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Queensrÿche
Condition Hüman

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Affrontare una dura battaglia legale contro il proprio ex cantante non deve essere una passeggiata, soprattutto se l’uomo che si ha di fronte è stato per anni un amico con il quale si sono condivisi il palco e la vita on the road. Se si aggiunge che il personaggio in questione risponde al nome di Geoff Tate, padrone di una delle voci che marchiano a fuoco qualsiasi proposta musicale, la cosa deve essere sicuramente molto dolorosa.

Una band qualunque sarebbe uscita con le ossa rotte da una situazione simile, ma i Queensrÿche non sono una band qualunque.

Scott Rockenfield, Michael Wilton e Eddie Jackson si sono ripresi velocemente e hanno avuto la fortuna di incocciare sulla propria strada Todd La Torre (ex Crimson Glory), rivelatosi fin dall’inizio un degno sostituto di Tate (compito davvero non facile).

Alla fine del 2013, quando ancora era in corso la disputa in tribunale per stabilire chi dovesse mantenere i diritti sul monicker, il trio sopra citato, con l’aiuto del nuovo vocalist e del chitarrista Parker Lundgren, pubblicava l’album omonimo, scritto e registrato in fretta e furia per competere con il vecchio compagno, che negli stessi giorni faceva uscire il disco Frequency UnknownGià allora si era intuito il percorso che i cinque volevano intraprendere e cioè un ritorno alle origini, ovvero a quell’US power metal (di ispirazione britannica ed europea) che negli anni ’80 aveva fatto gridare al miracolo.

L’obiettivo è diventato sempre più chiaro nelle recenti esibizioni live, durante le quali sono stati ripescati alcuni brani dal primo EP e dal primo full lenght The Warning, pezzi che ormai con Tate non venivano suonati da tempo.
Ovviamente l’età anagrafica gioca a favore dell’ugola di La Torre, quindici anni più giovane del suo predecessore. 
L’amalgama con il nuovo frontman si è consolidato e la sua capacità di scrivere i testi e di comporre (non va dimenticato che Todd nasce come batterista e se la cava anche con la chitarra) ha instillato linfa vitale nei componenti originari, ridonando loro quell’entusiasmo che con il vecchio socio si stava affievolendo disco dopo disco.

Condition Hüman (che anche questa volta esce quasi in contemporanea con il lavoro degli Operation Mindcrime, il nuovo progetto di Tate) conferma quanto detto sino ad ora, infatti tutta la prima parte del disco è un esplicito richiamo al passato, come se il gruppo avesse voluto riprendere un discorso interrotto circa 25 anni fa.

Si va dall’heavy metal più classico, costruito su partiture chitarristiche che rielaborano gli insegnamenti della Vergine di Ferro (“Arrow of Time”), sino alle atmosfere malinconiche e raffinate di Empire (“Toxic Remedy”). Non mancano le autocitazioni (la triste marcia suonata sul rullante già sentita sul finale di “En Force” – dal primo album - ritorna nell’intro  di “Hellfire” e in coda a “Selfish Lives”) e, volendo, si possono notare anche alcune somiglianze con i meno fortunati concittadini Heir Apparent (quelli di Graceful Inheritance).

Ma se fino alla quinta traccia ci sono canzoni di “mestiere”, con riff azzeccati e ritornelli vincenti (ed era lecito aspettarsi questa direzione sonora), dal sesto brano in poi troviamo una serie di sorprese. “Eye9”, scritta dal solo Jackson, si impone con un giro di basso prepotente che trascina in un cadenzato vortice tutti gli altri strumenti. “Bulletproof” è una rock ballad in 6/8 emozionante, impreziosita da un ottimo assolo di Lundgren e con un’apertura melodica degna dei Dream Theater; “Hourglass”, invece, si segnala per il suo chorus epico, per il lavoro delle due soliste e per il bel crescendo finale. “Just Us” è il vero gioiello dell’album, un pezzo quasi acustico scritto con il cuore (pieno di rimandi ai lavori più rarefatti di gente come Rush, Yes e Glenn Hughes), nel quale il nuovo singer sfodera diversi registri vocali e mette in mostra tutta la sua capacità interpretativa.
All There Was” omaggia i Judas Priest e si incanala nel solco già tracciato dalle storiche “Spreading the disease” e “Needle Lies”. Lo spazio in chiusura è occupato dalla lunga e sperimentale title track che, con i suoi quasi otto minuti di arpeggi liquidi, cambi di tempo e assoli, scrive un altro capitolo della storia del prog metal, genere che i Queensrÿche (insieme ai già citati Dream Theater ed ai Fates Warning, ciascuno con la propria cifra stilistica) hanno praticamente inventato.

La produzione curata da Chris “Zeuss” Harris (di recente al lavoro con Rob Zombie e prima ancora all’opera con Soulfly, Sanctuary ed Huntress) ha conferito al disco un taglio modernissimo, la batteria suona corposa ed il sound delle chitarre è affilato e micidiale. 
Anche se i ritornelli sono facilmente assimilabili, la struttura dei brani è molto complessa, infatti occorrono molteplici ascolti per apprezzare la profondità delle canzoni e cogliere le sfumature nascoste e tutte le stratificazioni armoniche imbastite dai due chitarristi.
Il lavoro trasuda gioia, passione e freschezza e si avverte una libertà compositiva che negli ultimi lavori era come frenata e ostacolata.
Questa opera dimostra che, anche senza stravolgere uno stile collaudato, è possibile comunque innovare e fare passi avanti (cosa che il gruppo ha sempre cercato di fare).
Insomma, un ritorno agli esordi, ma anche un desiderio di cambiamento che getta le basi per gli sviluppi futuri.

La formazione è tornata alla grande ed è ormai pronta a riconquistare il posto che le compete nella Storia del Metal.

Nessun dubbio: i Queensrÿche non sono una band qualunque.

Voto: 90/100

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- ENGLISH VERSION -


Facing a hard legal battle against your former singer should not be a walk, especially if you are confronting with a man who was a friend for years and with whom you shared the stage and the life on the road. If you add that the character in question is Geoff Tate, owner of one of the voices which brands any musical style, this thing must be surely very painful. An ordinary band would be come out with its broken bones from a similar situation, but Queensrÿche is not an ordinary band.

Scott Rockenfield, Michael Wilton and Eddie Jackson were pulled itselves together quickly andt hey were lucky to meet on their way Todd La Torre (ex Crimson Glory), who showed himself from the beginning a worthy replacement of Tate (and this was nota n easy task at all).

At the end of 2013, when the dispute in court was still in progress to decide who had to keep the rights on the moniker, the above-mentioned trio, with the help of the new vocalist and guitarist
Parker Lundgren, published the album having the same name, written and registered in a hurry to compete with the old partner, who published in those same days the disc Frequency unknown. By then it was already understood the path that the five ones wanted to undertake, and that is a return to the origins, or to that US power metal (a British and European-inspired style) that in the 80's turned out to be a miracle.

The goal has become more and more clear in the recent live performances, during which they brought back some songs from the first EP and from the first full length The Warning, which are pieces that with Tate they did not play for some time. Obviously, the chronological age works in favour of La Torre’s voice, who is fifteen years younger than his predecessor. The amalgam with the new frontman became consolidated and his ability to write lyrics and to compose (do not forget that Todd was born as a drummer and he can play the guitar, too) has instilled life lymph in the original members, restoring that enthusiasm that with the old partner was fading disc after disc.

Condition Hüman (which one, once again, comes out almost simultaneously with the work of Operation Mindcrime, the new project of Tate) confirms what has been said so far, in fact, the first part of the album is an explicit reference to the past, as if the group had wanted to resume what they were saying about 25 years ago.

They range from the more classic heavy metal, built on scores of guitar that revises the teachings of Iron Maiden ("Arrow of Time"), to the melancholy and refined atmospheres of Empire ("Toxic Remedy"). There are some self-quotations (the sad march played on the snare drum already listened to the end of "En Force" – in the first album – returns in the introduction of "Hellfire" and at the end of "Selfish Lives") and, if desired, it is also possible to notice some similarities with the less lucky fellow citizens Heir Apparent (those ones of Graceful Inheritance).

But if until the fifth song there are songs of "craft", with well-chosen riffs and winning refrains (and it was right to expect this sound direction), starting from the sixth song  we find a series of surprises. "Eye9", written only by Jackson, stands out with an overbearing bass line which drags in a rhythmic vortex all the other instruments. "Bulletproof" is an exciting  rock ballad in 6/8, that is enhanced with an excellent solo of Lundgren and with a melodious opening worthy of Dream Theater; "Hourglass" distinguishes itself for its epic chorus and for the work of the two soloists and the beautiful final crescendo. "Just Us" is the true gem of the album, an almost acoustic piece written with the heart (it is full of references to the more rarefied works of people like Rush, Yes and Glenn Hughes), in which the new singer shows off different vocal registers and all his interpretative ability.
"All There Was" pays homage Judas Priest and goes towards the path already traced by the historic "Spreading the Disease" and "Needle Lies". The space at the end is occupied by the long and experimental title track which, with its almost eight minutes of liquid arpeggios, tempo changes and solos, writes another chapter in the history of prog metal, a genre that Queensrÿche (along with the above-mentioned Dream Theater and the Fates Warning, each of them  with their own style signature) have practically invented.

The production directed by Chris "Zeuss" Harris (recently at work with Rob Zombie and long before with Soulfly, Sanctuary and Huntress) gave the disc a very modern cut, the drums have a dense sound and the sound of the guitar is sharp and deadly. Even though the refrains are easily assimilable, the structure of the songs is very complex, it requires multiple listenings to appreciate the depth of the songs and to detect the hidden nuances and all harmonic layers drafted by the two guitarists.
The work gives off joy, passion and freshness and there is a freedom of composition which, in the recent works, was controlled and hindered.
This work shows that even without changing a tested style, it is possible to innovate and to take steps forward (this is a thing that the group has always tried to do).
In short, a return to the beginnings, but also a desire of changing that lays the basis for the future developments.

The group makes a big comeback and now it is ready to regain the place what is due to it in the History of Metal.

No doubt: Queensrÿche is not an ordinary band.

Rating: 90/100


Todd La Torre: Voce
Michael Wilton: Chitarre
Parker Lundgren: Chitarre
Eddie Jackson: Basso, cori
Scott Rockenfield: Batteria

Anno: 2015
Label: Century Media
Genere: Heavy Metal, Prog Metal

Tracklist:
01. Arrow of Time - 03:59
02. Guardian  - 04:19
03. Hellfire - 05:05
04. Toxic Remedy - 04:09
05. Selfish Lives - 04:57
06. Eye9 - 03:20
07. Bulletproof  -  04:00
08. Hourglass  - 05:09
09. Just Us - 05:58
10. All There Was - 03:44
11. The Aftermath - 00:56
12. Condition Hüman - 07:45

Bonus track
13. Espiritu Muerto - 3:40
14. 46° North - 3:33
15. Mercury Rising - 3:55


Nota:
"Espiritu Muerto" si trova sul lato D della versione in vinile e nel CD deluxe edition.
"46° North" e "Mercury Rising" sono il lato  A e B di un vinile in formato 7"


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