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Ron
Sono un figlio

…e gira che ti rigira si torna sempre al centro della musica. “Quello era il centro della musica, quando i cantautori avevano da raccontare le sofferenze, gli anni bui…”

Durante la conferenza stampa per la presentazione di “Sono un figlio”, primo disco di inediti a 8 anni dal precedente “Un abbraccio unico”, Ron (Rosalino Cellamare) ci è parso quanto mai schietto, genuino. Proprio vero che con l’avanzare dell’età non si ha più remore a dire la propria opinione su vari argomenti attinenti al panorama musicale odierno, pur con sagacia e tocco “[…] i rapper raccontano, parlano di temi importanti, ma le loro canzoni non mi arrivano, non mi trasmettono emozioni […] una volta il festival di Sanremo era basato sulle canzoni; ora si punta più sui personaggi, su chi canta […] “ (e non su cosa si canta, ndr); non solo, ma questa volta Ron apre le porte della sua storia familiare attraverso i brani di questo album, dedicato alla memoria di suo padre Savino, scomparso nel 2010.

Ad accompagnare il cantautore pavese in questo intenso album alcuni dei musicisti che lo hanno accompagnato nel suo ultimo tour dedicato a Lucio Dalla, cui Ron è stato artisticamente legato per molti decenni, almeno fino agli anni ’90, come racconta nella sua biografia “Chissà se lo sai” (Piemme editore 2015), anche se la collaborazione con l’autore bolognese proseguirà anche nel nuovo secolo. Le collaborazioni d’altro canto sono una caratteristica della carriera di Ron, poiché “C’è sempre la curiosità di scoprire nuovi talenti, di collaborare con loro”, a partire da Biagio Antonacci, che reduce dal festival di Sanremo con “Voglio vivere in un attimo”, nel 1988 lo accompagnò durante la promozione del tour de “Il mondo avrà una grande anima”, fino alla collaborazione più recente con Leo Gassman che in questo disco ha scritto e cantato insieme “Questo vento”, una canzone che mette a confronto due generazioni distanti, ma con la voglia di imparare reciprocamente e la speranza di disegnare un mondo diverso. In questo brano il giovane cantautore romano ha scritto di proprio pugno il testo da lui interpretato.

Riferendosi a questa collaborazione e più in generale agli incontri con le nuove generazioni (nella sua biografia Ron narra la sua decisione di aprire anni fa una scuola di musica o di come sia finito a bere e a discutere insieme ad un gruppo di adolescenti che avevano presenziato per caso ad un suo concerto e si chiedevano chi fosse) il cantautore afferma: “Nonostante l’esperienza, continuo a pormi domande, bisogna porsi domande, sempre […] e anche se una volta facevo note altissime e le mie corde vocali mi presentano delle gravità che prima non avevo, l’emozione di cantare resta altissima, perché la musica mi salva sempre […] soprattutto durante il periodo che tutti abbiamo sperimentato, all’inizio non toccavo un tasto del pianoforte, non avevo voglia di ascoltare musica. Invece con il passare dei giorni ho capito che questo momento poteva servire per guardarsi ancora di più nell’intimo, per ascoltare il proprio cuore […]

Da questa esperienza, dai riaffiorati ricordi e dalla presa di coscienza che il nostro domani può cambiare da un momeno all’altro, nasce la volontà di raccontare per la prima volta in musica la storia dei suoi genitori. “Sono un figlio”, assieme ad “Annina”, sono difatti le uniche due canzoni dell’album firmate in toto dall’autore e forse le più “intime”. “Annina” è l’invito ad ogni donna a vivere l’attimo senza curarsi della propria immagine allo specchio; un consiglio quanto mai attuale dopo il momento in cui molti di noi hanno vissuto sietro a una finestra senza più relazioni per un bel po’ di tempo. Molte le collaborazioni ai testi (ma anche per le musiche) in questo album, che riguardano parolieri e musicisti  “collaudati”, ma anche giovani autori: Guido Morra, Maurizio Fabrizio, Bungaro, Giulio Wilson, Niccolò Agliardi, Edwyn Roberts, Mattia Del Forno de “La Scelta”, Cesare Chiodo, Rakele, Donato Santoianni.

Bungaro, asieme a Cesare Chiodo e Rakele, ha firmato “Più di quanto ti ho amato”, un brano drammatico e straordinariamente intenso, cui è stato anche dedicato un commovente video. La curiosità è che questa composizione e la sua armonizzazione - molto “orchestrale” - ricorda un altro bellissimo brano autunnale che ha dato anche il nome alla casa editrice di Ron, ossia “Le foglie e il vento” e ci piace pensare che tutto sommato vi sia un leggereo fil rouge tra quel brano scritto ormai 30 anni fa e questo.

Un altro brano orchestrale a detta dello stesso Ron è il conclusivo “I gatti”, scritto assieme a Giulio Wilson Rosetti e Valter Sacripanti e scelto per l’uscita dell’album. È una canzone poetica e malinconica in cui l’assenza di un amore che non c’è più, è riempito dalla presenza da questi “strani esseri extraterrestri”. Per chi scrive il brano più coinvolgente sotto ogni aspetto, assieme al già citato “Più di quanto ti ho amato” e a “Un’astronave nel cielo” (scritto da Mattia Del Forno della band “La scelta”), in cui sono espresse le paure che si porta appresso il sentimento unico dell’amore, o forse il contrastato senso del darsi e non darsi all’altro, la nascosta eppur sempre presente paura di farsi e fare del male a causa delle  nostre fragilità; una melodia intensa sottolineata dalla raffinata presenza di Paolo Fresu alla tromba.

È infine un amore mai rivelato se non attraverso le lettere quello descritto dal brano “Nelle lettere” ad opera di Niccolò Aglliardi ed Edwin Roberts, suo collaboratore da un decennio; una delicata canzone in cui si racconta dell’impossibilità di esprimersi se non appunto attraverso le lettere (argomento tanto caro a Ron, in quanto in passato prolisso scrittore di lettere), che ci sostengono per sentirsi “vivi”.

È forse paradossale, ma per stessa sua ammissione, la canzone cui Ron è in assoluto più legato è una “cover”, ossia quella del cantautore americano Danny O' Keefe, “Una città per cantare” (“The Road”, inizialmente pubblicata nel 1972 e poi incisa nel 1977 da Jackson Browne), canzone che ha in qualche modo siglato il suo ingresso nel mondo dei cantautori con l’album omonimo del 1980. D’altro canto le interpretazioni di altri autori sono sempre paiciute a Ron: dopo “Una città per cantare” è stata la volta di “Cosa farò” (“Lonely Boy” del cantautore statunitense Andrew Gold), uscita in “Guarda chi si vede” (1982) e poi ancora “Ferite e lacrime” (cover di “You” dei Ten Sharp), inclusa in “Vorrei incontrati tra cent’anni” (1996), fino a dedicare un intero album alle interpretazioni di canzoni straniere, ossia “Way Out” (2013). Questo album non fa eccezione, tanto che è presente “Quel fuoco”, traduzione letterale compiuto assieme alla sorella Enrica, del brano “Break My Heart Again” del cantautore e produttore Finneas, una delle “scoperte” di Ron durante il periodo di lockdown: “abbiamo adattato il testo poiché non ci è stata data la possibilità di modificarlo, ma io amavo questa canzone e quindi abbiamo deciso di tradurla assieme a mia sorella, mantenendone intatto il senso lirico”. Qual è il criterio di selezione per le canzoni eventualmente da reinterpretare? È presto detto: “sono canzoni che mi prendono, che mi emozionano”.

 


 

Ron: Chitarre, tastiere, voce
Roberto Gallinelli: Basso
Nicola Costa: Chitarra elettrica, chitarra 12 corde
Elio Rivagli Batteria
Tony Bungaro: Piano
Cesare Chiodo: Archi ed effetti
Simone Bertolotti: Tastiere
Fabrizio Bicio Leo: Chitarra Elettrica ed Acustica
Alessandro Valle: Pedal steel
Paolo Fresu: Tromba
Mattia Del Forno: Sinth e tastiere, campionamenti
Fabio Coppini: Tastiere, ritmica, basso
Camilla: Cori
Matteo Costanzo: Programmazione Sinths, Strings, Piano, Percussioni
Giuseppe Taccini: Chitarra Elettrica, Basso, Piano
Francesco Caprara: Batteria
Ismalia Mbaye/ Kora Alieu Saho: Percussioni
Giuseppe Barbera: Piano
Clemente Ferrari: Orchestrazione Archi

Anno: 2022
Label: Sony Music
Genere: Cantautori

Tracklist:
01. Sono un figlio
02. Più di quanto ti ho amato
03. Abitante di un corpo celeste
04. Diventerò me stesso
05. Un’astronave nel cielo
06. Melodramma pop
07. La stessa persona
08. Annina
09. Questo vento
10. Quel fuoco
11. Nelle lettere
12. Fino a domani
13. I gatti


 

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