|
L’adattamento di Tommaso Mattei scava nel cuore filosofico dell’opera: la vertigine del tempo. L’aspro indagatore dell'anima si interroga su cosa siano passato, presente e futuro, arrivando a intuire che il tempo non è una misura esterna, ma una distensio animi, una dilatazione della coscienza che cerca di afferrare l'eternità mentre è prigioniero dello spazio. Dio non è un'astrazione, ma una presenza che si interseca con la carne, un nodo che lega il finito all'infinito in uno scontro tra il "qui" e il "sempre" dove la voce dell'attore diventa lo strumento di una ricerca smodata e quasi violenta. Il viaggio di questo intellettuale affamato di verità si snoda attraverso tappe cruciali dove l’incontro con Cicerone e la lettura dell’Ortensio agiscono come una rivelazione fulminante, accendendo il desiderio per la sapienza immortale, per poi scivolare nel passaggio per Teocrito, in un contrappunto struggente tra la bellezza della natura e l'asprezza della ricerca interiore. È in questo procedere che emerge l'Agostino uomo, il peccatore, il cercatore di senso prima ancora che l'ascesa al sacro lo cristallizzasse nel dogma. È questo il motivo per cui le sue pagine restano le più amate anche dagli atei: Agostino è tangibile, i suoi dubbi sono i nostri, la sua lussuria e i suoi errori lo rendono raggiungibile, un uomo che ancora reca su di sé il sentore delle umane erranze e del desiderio inappagato. Qui risiede l’equilibrio magnetico dello spettacolo. Alessandro Preziosi non rinnega il carisma che lo ha reso un'icona del grande pubblico — dai fasti di "Elisa di Rivombrosa" fino alla nuova avventura di "Sandokan" — ma lo mette al servizio di un fregio artistico di eccezionale spessore. La sua formazione, radicata nello studio dei grandi tragici e nelle regie di Molière e Shakespeare, traspare in ogni fibra: l'attore utilizza il proprio magnetismo come catalizzatore per rendere la complessità metafisica un'emozione condivisa e democratica. In lui, il binomio tomento ed estasi trova una sintesi perfetta. Preziosi si fa tramite del transito tra l'opera millenaria e la sensibilità moderna, dimostrando che l'isitinto di trascendenza non è un esercizio per pochi eletti, ma una necessità bruciante che abita ogni uomo, credente o meno. "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!" Nella penombra del teatro, il grido del neofita della verità attraverso la voce del monologhista ci ricorda che il sacro non è lontano dalle nostre debolezze, ma ne è, forse, la forma più alta di compimento. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 26 aprile 2026. |
Le confessini di Sant'Agostino
|









