|
L’espediente drammaturgico del quiz show, agile e sapido, funge da grimaldello per riportare alla luce I Promessi Sposi nella loro duplice natura di romanzo di formazione individuale ed insieme affresco storico collettivo ma anche delineare l’anima complessa e stratificata del suo autore. Figura erroneamente cristallizzata, nel racconto scolastico, come intellettuale convenzionale e padre riverente della lingua italiana, Manzoni emerge in questo bassorilievo teatrale in tutta la sua umana ambiguità e profondità inquieta. Ma è nel doppio registro dell’esposizione che lo spettacolo trova la sua più alta efficacia: Costa alterna con sublime perizia il tono beffardo e scintillante della narrazione — laddove si tratteggiano figure come Don Abbondio, icona dell’eterno pavido, o la sua Perpetua, alter ego e nemesi domestica — alla tensione più lirica e struggente di monologhi che restituiscono l’inquietudine esistenziale di personaggi divenuti archetipi dell’umano. Lucia, in particolare, è tratteggiata da Costa con chiaroscuro inusitato: non mera incarnazione dell’obbedienza, bensì figura dotata di una forza silente, quasi sciamanica, che disarma Don Rodrigo, sovverte l’ordine delle intenzioni, e introduce l’elemento del sacro come resistenza morale. I bravi, simboli del sopruso cieco e del potere brutale, Don Rodrigo, emblema dell’arroganza e del desiderio predatorio, Agnese, madre concreta e furbesca, e ancora la Monaca di Monza, lacerata dal conflitto tra carne e spirito, Egidio, incarnazione del male seducente, e l’Innominato, icona del dubbio e della redenzione. Senza dimenticare la folla, cangiante e ambigua, e la peste, allegoria suprema della fragilità collettiva. Tutti i personaggi si muovono come archetipi in collisione, riverberando la nostra condizione umana di esseri illusi dal dominio del proprio destino, mentre tutto si regge su un equilibrio precario, sostenuto da una Provvidenza bifronte, ora salvifica ora perturbante. Lo spettacolo si configura così come una macchina teatrale perfettamente oliata, dove il riso e la commozione, la cultura e il gioco si fondono in un atto scenico profondamente necessario: catartico nel suo disvelare quanto la commedia, quando è sorretta da pensiero e forma, sappia ancora interrogare il nostro tempo e far risuonare, sotto nuove luci, ciò che credevamo di conoscere da sempre. Non fu esente da ombre né da spigoli la vita dell'autore dicevamo. La sua nascita, avvolta dal dubbio sulla reale paternità (forse figlio naturale di Giovanni Verri), e un’adolescenza irrequieta, segnata da una tensione interiore che la frequentazione degli ambienti illuministi milanesi acutizzò, costituiscono il fertile sottosuolo da cui germina il celeberrimo romanzo. Le radici familiari — basti pensare al nonno Cesare Beccaria, teorico dell’abolizione della pena di morte e mente rivoluzionaria — contribuirono a formare quell’ethos morale e intellettuale che Manzoni traspone in forma allegorica proprio nella celeberrima opera. Colto pienamente è l’obiettivo divulgativo della pièce che si prefigge di avvicinarci con profondità e leggerezza all’universo manzoniano, restituendogli vibrazione, attualità e umanità, ben oltre i confini scolastici in cui spesso resta confinato. Lella Costa, con la sua consueta sapienza scenica, rende accessibile senza semplificare, coinvolgente senza cedere alla superficialità. L’interattività dello show, abilmente declinato tramite il format del quiz, non è mero artificio ludico, ma ingegnoso stratagemma che trasforma il pubblico in soggetto partecipe, sollecitato non unicamente a ricordare ma a riscoprire, a interrogarsi, a prendere posizione. Un teatro che educa senza pedagogia, e diverte senza mai tradire la complessità. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 4 dicembre 2025 |
L'eredità di Manzoni
|









