Scritto da Mariarosa Gallo Sabato 24 Ottobre 2026 11:57 Letto : 545 volte
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Nato sulle pagine de Il Venerdì di Repubblica il 9 ottobre 1992, Questioni di cuore ha rappresentato, per oltre un trentennio, un osservatorio privilegiato sulle segrete topografie dell’animo. Le lettere, confluite nel volume Amore mio ti odio, pubblicato da Il Saggiatore, compongono un mosaico di confessioni, smarrimenti e desideri nel quale si riflettono le molteplici declinazioni dell’esperienza amorosa: l’abbandono e la solitudine, l’adulterio, l’eros, la disaffezione coniugale, le dissimmetrie del desiderio, la persistenza della passione nella maturità. Materie a lungo relegate nella penombra del pudore, quando non consegnate alla censura del conformismo, trovavano finalmente cittadinanza in uno spazio di ascolto capace di sottrarle alla clandestinità morale. L’intuizione di Aspesi risiedeva precisamente in questa operazione di disvelamento. Parlare di sessualità quando ancora il discorso pubblico ne tollerava a fatica la dimensione femminile significava incrinare un secolare dispositivo di rimozione, restituendo alle donne il diritto di nominare il desiderio, di manifestare l’insoddisfazione, di rivendicare una soggettività non subordinata alle aspettative maschili. Ma il suo sguardo, refrattario a ogni semplificazione ideologica, si spingeva ben oltre la necessaria rivendicazione di libertà. Interrogava la tenuta del matrimonio, la presunta indissolubilità del legame, l’equazione fra amore e possesso, la fallace identificazione fra longevità della coppia e riuscita sentimentale. Soprattutto, riconosceva all’eros il diritto di sopravvivere alle convenzioni anagrafiche, sottraendo la sessualità delle persone mature all’invisibilità cui una cultura ancora profondamente giovanilistica vorrebbe relegarla. Non un’apologia dell’amore, dunque, bensì una rigorosa fenomenologia delle sue ambivalenze. La giornalista non assolveva né condannava sulla base di precetti prestabiliti: preferiva indagare le ragioni, spesso contraddittorie, che inducono gli esseri umani a desiderare, tradire, restare, fuggire, perdonare o rinunciare. La sua ironia, sottile e affilata, non aveva nulla della crudeltà compiaciuta né dell’insulto elevato a forma di intrattenimento. Era, piuttosto, uno strumento ermeneutico, una lama gentile capace di incidere la crosta delle convenzioni e di dischiudere, dietro l’apparente assurdità dei comportamenti, la vulnerabilità che li alimenta. La leggerezza diventava così una manifestazione superiore dell’intelligenza: non elusione della profondità, ma il più elegante dei modi per raggiungerla. In tale prospettiva, l’affidamento di questo patrimonio alla sensibilità scenica di Costa si rivela particolarmente pertinente. La sua presenza non si esaurisce nella restituzione declamatoria delle confessioni: ne intercetta la densità emotiva, ne governa le oscillazioni tonali, ne fa emergere la vena comica senza dissiparne il sedimento malinconico. L’interprete si muove fra il sorriso e la disillusione, fra la schiettezza e la tenerezza, con quella padronanza del registro espressivo che consente alla parola di conservare la propria autonomia senza rinunciare alla necessaria mediazione teatrale. La mattatrice, nella sua accezione più nobile, non impone la propria centralità al materiale interpretato: lo attraversa, lo vivifica, gli conferisce risonanza, lasciando che le contraddizioni dei protagonisti epistolari affiorino nella loro disarmante autenticità. È proprio in questa capacità di farsi tramite, anziché sovrapporsi, che si manifesta la felice consonanza fra le due figure femminili. L’una ha esercitato il giornalismo come forma di indagine critica sulle consuetudini sociali; l’altra fa della scena un luogo di interrogazione civile, nel quale l’intelligenza della parola si coniuga con la persuasività della presenza. Entrambe, ciascuna attraverso il proprio linguaggio, hanno saputo sottrarsi alla rigidità dei ruoli prescritti, trasformando la libertà individuale in una possibilità di riconoscimento collettivo. La loro ideale interlocuzione illumina così una verità troppo spesso trascurata: lo straordinario potere delle donne non risiede soltanto nella conquista di spazi di autonomia, ma nella capacità di modificare le coordinate stesse attraverso cui una società interpreta sé medesima. Il dispositivo epistolare, del resto, custodisce una raffinatezza che trascende il valore documentario delle testimonianze. Chi scrive, affidando a una sconosciuta le proprie pene più recondite, crede di parlare di un’esperienza irripetibile; eppure, nel momento in cui la confessione diventa materia di riflessione pubblica, l’eccezione individuale si rivela parte di una trama universale. Aspesi accoglieva quelle voci senza appropriarsene, esercitando una forma di ascolto che non cancellava la singolarità dei vissuti, ma li restituiva a una più ampia intelligibilità. Attraverso le vicende altrui, la rubrica finiva così per interrogare ciascuno di noi: le nostre reticenze, le nostre aspettative, la distanza talvolta incolmabile fra l’immagine che offriamo di noi stessi e la verità, assai meno composta, dei nostri desideri. In tale itinerario di progressiva liberazione dello spazio intimo da ogni pregiudiziale interdizione, un rilievo tutt’altro che marginale assume anche il modo in cui Aspesi affrontava l’orientamento sessuale, sottraendolo alla presunta eccezionalità che per lungo tempo lo aveva gravato di sospetto, reticenza e stigma. Le esperienze delle persone omosessuali trovavano cittadinanza nella rubrica non come curiosità da relegare ai margini della rispettabilità, né come identità da ricondurre a una categoria esaustiva, bensì quali espressioni pienamente legittime della medesima, universale aspirazione ad amare, essere ricambiati, desiderare e sottrarsi alla paura del rifiuto. Con una lucidità di sorprendente modernità, la giornalista riconduceva il tormento sentimentale alla sua autentica matrice umana: il tradimento rimaneva tale indipendentemente dal sesso dei protagonisti; l’abbandono non mutava natura in ragione dell’orientamento di chi lo pativa; la sofferenza amorosa non necessitava di alcuna giustificazione identitaria per essere riconosciuta. Era il pregiudizio sociale, semmai, ad aggravare ciò che già appartiene alla vulnerabilità di ogni essere umano. In questa capacità di distinguere la persona dall’etichetta, il sentimento dalla convenzione, l’esperienza vissuta dal giudizio esterno, si manifesta una delle intuizioni più raffinate dell’intero progetto: la libertà autentica non consiste nel concedere tolleranza a chi si discosta dalla norma, ma nel riconoscere che nessuna norma può arrogarsi il diritto di stabilire quali forme dell’amore siano degne di esistere. Una prospettiva che, senza indulgere in proclami, rivendica per ciascuno il diritto di vivere la propria affettività senza doversi giustificare, né attendere una preventiva legittimazione da parte della collettività. Nelle lettere si dischiude, inoltre, una dimensione propriamente sociale. Dietro le gelosie, le infedeltà e le fratture coniugali affiorano rapporti di potere, asimmetrie educative, retaggi culturali, diseguali distribuzioni delle responsabilità affettive e familiari. La sofferenza privata cessa così di essere un accidente esclusivamente individuale e diviene il luogo nel quale si rendono visibili le sedimentazioni di una cultura. La prospettiva femminista dell’autrice non si traduce in una rigida griglia interpretativa: opera, piuttosto, come una sensibilità vigile, capace di riconoscere nelle vicende minute il riflesso di strutture più vaste, senza mai sacrificare la complessità della persona sull’altare di una tesi precostituita. Anche la cifra visiva e atmosferica dello spettacolo sembra accordarsi con tale disposizione all’ascolto. L’aura intimista, declinata nelle suggestioni del verde e del viola, evoca una penombra insieme raccolta e onirica, nella quale il romanticismo si emancipa da ogni languore sentimentale e la malinconia acquista la dignità di una forma conoscitiva. È come se la scena predisponesse uno spazio appartato, sottratto alla concitazione del mondo, dove le parole possano finalmente depositarsi senza essere immediatamente convertite in sentenza. Non un’evasione dalla realtà, ma una sospensione delle sue consuete difese: un luogo in cui l’intimità, lungi dall’essere esibita, viene custodita nella sua fragile e irriducibile verità. Il nucleo più prezioso dell’intera operazione risiede, tuttavia, nella distinzione fra il dolore e il giudizio morale che troppo spesso lo accompagna. Chi tradisce non può essere esaurito nella propria trasgressione; chi viene lasciato non subisce alcuna diminuzione del proprio valore; chi si sottrae alle convenzioni non è per questo incapace di amare; chi continua a desiderare oltre la giovinezza non deve giustificare la propria vitalità. Una simile postura non implica l’abolizione della responsabilità, bensì il rifiuto di ridurre l’essere umano a una definizione sommaria. L’amore, sottratto tanto all’idealizzazione quanto alla condanna, riacquista la propria natura problematica: un territorio nel quale convivono generosità ed egoismo, abbandono e attaccamento, slancio e timore, bisogno di appartenenza e anelito alla libertà. È qui che l’attualità del progetto assume la sua più incisiva evidenza. In un panorama mediatico nel quale la volgarità viene talvolta celebrata come sinonimo di autenticità, mentre il confronto pubblico si impoverisce in invettiva, polarizzazione e pregiudizio, la lezione di Aspesi restituisce alla parola la sua funzione più alta: comprendere senza compiacere, interrogare senza umiliare, dissentire senza degradare. Aver infranto i tabù non significava, per lei, trasformare ogni confessione in spettacolo, bensì sottrarre l’esperienza intima alla tirannia della vergogna. La libertà, in questa accezione, non coincide con l’esibizione indiscriminata, ma con la possibilità di nominare ciò che si prova senza essere precipitati nell’arbitrio del giudizio altrui. La produzione del Teatro Carcano accompagna pertanto non un semplice recupero della memoria, ma la riattivazione di un patrimonio di pensiero che conserva intatta la propria urgenza. Le vicende narrate appartengono a un preciso contesto storico, eppure le domande che le attraversano resistono al mutamento delle consuetudini: come si sopravvive all’abbandono? Quale confine separa la fedeltà dalla rinuncia a sé? È possibile amare senza possedere, desiderare senza colpevolizzarsi, invecchiare senza essere espulsi dall’immaginario erotico collettivo? E, soprattutto, quanto siamo disposti ad accettare la libertà altrui quando essa mette in discussione le nostre più rassicuranti convinzioni? Nel dare corpo e voce a questo universo, Costa compie dunque un’operazione che trascende la riproposizione scenica di una rubrica celebre. Restituisce centralità all’intelligenza dell’ascolto, alla finezza del dubbio, alla dignità di esistenze che non chiedono di essere idealizzate, ma comprese nella loro imperfezione. Il teatro diventa così il luogo di una ricomposizione provvisoria fra esperienza individuale e coscienza collettiva, dove ciascuno può riconoscere, nell’altrui confessione, un frammento della propria insondabile umanità. Forse è proprio questa la più autentica eredità di Questioni di cuore: aver dimostrato che l’emancipazione non consiste nel proclamare la propria libertà con ostentata impudenza, ma nel poterla esercitare senza essere umiliati; che la sincerità non necessita della brutalità per affermarsi; che l’intelligenza più alta non teme le contraddizioni, perché sa riconoscervi la materia stessa dell’esistenza. E che l’amore, quando venga sottratto tanto alla retorica quanto al tribunale del conformismo, non smette di essere enigmatico: diventa, semmai, più degno di essere interrogato. In un’epoca incline a distribuire verdetti prima ancora di aver prestato ascolto, uno spettacolo simile ci ricorda il valore quasi sovversivo della comprensione. Non quella indulgente, che tutto giustifica, ma quella autenticamente critica, che sa distinguere, approfondire, accogliere senza rinunciare alla lucidità. È in questa sottile alchimia fra disincanto e compassione, ironia e pudore, libertà e responsabilità che la lezione della celebre giornalista trova, attraverso la sensibilità della nostra benamata pigmaliona, una rinnovata eloquenza. E che il teatro torna a esercitare una delle proprie prerogative più nobili: restituirci, attraverso la verità degli altri, una più profonda e meno presuntuosa conoscenza di noi stessi. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 23 ottobre 2026. |
Questioni di cuore Dall’epistolario curato da Natalia Aspesi per Il Venerdì di Repubblica, pubblicato nel libro Amore mio ti odio, edito da Il Saggiatore. Con Lella Costa. Produzione Teatro Carcano. |