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Quartett è emblema supremo di questo dispositivo: una riscrittura radicale ispirata a Le relazioni pericolose di Laclos, che decostruisce l’archetipo narrativo ottocentesco per ricombinarlo in uno spazio drammaturgico privo di tempo e subordinato alla riflessione critica. La duttilità della pièce si manifesta potentemente nella duplice veste di regista e protagonista di Maximilian Nisi, affiancato in scena da Viola Graziosi. La loro interpretazione dà vita a una bagarre teatrale in cui i confini di genere si dissolvono, lasciando spazio a una fluidità ipnotica e quasi rituale. Oltre all'intreccio delle tormentate vicende parigine dei due amanti, la testualità si fa emblema della lotta ancestrale tra i sessi: Adamo ed Eva in una moderna rilettura dei rapporti di genere, due figure archetipiche confinate nel vuoto esistenziale, che esorcizzano ritualmente la loro condizione fino a superare la soglia della pantomima e sconfinare nell’oscurità dell’èrebo interiore. La direzione solleva il testo dal vincolo di una messa in scena puramente illustrativa per consegnarlo a un teatro di pensiero in azione, in cui i corpi e le voci degli interpreti diventano medium di concetti e contraddizioni. La coppia si muove in una dimensione scenica che è insieme campo di battaglia psicologico e laboratorio di linguaggio; la loro performance non si limita a incarnare Merteuil e Valmont, ma li trasforma in vettori di un discorso più ampio sulla decadenza dei sistemi di potere e sull’incomunicabilità ontologica. La tensione relazionale tra i due personaggi è resa con una precisione di tono e un controllo del tempo drammatico tali da far emergere un dialogo che trascende la polarità positiva/negativa per esplorare la zona grigia del desiderio come meccanismo di dominio e auto‑annientamento. La cifra poetica dell’allestimento risiede nella sua capacità di sintetizzare sapere e corpo, linguaggio e ritmo, in un’esperienza drammaturgica che non si lascia ricondurre a un’immediata catarsi emotiva ma sollecita una riflessione critica sulle connessioni tra storia, identità, potere e desiderio. Nel cuore dello spettacolo si avverte costante la tensione tra la matrice del testo di partenza e la sua trasposizione in un dispositivo contemporaneo, che configura la contraddizione come principio generativo piuttosto che come semplice oggetto narrativo. In questa riscrittura postmoderna i riferimenti alla dimensione storica del romanzo di Laclos — con le sue implicazioni sociali, morali e psicologiche — non sono eliminati, ma vengono ri‑orientati verso il presente: la decadenza dei costumi aristocratici, la relatività delle norme e l’indeterminatezza delle motivazioni si trasformano in cartografi di una crisi più ampia delle strutture di senso. Il risultato è una trama incarnata che non si esaurisce nella rappresentazione di figure storiche, ma utilizza il materiale di partenza come input semantico per aprire interrogativi sul linguaggio, sulla comunità e sulla natura delle relazioni umane. Il contributo musicale di Stefano De Meo gioca un ruolo strutturale nella costruzione dell’unità scenica: i materiali sonori, mai didascalici, insistono su tessiture dissonanti e pacati contrappunti che sostengono l’intreccio senza svelarne tutte le implicazioni. Questa partitura, con le sue ellissi e accumulazioni, si accorda con il testo frammentario, creando una tessitura percettiva in cui il suono non rappresenta, ma attiva percorsi di senso. Le soluzioni di scena e di costume di Vincenzo La Mendola amplificano tale impianto, disponendo l’area performativa come un campo di relazioni dinamiche in cui il corpo degli interpreti, i materiali scenici e i costumi concorrono a un continuum simbolico dal forte impatto visivo. La resa complessiva, nella raccolta Sala Blu del Franco Parenti, conferma come la danza verbale di Müller — ricca di accensioni liriche, scarti improvvisi e tensioni retoriche — si manifesti attraverso l’azione attorale con piena congruenza stilistica. Si tratta di una messinscena in cui la forma non è mero contenitore, ma agente di significato, un teatro in cui la tecnica si coniuga con l’intelligenza, l’analisi con l’emozione, e la frattura testuale con l’unità performativa. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 28 gennaio 2026 |
QUARTETT di Heiner Müllerispirato a Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos traduzione Saverio Vertone con Viola Graziosi, Maximilian Nisi regia Maximilian Nisi musiche originali Stefano De Meo produzione Teatro della Città In scena un ballo macabro dell’anima umana, un duello serrato, feroce, intellettuale tra due esseri in rovina. La marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont - figure emblematiche dell’aristocrazia del XVIII secolo - vengono spogliate di ogni maschera sociale e rinchiuse in un bunker fuori dal tempo e dallo spazio. Uno spazio claustrofobico, segnato dal cemento grezzo e dalle luci fioche isolato dal mondo esterno devastato, in cui il tempo è scandito solo dal ticchettio inesorabile di un orologio. Merteuil e Valmont rievocano, attraverso un perverso gioco teatrale, le loro conquiste, i tradimenti, i fantasmi del passato non solo i propri, anche quelli dell’altro. Si travestono, si imitano, si incarnano a vicenda. Poi entrambi si trasformano, a turno o insieme, in Madame de Tourvel – la giovane vittima sedotta. Le identità diventano così instabili: si sovrappongono, si fondono, si deformano in una vertigine performativa che Müller sfrutta per interrogarsi sulle dinamiche del potere, sul desiderio, il genere e la rappresentazione. Ogni battuta è una lama, ogni silenzio un colpo trattenuto. La marchesa e il visconte non cercano amore: lo usano come un’arma. Non desiderano l’altro: ne studiano la rovina. Müller affonda la penna nella carne dei personaggi con sarcasmo, crudeltà e una lucidità spietata, mettendo in scena un teatro della mente in cui la passione diventa strumento di dominio, di controllo, di vendetta. L’umorismo è nero, la follia si intreccia alla lucidità, la decadenza morale diventa forma scenica (fonte: comunicato stampa).
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