Siamo tutti sulla stessa arca
Milano, Teatro Carcano, 2 novembre 2026

Alcuni testi attraversano i secoli conservando intatta la propria forza, ma non necessariamente il significato originario. La Genesi appartiene a questa singolare categoria. Patrimonio della memoria religiosa e dell'immaginario occidentale, è giunta sino a noi attraverso una stratificazione di interpretazioni, consuetudini esegetiche e adattamenti culturali che, talvolta, hanno finito per attribuire alla fonte persino ciò che la fonte non si era mai sognata di affermare. È proprio in questo scarto, tanto fecondo quanto insidioso, che si colloca Siamo tutti sulla stessa Arca, scritto da Diego Passoni con Federica Cacciola e diretto da Enzo Curcurù, in scena al Teatro Carcano.
L'impresa ha una levità che sarebbe imprudente confondere con la superficialità. Sotto la veste di un divertissement irriverente, punteggiato di arguzie, ammiccamenti e deliziosi cortocircuiti semantici, si cela infatti un lavoro di studio tutt'altro che estemporaneo. La materia biblica è affrontata con una curiosità esegetica autentica e una precisione che rendono particolarmente godibile il gioco fra ciò che si crede di sapere e ciò che, a ben guardare, è effettivamente scritto. Il sorriso precede la riflessione, ma non la sostituisce. Ne è, piuttosto, il più raffinato complice. La risata diventa così un cavallo di Troia intellettuale, attraverso il quale insinuare interrogativi tutt'altro che frivoli. Adamo ed Eva, il giardino, il frutto proibito, le genealogie, le discendenze e soprattutto Abramo, patriarca per eccellenza, vengono sottratti alla compostezza un po' ingessata dell'iconografia tradizionale. Il repertorio è familiare, quasi domestico per chiunque abbia ricevuto un'educazione cattolica, ma proprio questa familiarità sembra averne talvolta scoraggiato l'approfondimento. Il catechismo ha consegnato alla memoria collettiva una versione ordinata e facilmente riconoscibile delle origini, non sempre coincidente con la complessità del testo. L'autore interviene esattamente là dove la certezza si è fatta abitudine, concedendosi il lusso, assai salutare, di rimettere tutto in discussione. Uno degli aspetti più intriganti del lavoro riguarda quello che si potrebbe definire l'adattamento convenzionale delle Scritture. Nel corso dei secoli, il racconto originario è stato ricondotto entro le coordinate morali, culturali e sociali delle epoche che lo hanno tramandato. La tradizione non si limita dunque a custodire, ma talvolta seleziona, leviga, semplifica e, quando necessario, rende presentabile ciò che potrebbe risultare scomodo. Una sorta di sartoria esegetica, nella quale anche il testo più antico finisce per essere accomodato secondo la sensibilità del momento. Il risultato è curioso. A furia di conoscere la versione che ci è stata raccontata, rischiamo di dimenticare quella che è stata effettivamente scritta. È qui che si manifesta la particolare sagacia dell'autore, soprattutto nell'uso dell'equivoco linguistico, sapientemente strumentalizzato come chiave di lettura e non come semplice espediente comico. Le parole vengono interrogate, ricondotte alla loro origine, liberate dalle accezioni che il tempo ha loro sovrapposto. Le traduzioni rivelano ambiguità inattese, le certezze mostrano qualche incrinatura e il dettaglio filologico, anziché appesantire, diventa occasione di irresistibile divertimento. Anche la fortuna teologica del peccato originale offre l'opportunità di distinguere il testo biblico dalle successive elaborazioni dottrinali. Si scopre così che una parte considerevole di ciò che consideriamo indiscutibilmente scritto appartiene, in realtà, alla lunga e talvolta fantasiosa carriera delle interpretazioni. Abramo, con le sue relazioni e le intricate ramificazioni genealogiche, acquista una consistenza assai meno monumentale e decisamente più umana. Le stirpi si popolano di legami, desideri, conflitti e responsabilità, restituendo alle vicende patriarcali una complessità che la memoria catechistica aveva opportunamente semplificato. Anche la discendenza, con le sue implicazioni morali e simboliche, si sottrae alla rigidità di una rappresentazione precostituita. Ne emerge una storia di uomini, delle loro ambizioni e delle loro fragilità, nella quale il divino non si manifesta come un censore inflessibile, intento a distribuire patenti di rispettabilità. Dio attraversa le vicende umane, ne accompagna le controversie e ne abita le contraddizioni, senza che la dimensione spirituale debba necessariamente coincidere con un tribunale morale. Particolarmente felice è l'attenzione dedicata alla parola «ebreo» e alle suggestioni etimologiche legate alla radice ‘avar, associata all'idea del passaggio e dell'attraversamento. Da questa prospettiva prende forma una riflessione sull'identità intesa non come appartenenza immobile, ma come esperienza dinamica, suscettibile di trasformazione. Il collegamento con le questioni contemporanee della transizione e delle identità queer si sviluppa con una naturalezza che evita tanto l'anacronismo quanto la provocazione fine a se stessa. Il passato non viene forzato per compiacere il presente, ma interrogato per restituire a quest'ultimo una prospettiva più ampia. A rendere ancora più gustosa la contaminazione intervengono Madonna e Britney Spears, icone di un immaginario pop nel quale emancipazione, rappresentazione del corpo e autodeterminazione hanno assunto una rilevanza culturale tutt'altro che trascurabile. L'accostamento con i patriarchi biblici ha tutta l'aria di una provocazione, ma rivela una precisa coerenza intellettuale. La cultura popolare non è un ospite indesiderato nel salotto della tradizione, né deve chiedere permesso per entrarvi. Può anzi contribuire a illuminarne aspetti inattesi, dimostrando che fra sacro e profano la distanza è talvolta assai più breve di quanto le rispettive istituzioni siano disposte ad ammettere. La costruzione teatrale si affida a una presenza ternaria, formula particolarmente congeniale alla sensibilità artistica del protagonista. La pluralità delle voci non è un semplice espediente distributivo, ma un principio compositivo che imprime all'insieme ritmo, mobilità e una piacevole imprevedibilità. La familiarità con la coralità e con il gioco delle tre voci trova del resto un precedente naturale nella lunga esperienza radiofonica di Pinocchio, accanto a La Pina e Valentina, su Radio Deejay. Un sodalizio nel quale la complicità, il tempo della battuta e la capacità di intercettare il sottinteso costituiscono un'autentica cifra espressiva. Al parlato recitato si affianca un contrappunto musicale di particolare pregio, affidato all'arpa e al canto in falsetto. La timbrica delicata dello strumento introduce una suggestione quasi sacrale, mentre la tessitura vocale, insolita e raffinata, aggiunge una qualità di leggerezza poetica. Non si tratta di un semplice accompagnamento, ma di una componente drammaturgica che dialoga con la parola, ne modula le tensioni e ne amplifica le risonanze. Alla vivacità del racconto si alternano momenti di sospensione, nei quali la musica sembra concedere al pubblico una pausa contemplativa. Una scelta di misura e sensibilità, capace di sottrarre la pièce alla prevedibilità del monologo e alla rigidità della conferenza. La struttura a tre voci, fra recitazione e interventi musicali, produce un equilibrio scenico gradevolmente mobile. La parola viene rilanciata, contraddetta, accompagnata e talvolta poeticamente sospesa. La leggerezza non è mai casuale, ma accuratamente governata, e proprio in questa alternanza risiede una delle qualità più apprezzabili dell'allestimento. Per risalire alla matrice letteraria del progetto occorre tornare al volume Siamo tutti sulla stessa arca. Cosa ho imparato dalla Bibbia su di me, sugli altri e sulle nostre vite incasinate, pubblicato nel 2020. È il laboratorio originario di questa ricerca, un percorso personale di avvicinamento alle Scritture, alimentato dallo studio dell'ebraico antico e dal confronto con la tradizione interpretativa ebraica. Non un trattato teologico, né un'ambiziosa dissertazione accademica, ma il resoconto di un lettore che decide di attraversare il testo biblico per rintracciarvi qualcosa che riguarda, molto da vicino, la propria esperienza e quella degli altri. La trasposizione teatrale non si limita a trasferire sulla scena i contenuti del libro. Ne seleziona i nuclei più significativi, ne riconfigura il ritmo e li restituisce attraverso la vivacità della parola pronunciata, la complicità con il pubblico e il contrappunto musicale. Se la pagina conserva la distensione della ricerca individuale, il palcoscenico ne sviluppa la vocazione dialogica, trasformando l'approfondimento in un'esperienza condivisa. È un passaggio di linguaggio nel quale emerge appieno la versatilità di un artista capace di muoversi fra scrittura, radio e teatro senza smarrire la sostanza speculativa del proprio lavoro. La sua storia professionale contribuisce a spiegare questa duttilità. La formazione artistica, le esperienze televisive e la lunga frequentazione del mezzo radiofonico hanno affinato una capacità espressiva nella quale l'intelligenza della battuta convive con una notevole precisione d'osservazione. Il conduttore di Pinocchio non è affatto estraneo all'interprete teatrale, ma ne rappresenta una delle matrici più riconoscibili. La gestione dei tempi, la sensibilità per il sottinteso e la capacità di trasformare una digressione in un'occasione di scoperta trovano qui una materia particolarmente congeniale. Il pregio più rilevante della pièce risiede, tuttavia, nella sua raffinata ambivalenza. Il retrogusto ironico, la disinvoltura degli accostamenti e la contaminazione fra genealogie bibliche e icone pop potrebbero suggerire, a uno sguardo distratto, un divertissement piacevolmente frivolo. Sarebbe un errore fermarsi alla superficie, per quanto seducente. Sotto la brillantezza della battuta si cela un lavoro serio, un'osservazione insistita e una riflessione che non rinuncia alla complessità. La leggerezza diviene così una scelta stilistica, non una concessione alla superficialità. Del resto, non occorre indossare l'espressione contrita del teologo per affrontare questioni importanti. L'ironia, quando è sostenuta dalla conoscenza, possiede una capacità critica persino superiore alla solennità. Non banalizza il sacro, ma ne sottrae la lettura all'automatismo; non ridicolizza la tradizione, bensì ne interroga le incrostazioni. E soprattutto evita la tentazione di sostituire un dogma con un altro, magari di segno opposto. Si affida piuttosto alla curiosità, all'esercizio del dubbio e alla libertà di tornare sulle parole. Il titolo rivela infine tutta la propria felice intuizione metaforica. L'arca non è soltanto il luogo simbolico della salvezza, ma la rappresentazione di una condizione condivisa, di una comunità di destini nella quale le differenze non costituiscono un inconveniente da correggere, bensì una componente imprescindibile dell'esistenza collettiva. Nessuno, in fondo, può arrogarsi il diritto di compilare da solo la lista degli ammessi all'imbarco. Siamo tutti sulla stessa Arca lascia emergere, dietro il sorriso e la provocazione, un pensiero di notevole coerenza. La tradizione non va necessariamente abbattuta, ma liberata dalle interpretazioni che ne hanno impoverito la complessità. E forse il gesto più autenticamente rivoluzionario consiste proprio nel tornare a leggere, senza soggezione e senza pregiudizi, ciò che si riteneva di conoscere da sempre. Una pièce che ha il pregio di far sorridere dell'ovvio, dubitare del consueto e riflettere sull'essenziale. Con un'eleganza maliziosa che, persino alle porte del Paradiso, non guasta affatto.


La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 2 novembre 2026.

















Siamo tutti sulla tessa arca

con Diego Passoni

scritto da Diego Passoni
in collaborazione con Federica Cacciola
con la partecipazione di Dario Guidi
regia Enzo Curcurù

Protagonisti del giornalismo, della divulgazione scientifica e artistica, del teatro, della musica e della cultura contemporanea si succederanno nelle lezioni sceniche del lunedì sera, i Follow The Monday, che trasformano da anni il Carcano in un luogo di incontro e confronto.
Lunedì 2 novembre il protagonista è stato Diego Passoni, conduttore tv e scrittore, che accompagnerà il pubblico in un viaggio nel primo libro della Bibbia - che quasi nessuno ha letto davvero -  per scoprire che ce lo hanno raccontato male, e che ha molto ancora da dire su di noi e sui nostri giorni. Un libro pieno di speranze, sesso, sangue, bugie, violenza e scene di nudo, e dunque irresistibile!
Diego Passoni è stato ballerino e conduttore Tv, da più di vent'anni con la Pina e la Vale accompagna a casa gli ascoltatori di Pinocchio su radio Deejay; scrive, percorre cammini, e studia con passione le Scritture (fonte: comunicato stampa).



Teatro Carcano

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