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In una Sicilia ottocentesca fatta di rigori morali e di regole ferree un padre, rimasto vedovo, affida ad un convento la piccola Maria in tenera età segnandone il destino. L’impatto iniziale della rappresentazione della famosa opera di Verga è subito coinvolgente attraverso una proiezione degli eventi in un ambiente rigoroso fatto di una oscurità severa, dove persino i volti delle monache, appena illuminati ma sempre dietro evidenti sbarre, danno il metro della condizione in cui Maria Vizzini prenderà i voti. Persino quando le Monache si allontanano dalla scena attraverso le porte che dirigono alle celle, sparendo in calibrata dissolvenza, viene trasmesso un senso di oscurità ed oppressione che arriva d’impatto a chi guarda. Le vicende sono trasmesse in modo intenso grazie ad un Enrico Guarneri che, persino nelle movenze, sembra esser uomo di altri tempi trasportandoci in una altra epoca e dando la esatta misura dei tormenti di un uomo preoccupato di ciò per cui è stato educato ma incapace di dar voce ai sentimenti, come invece Maria sua figlia scopre evolvendosi, grazie all’amore, in una trasformazione perfettamente interpretata da Nadia De Luca. Questa recensione si riferisce allo rappresentazione del 20 Febbraio 2024. |
Storia di una Capinera
Ecco perché l’ho intitolata Storia di una Capinera, così Giovanni Verga introduce il suo romanzo epistolare, una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto. “Storia di una capinera” è la passionale narrazione della novizia Maria che attraverso la mia messinscena trova una nuova codifica della struttura drammaturgica del romanzo per fare emergere il rigido impianto culturale e umano delle famiglie dell’epoca. Perché se Maria è vittima, non lo è dell’amore peccaminoso per Nino che fa vacillare la sua vocazione, ma lo è del vero peccatore ‘verghiano’ che è il padre Giuseppe Vizzini. Giuseppe che, rimasto vedovo, manda in convento a soli sette anni la primogenita, condannandola all’infelicità. Un uomo che per amore, paura e rispetto delle convenzioni causa a Maria la morte del corpo e dello spirito. È sul drammatico rapporto padre figlia, sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera. La stanza del convento è il centro della scena, Maria non esce da quella prigione, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici.
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