Home Recensioni Album Elvenking - Red Silent Tides

Elvenking
Red Silent Tides

C’è nelle cose umane una marea che colta al flusso conduce alla fortuna, ma, se perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di miserie... In dieci anni di attività i friulani Elvenking hanno esplorato vari territori musicali senza mai ripetersi. Dai primi passi mossi in campo folk metal, sono passati al power metal melodico, poi all’heavy oscuro ed aggressivo dell’album The Scythe (La Falce) incentrato sul tema della morte, sino ad arrivare al penultimo album del 2008, Two Tragedy Poets (...and a Caravan of Weird Figures), quasi completamente acustico, ma non per questo meno potente. Red Silent Tides è la sesta avventura degli Elvenking e rappresenta l’ennesima sperimentazione del gruppo alla ricerca di nuove sonorità. Nulla è andato perso per strada (forse solo il cantato in growl), le esperienze maturate in passato sono state interiorizzate e vengono questa volta rielaborate con l’introduzione di influenze hard rock.

La degna apertura del disco è affidata a "Dawnmelting", che parte con un muro sonoro costruito da tutti gli strumenti e prosegue con numerosi cambi di tempo e di atmosfera. La voce di Damna interpreta il brano utilizzando la giusta sfumatura per ogni verso, passando dall’erotico sospiro alla disperazione urlata. "The last hour" ha un coro iniziale che riecheggia subito nella testa, la struttura del pezzo sembra semplice, ma ad un tratto irrompe un passaggio classicheggiante, che si dissolve in un memorabile assolo di Lethien al violino; "Silence de mort" si apre con un piano drammatico ed un sussurro sinistro, la parte centrale esplode in uno spettacolare minuto strumentale, con le chitarre di Aydan e Rafahel avvinghiate “come serpenti in amore”, per poi sfociare in uno stop acustico e la ripresa del chorus. Segue "The cabal", primo singolo con relativo video, estratto dall’album, song dal riff cadenzato, con il violino a ricoprire un ruolo importante e con un testo autobiografico e struggente scritto da Damna, che ci descrive il vuoto e la tristezza che si provano per la scomparsa di una persona cara. "Runereader", è una riflessione sul saper guardare e leggere oltre le apparenze, l’arpeggio iniziale si fonde con un riff assassino, in un brano che alterna folk e power, con cori epici sostenuti dalla roboante doppia cassa di Zender; "Possession" è una potente ed intensa ballad, con ricami di piano e tastiere, ed ancora una superba prova vocale di Damna. "Your heroes are dead" è il pezzo più aggressivo di tutto il lavoro, in esso convivono l’anima folk e quella più heavy del gruppo, spicca la precisione chirurgica della sezione ritmica e magnifico è anche l’operato delle due asce e del violino.
"Those days" narra della giovinezza felice e spensierata ormai trascorsa e sin dal granitico attacco all’unisono, nel brano aleggia uno spirito hard rock, con la chitarra ritmica ed il violino impegnate ad impreziosire il tutto. "This nightmare will never end", parte con un arpeggio che dopo le prime quattro battute si ripete in versione elettrica, con una struttura da far invidia agli Iron Maiden, da segnalare le grandiose melodie vocali. "What's left of me", è un brano diretto e istintivo, che ricorda il meglio dell’hard e dell’AOR di stampo americano e lo stesso discorso vale per la conclusiva "The play of the leaves", energica e dotata di un chorus coinvolgente. Per tutto il disco il fluire della musica simula l’andamento delle maree, cresce e cala, alterna passaggi veloci con altri più lenti, gioca tra scorribande elettriche e fraseggi acustici. Si sente passionalità e sofferenza, i testi sono poetici e decadenti, ma le musiche sono gioiose, spontanee, cariche di speranza e colpiscono allo stomaco, la sensazione generale che si respira è quella di una ventata di freschezza.

La versione digipack di Red Silent Tides, contiene il demo originale e senza ritocchi To oak woods bestowed del 2000 e consente di verificare la crescita artistica (esponenziale, a giudizio di chi scrive) degli Elvenking. Impressiona la maturità compositiva acquisita, in brani quasi mai superiori ai quattro minuti, sono concentrate soluzioni melodiche e strumentali di altissimo livello. Tutti i componenti del gruppo possiedono una padronanza di mezzi ed espressione non comune, gli assoli, la voce ed i passaggi in doppia cassa non sono mai fini a se stessi, non esiste sfoggio esasperato di tecnica, tutto quello che si ascolta è utile alla costruzione ed alla buona riuscita dei pezzi. L’innesto di Rafahel, già rodato nei concerti a partire dal 2009, ed il suo affiatamento con Aydan, ha giovato alla band e l’ennesimo plauso va alla prestazione vocale di Damna, sicura, evocativa e convincente. Ultimi complimenti alla produzione scintillante di Dennis Ward (già producer di Pink Cream 69 e Angra, solo per citare i primi che vengono alla mente) ed alla copertina illustrata da Samuel Araya (autore di Thornography dei Cradle of Filth) che rappresenta una barca persa in un mare rosso che veleggia verso un faro, luce di speranza.

...ora noi navighiamo in un mare aperto. Dobbiamo dunque prendere la corrente finché è a favore, oppure fallire l’impresa avanti a noi. (W. Shakespeare)

P.S.: Si ringrazia Francesca della “Red Pony Records”, che ha reso possibile questa recensione, e così tutte le persone che con passione lavorano dietro le quinte per prestare supporto ai vari gruppi.

90/100


Damna: Voce
Aydan: Chitarra
Rafahel: Chitarra
Gorlan: Basso
Zender: Batteria
Lethien: Violino

Anno: 2010
Label: AFM Records
Genere: Folk Metal/Hard Rock

Tracklist:
01. Dawnmelting
02. The last hour
03. Silence de mort
04. The cabal
05. Runereader
06. Possession
07. Your heroes are dead
08. Those days
09. This nightmare will never end
10. What's left of me
11. The play of the leaves

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