo breve" che Tennessee Williams, con feroce lucidità, cristallizza nel suo capolavoro: fragilità psichiche condannate all’incomprensione, patriarcati muscolari che schiacciano ciò che non sanno nominare, violenze domestiche mascherate da ordine familiare, desideri inconfessabili che si tramutano in colpa.
La regia di Luigi Siracusa accoglie tutto questo e lo distilla in un monocromo impianto formale, scarno, governato da un’eleganza sobria e da un nitore psicologico che lascia spazio all’eco dei sottotesti. I personaggi — incapaci di dialogare — si urtano collidono come biglie smarrite su un tavolo verde di silenzio teso, dove ogni attrito è destino, ogni deviazione una resa al caso. Al centro della vicenda, si intrecciano traiettorie umane dissonanti, legate da un’inquieta tensione affettiva. Blanche DuBois, presenza poetica fuori tempo, cerca rifugio nella casa della sorella Stella, che a sua volta ha scelto di abitare un amore ruvido e carnale con Stanley, incarnazione brutale di un mondo nuovo, vorace e implacabile. Tra le due donne, un legame di sangue e memoria si incrina sotto il peso di ciò che non può essere detto né salvato. Stanley intuisce e respinge con violenza la fragilità di Blanche, intercettandola come un corpo estraneo da annientare. Mitch, l’unico che tenta di accoglierne la dolcezza sfiancata, finisce anch’egli per rinnegarla, schiacciato dal conformismo emotivo e dal disprezzo mascherato da delusione. In questo gioco sottile di attrazioni e rifiuti, ogni relazione diventa campo di battaglia, e ogni gesto, una resa. L’universalità dell’opera sta proprio nella vittoria brutale della forza sulla grazia, della prepotenza nerboruta sulla delicatezza, della realtà cieca sull’immaginazione sensibile. Una dinamica che non appartiene solo al tempo della pièce, ma che ancora oggi trova inquietanti riscontri nel sociale e nella politica, dove la brutalità strutturale continua a zittire la voce fragile della differenza. Nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti, abitata — forse — da spiritelli dispettosi, il tempo sembra leggermente inclinato. Un allarme antincendio si attiva nel cuore della scena come un contrappunto imprevisto, disturbando momentaneamente gli attori eppure rientrando, quasi magicamente, nella partitura della fragilità e dell’inciampo che lo spettacolo mette al centro. Così come succede a Stella, quando offre a Blanche una banconota da dieci dollari e poi, nella spartizione, la cifra sembra misteriosamente raddoppiarsi: piccolo prodigio o ironia beffarda del palcoscenico, dove la realtà si piega sempre alla visione. Tennessee Williams, pseudonimo di Thomas Lanier Williams, anima inquieta e lucida del teatro del Novecento, ha scolpito con Un tram che si chiama Desiderio una delle opere cardine della drammaturgia moderna. In essa confluiscono le sue ossessioni personali — l’omosessualità repressa, l’instabilità psichica della sorella, la propria sensibilità esposta — trasfigurate in una scrittura di rara densità poetica e verità emotiva. Con questo testo, Williams ha dato voce a una nuova umanità ferita, spezzando i canoni del realismo e portando sulla scena i dolori sommersi dell’anima contemporanea. Tutto scorre con la precisione di un rito imperfetto, dentro un mondo che non prevede redenzione. E forse, proprio per questo, riesce ancora a toccare la nostra ferita più viva.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 14 novembre 2025 |
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Un tram che si chiama desiderio
di Tennessee Williams
traduzione Paolo Bertinetti regia, scene e costumi Luigi Siracusa con Sara Bertelà e con Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci luci Pasquale Mari musiche Laurence Mazzoni produzione Teatro Franco Parenti Spettacolo selezionato NEXT - REGIONE LOMBARDIA assistente alla regia Diletta Ferruzzi direttore dell’allestimento Marco Pirola elettricista Domenico Ferrari fonico Francesco Tamborino Frisari sarta Alessia Di Meo scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
Con quest’opera, Williams costrinse per la prima volta l’America a guardarsi allo specchio rispetto a tabù quali omosessualità, sesso, disagio mentale, famiglia come luogo malsano, maschilismo e violenza domestica. La vicenda di Blanche (Sara Bertelà), Stella (Silvia Giulia Mendola), Stanley (Stefano Annoni) e Mitch (Pietro Micci) si concentra in un universo ristretto e teso, dove il mondo esterno è solo un’eco lontana e la verità è solo intravista. Nello spazio angusto di un bilocale assistiamo al precipizio umano di Blanche DuBois e al suo crollo psicologico, mentre la vita intorno a lei continua indifferente. Essenziale e ravvicinata, la messa in scena del giovane regista Luigi Siracusa, pone al centro le relazioni tra i quattro protagonisti, osservati attraverso le fessure di una persiana, ripetuta, moltiplicata, dalla quale indagare ed essere indagati. Nore di regia - Luigi Siracusa L’attenzione è sulla periferia umana delle persone indagate in questo racconto: Blanche tra tutti, ma non di meno Stanley, Stella e Mitch. Sono tutte persone alla deriva, che anelano alla propria salvezza, impossibile forse da raggiungere. L’adattamento del lavoro prevede, infatti, solo la presenza di questi quattro personaggi, di cui si sviscerano i rapporti, le relazioni, gli istinti, i desideri in uno spazio scenico che si fa agone tragico in cui storia presente e memoria si mescolano per snodare le questioni che spesso le trame nascondono. Gli attori lavorano su autenticità, onestà, svelamento di intenzioni e segni che li porta a non celare o tenere a bada, forse far tacere, i conflitti che dal primo istante sono palesi. […] “Liberi, alla deriva, infelici, mostri tra i mostri” è il percorso che tracciano le loro esistenze, dalle illusioni del passato alle delusioni del presente, fino alla speranza senza luce del futuro. Lo spazio scenico è un gioco visivo che si fonda su un solo elemento: quello delle persiane, ripetuto, moltiplicato, fatto parete e soffitto. Un contenitore nel quale indagare ed essere indagati, nascondersi o rifugiarsi ma anche svelarsi e mostrare i propri mostri. È un luogo stretto, affollato, a tratti claustrofobico, a tratti inesistente, dove il continuo via vai restituisce la dimensione di vita comunitaria tipica degli agglomerati urbani cari all’autore e sempre centro della sua scrittura. Uno spazio unico, condiviso, con quasi nessuna privacy, in cui tutti si conoscono e si frequentano, in cui sfuggire agli altri e alle ostilità e alle fatiche di convivenze forzate non è possibile, ma soprattutto in cui fingere è inutile, sia a se stessi che agli altri. E questo, inevitabilmente, ci porta al finale in cui il logorarsi dei rapporti produce le sue conseguenze: fuggire, morire, salvarsi, ripartire, finire, essere ignorati, traditi, tradire, desiderare. Desiderio, mare, Blanche. Dediserio, Blanche. Desiderio (fonte: comunicato stampa).

Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14 20135 Milano Tel:02 59995206
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