Re Lear
Milano, Teatro Strehler, 5
14 apr 2022

Glauco Mauri, frequentatore assiduo dei ruoli shakespeariani, affronta il personaggio di Re Lear per la terza volta dopo più di 20 anni dall’ultima interpretazione. Il ritorno a questa tragedia, forse la più complesse e meno accattivante dell’autore elisabettiano ma sicuramente una delle più importanti per capire la sua visione del mondo, risulta particolarmente adatto anche a rappresentare il difficile momento che stiamo vivendo, con la sua profonda analisi della dicotomia bene-male, inganno-verità, azioni-conseguenze.

Nel Re Lear il male ci appare e ci assale in modo diretto e senza appello. Gli eventi che portano il protagonista dalla furia alla pazzia ci inducono un senso di destabilizzazione, tra sensazioni contrastanti ed estreme senza la possibilità di aiuto di un “soprannaturale” che ce li faccia accettare, o almeno ci aiuti in parte a giustificare.

Una matassa di emozioni e sentimenti: simpatia, odio, comprensione, indifferenza, repulsione per i vari personaggi si alternano tra le varie scene; Lear è di volta in volta una figura passiva, dispotica, collerica, profondamente ingiusta verso l’amico Kent e l’unica sua figlia leale Cordelia. Eppure, non appena si trova fronte alla odiosa Goneril subisce tali sofferenze e crudeltà da ispirare pietà e quasi affetto.

Esistono i buoni con il loro amore disinteressato e fedele che supera ogni offesa (Cordelia, Kent, Edgard, Il Matto), ed esistono i cattivi con la loro avidità ed egoismo che supera ogni istinto di pietà (Goneril, Regan, Edmund, Cornovaglia, Osvald). Ma un gioco al massacro ci fa sentire sulle montagne russe. Ogni personaggio genera nello spettatore alterne e violente emozioni che portano all’assoluzione o alla condanna a seconda delle sue azioni verso chi gli sta accanto, facendoci dimenticare per un attimo la sua vera e propria indole spesso raffigurata anche dai continui riferimenti e paralleli ad uno zoo multiforme e grottesco fatto di lupi, ratti, maiali, asini … che con il loro campionario di istinti primordiali fanno da specchio alle nefandezze dei protagonisti.

Lo spettatore si confonde; non sa più riconoscere, tra inganni e verità ciò che è giusto e ciò che non lo è.

È come se l’autore si fosse divertito a decomporre le caratteristiche umane, come in un gigantesco Lego, per poi ricomporle a suo piacimento tralasciando alcuni elementi qua e là o abusandone altrove, arrivando a creare un mondo fatto di allegorie e di simboli che stimolano l’immaginazione e creano sentimenti assoluti ed universali. Lo scopo è la rappresentazione della lotta tra le due forze fondamentali su cui si regge l’universo – Amore e Odio - e l’indagine su chi sia il motore che muove le cose. Lotta che rimane sempre la stessa, imprescindibile, incancellabile, sia essa riferita ad un Re o a un debole, ancorché sostanzialmente bonaccione, come Gloucester, protagonista della trama parallela, meccanismo drammaturgico usuale per Shakespeare, in cui ognuno rafforza e conferma la propria indole senza scampo.

La domanda che sorge è “Quale è il valore della vita?”. Se lo chiede il pubblico e se lo chiedono gli stessi protagonisti lungo tutto il dramma, chi per giustificare ciò che gli sta accadendo e non disperarsi, chi per assolversi. Domanda che non può ricevere una risposta confortante perché la vita è inganno e dolore, costruita da una umanità cattiva e debole. L’epilogo è quindi espressione del pessimismo senza possibilità di redenzione dell’autore, ben riassunto dalle parole di Lear “La vita, è un palcoscenico di matti”.

Un’ottima prova in cui spiccano i due protagonisti Mauri, un Re Lear senza bisogno di trucco, e Sturno, nel ruolo di Gloucester, ma una menzione speciale va anche a Cantarelli per l’eccellente e coinvolgente interpretazione del Matto che emoziona e riesce a legare efficacemente le varie scene di una trama complessa, con tanti protagonisti, tante situazioni e diversi intrecci, spaziando tra palco e platea ed appoggiandosi sul precario equilibrio tra saggezza e idiozia, tra follia e buonsenso.

Buona anche la prova di Genna, Micheli e Scarpati nel ruolo delle figlie di Lear, ognuna capace di una interpretazione convincente ricca di sfumature. Ma tutti gli attori si incastrano bene nella macchina scenica, spesso con una recitazione spinta sopra le righe, ad accentuare l’effetto delle loro parole ed azioni.

Adatta al testo, attualizzato con notevole talento da Letizia Russo, la scenografia di Marta Crisolini Malatesta che ci presenta un ambiente scarno, un recupero industriale, post-futurista, con un gioco di impalcature collegate da scale e montacarichi che verticalizzano gli spazi, movimentati anche da carrelli rotellati, su cu incombe l’enorme corona, troppo pesante per essere sopportata, e svetta la gigantesca scritta “King Lear” in cui ogni lettera è una porta girevole tra mondi diversi. Un ambiente cupo, senza grazia, indefinito ed essenziale e quindi universale, in cui pannelli semitrasparenti e grate minacciose danno profondità e continuità alla scena così come le incursioni degli attori in platea, in mezzo al pubblico che si trova così all’interno dell’azione. In tale contesto non disturba, ma anzi vi trovo coerenza, la decisione di usare costumi moderni che aumentano la possibilità di partecipazione degli spettatori spesso e volentieri chiamati anche direttamente in causa e coinvolti emotivamente dalla recitazione.

Funzionali alla scena le luci ed i suoni (o meglio i rumori) ovattati di macchinari invisibili che rimangono presenti e fanno da sottofondo alla recitazione.

Ottima la regia e l’adattamento di Baracco che avvince il folto e giovane pubblico e lo costringe a pensare con uno spettacolo di parole, gesti, sentimenti, azioni. Piace anche la licenza che fa recitare a Gloucester, prima del tentativo di suicidio, il monologo “Essere o non Essere” dell’Amleto a sottolineare il sottile legame che stringe e percorre le tragedie ed i drammi di Shakespeare: l’impossibilità degli uomini di agire in modo sensato.

Si vede che dietro c’è una volontà di comunicare e non solo un colto esercizio di stile: se ne esce migliori.


Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 5 aprile 2022.


Re Lear
dal 5/04/2022 al 14/04/2022

di William Shakespeare

riduzione e adattamento - Andrea Baracco e Glauco Mauri
regia - Andrea Baracco
traduzione - Letizia Russo
con Glauco Mauri, Roberto Sturno, e con Marco Bianchi, Eva Cambiale, Dario Cantarelli, Melania Genna, Francesco Martucci, Laurence Mazzoni, Woody Neri, Giulio Petushi, Emilia Scarpati Fanetti, Francesco Sferrazza Papa

scene e costumi - Marta Crisolini Malatesta
musiche - Giacomo Vezzani, Vanja Sturno
luci - Umile Vainieri

Produzione - Compagnia Mauri Sturno - Fondazione Teatro della Toscana





Teatro Strehler
Largo Greppi, 1 -  MILANO
tel: 02 21126116

ORARIO SPETTACOLI
Martedì 5 ore 19.30
Mercoledì 6 ore 20.30
Giovedì 7 ore 19.30
venerdì 8 ore 20.30
sabato 9 ore 19.30
domenica 10 ore 16.00
martedì 12 ore 19.30
mercoledì 13 ore 20.30
giovedì 14 ore 19.30



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