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È il 1941, e la Germania hitleriana ha bisogno di uno specimen. Kaufmann viene calunniato di aver intrattenuto una relazione intima con una giovane ariana: nasce così il primo processo celebrato per contaminazione razziale, secondo le Leggi di Norimberga. Lo spettatore si trova d'innanzi ad una duplice coercizione: una fisica, la cella angusta del carcere di Stadelheim a Monaco, e una simbolica, rappresentata dall'abitazione di Leo Kaufmann, ambiente privato e domestico che si trasforma in luogo d’inquisizione e stigma, crocevia tra intimità e sorveglianza Questo parallelismo scenico è dirimente nella struttura drammaturgica: la prigione e la casa sono spazi speculari e speculativi, entro cui si consuma la decostruzione dell’identità del protagonista. L’una è il luogo dell’attesa della morte, l’altra il teatro della condanna pubblica. Entrambi, tuttavia, eletti ad aree della violazione del corpo, della parola, del diritto. Il salotto borghese, che nel romanzo è tratteggiato come sobrio e ordinato, viene assediato da occhi estranei, da gendarmi e giudici, trasformandosi in una sede di giudizio totalitario. La quotidianità viene colonizzata dall’ideologia nazista. Nella rivisitazione drammaturgica, questa trasfigurazione è resa attraverso la memoria evocata da Kaufmann stesso: la sua dimora non è più rifugio, ma proscenio del sospetto, sacrario profanato dal controllo biopolitico. La cella, di contro, diventa un ambito di resistenza interiore. Qui il protagonista, incarnato da un imponente Franco Branciaroli, non è più accusato bensì messaggero. La parola si emancipa dalla logica processuale e assume valore etico, testimoniale, quasi liturgico. Il corpo del presidente della Comunità ebraica di Norimberga in stato di segregazione, diventa deposito di memoria e coscienza civile. La regia di Maccarinelli opta per una mise en espace essentiel ma altamente significativa: la gattabuia non è mero spazio realistico, ma struttura simbolica, luogo mentale e storico insieme. Luci fredde, cromatismi neutri e la scelta di mantenere pochi elementi scenici collocano l’attenzione sul virtuoso corpo attoriale e sulla parola. La scrittura di Grasso, fedele al rigore storico e intessuta di pietas umana, viene trasposta nel dialogo scenico con rigorosa sobrietà. Non vi è retorica, ma una laica liturgia del ricordo. I personaggi, Leo, Irene, Padre Höfer diventano vettori di una tensione morale, e l’intera opera si configura come un atto processuale alla memoria collettiva, più che al singolo individuo. Il doppio scenario – cella e casa – non è soltanto un espediente scenografico: è il cuore ideologico della messinscena. Indica che non vi è distinzione, sotto i regimi totalitari, tra ambito privato e sfera pubblica. Tutto è esposto, tutto è giudicabile, tutto è pervertibile. È nella commistione di queste due orbite che si rivela la vera crudeltà del nazismo: non tanto nel gesto eclatante della condanna, quanto nella penetrazione silenziosa dell’intimità. Il doppio scenario non è soltanto un espediente scenografico ma il nucleo ideologico della messinscena. Rimarca l'inequivocabile mancanza di discriminazione, sotto i regimi totalitari, tra terreno privato e pubblico. Nella sua resa teatrale, un elaborato dialettico necessario, capace di fondere memoria e linguaggio, contesto e coscienza, fino a postulare sul presente. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 9 maggio 2025 |
Il caso Kaufmann
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