|

Aleggiano Dante, Gino Paoli e Ornella Vanoni nel calderone di Donald W. Winnicott. E, in un sottotesto più obliquo, persino Brian De Palma, con lo sfregio di Al Pacino che attraversa l’immaginario come una fenditura pop e perturbante, quasi sacrilega rispetto alla malinconia trattenuta di Tiago Rodrigues. Una stratificazione colta e popolare, psicoanalitica e cinematografica, che conferisce alla scrittura scenica una rara densità di risonanze.
Al Teatro Grassi, dal 29 settembre al 18 ottobre, prende avvio la Stagione dell’Ottantesimo del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, con la prima regia in lingua italiana del direttore del Théâtre National de Lisbonne, artista associato del Piccolo, affidata a Isabella Ragonese e Francesco Alberici. Una fenomenologia del legame, sospesa sull’utopia della simultaneità. Le due coscienze avanzano come una voce bifronte, nell’illusoria aspirazione a una perfetta sovrapposizione fra parola, pensiero e percezione. «Abbiamo tempo», si ripetono. Formula apparentemente consolatoria, ma percorsa da una sottile distonia concettuale, nella quale convivono promessa, autoinganno e procrastinazione. Il futuro viene chiamato a presidiare il presente, mentre il differimento ne consuma silenziosamente la sostanza. Quelle parole assumono così la fisionomia di una menzogna necessaria, l’espediente con cui l’essere umano si persuade che ciò che rinvia possa sottrarsi all’inesorabilità delle conseguenze. La composizione procede attraverso quattro "canzoni", corrispondenti ad altrettante età dell’esistenza. La scansione musicale non assolve una funzione meramente ornamentale, ma costituisce l’orditura stessa della drammaturgia, articolata in ritorni, variazioni e minime dissonanze. Ne scaturisce una constatazione tanto semplice quanto elusiva, secondo cui la condivisione di un’esperienza non coincide necessariamente con la sua identica percezione. Le parole possono sovrapporsi, la memoria assai meno. Il medesimo accadimento assume, per ciascuno, una diversa gravità; ciò che è stato vissuto insieme può sedimentare in immagini reciprocamente inconciliabili. La prossimità, lungi dall’annullare l’alterità, ne rivela piuttosto l’ineludibile persistenza. Sul margine della vicenda si colloca una figlia, quasi il precipitato umano di quell’alchimia domestica. In lei si condensano il meglio e il peggio dei genitori, le aspirazioni e le fragilità, le virtù e le contraddizioni, ciò che viene trasmesso con consapevolezza e ciò che si eredita inconsapevolmente. La prole diviene così la superficie sulla quale l’eredità affettiva lascia il proprio indelebile sigillo, marcandone il volto con un gesto che, per suggestione, richiama lo sfregio inferto da De Palma ad Al Pacino. Non una cicatrice reale, bensì la metafora di un’impronta originaria, di quanto ogni generazione consegni alla successiva anche contro la propria volontà. La coralità suggerita dal titolo reca dunque in sé il proprio paradosso. L’aspirazione all’unisono scaturisce da due individualità che non possono cessare di essere distinte. Sul fondo si avverte Winnicott, con quello spazio intermedio nel quale l’incontro può compiersi senza risolversi nella fusione. E, accanto alla psicoanalisi, riaffiora la memoria della canzone d’autore italiana, quella di Paoli e Vanoni, con la sua malinconia composta, la sua inclinazione al rimpianto e l’antica tentazione di trattenere ciò che, per sua natura, è destinato a trascorrere. La reiterazione diviene dispositivo drammaturgico e insieme fenomeno psicologico. Una frase che ritorna non è mai perfettamente identica a se stessa, perché nel frattempo si sono modificati il contesto, la disposizione di chi la pronuncia, quella di chi ascolta e tutto ciò che si è depositato nell’intervallo. De Palma permane allora come una presenza carsica, mai ridotta a citazione decorativa. L’universo di Scarface e il volto sfregiato di Al Pacino introducono nella levità della partitura sentimentale una scheggia di brutalità popolare, un controcanto capace di incrinarne la superficie. Film, canzoni e oggetti divengono frammenti di un’archeologia privata, reperti apparentemente accidentali ai quali il trascorrere dell’esistenza conferisce una diversa qualità simbolica. Isabella Ragonese e Francesco Alberici sostengono una prova di rigorosa precisione, affidata al ritmo, all’ascolto, alla respirazione e a impercettibili scarti. La forma binaria li costringe a una singolare disciplina, nella quale ciascuno deve preservare la propria individualità senza sottrarsi alla necessità dell’accordo. È proprio laddove l’unisono vacilla che la materia scenica acquista rilievo. La dimensione quotidiana sottrae il sentimento alla retorica della passione assoluta e lo restituisce alla trama minuta delle consuetudini, delle concessioni, delle vicinanze desiderate e delle distanze necessarie. L’indagine si concentra così sulla faticosa edificazione di una lingua condivisa, senza che l’intesa possa mai coincidere con l’abolizione della distanza. Il tempo, da semplice cornice, diviene infine materia drammatica. «Abbiamo tempo» manifesta allora tutta la propria ambivalenza, potendo assumere il valore di una promessa rivolta all’altro oppure quello, più insidioso, di un alibi offerto a se stessi. Il differimento si ammanta di speranza e, nello stesso movimento, prepara la rinuncia. La drammaturgia si inscrive così nella tensione irrisolta fra desiderio di coincidenza e permanenza dell’alterità. Non celebra la fusione, ma ne interroga l’aspirazione; non concede l’unisono, ma ne mette a nudo l’impossibilità. Le due coscienze possono pronunciare la medesima frase nel medesimo istante e, nondimeno, restare consegnate a percezioni inconciliabilmente diverse. La dissonanza che ne deriva non offre una soluzione, ma lascia aperta la domanda intorno a ciò che significhi, davvero, condividere un’esistenza.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 2 ottobre 2026. |
|

Coro degli amanti
scritto e diretto da Tiago Rodrigues
traduzione Vincenzo Arsillo con Isabella Ragonese e Francesco Alberici collaboratrice artistica scene e costumi Magda Bizarro luci Rui Monteiro regista assistente Thea Dellavalle assistente scene e costumi Marta Solari con Isabella Ragonese e Francesco Alberici produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Tiago Rodrigues, per la prima volta regista di una produzione del Piccolo in lingua italiana, porta in scena una delle sue drammaturgie di maggior successo, allestita per la prima volta a Parigi, poi in altre nazioni europee. In quattro “canzoni” che simboleggiano altrettante età della vita, compone la melodia struggente della storia d’amore tra un uomo e una donna. «Abbiamo tempo» si ripetono continuamente i due protagonisti di questa straordinaria polifonia sotto forma di duetto. Parlano all’unisono – come tutte e tutti coloro che si amano – ma a volte le parole sono diverse, ricordi e pensieri qua e là si contraddicono. L’inizio è mozzafiato: lei ha un attacco d’asma, mentre sono a casa a guardare Scarface in tv, e lui la porta in ospedale, su una macchina lanciata a tutta velocità. Per un attimo temono di perdersi l’un l’altro, ma lei si salva e la canzone della vita e dell’amore può proseguire: «abbiamo tempo» si ripeteranno continuamente i due protagonisti, mentre le loro “vite parallele” attraverseranno le diverse fasi dell’esistenza: il lavoro, la famiglia, le mille piccole, grandi cose di ogni giorno. Una straordinaria pagina di teatro, una delicata riflessione sui sentimenti, sulla fragilità della vita e sulle trasformazioni cui va incontro, negli anni, il rapporto tra due persone che si amano (fonte: comunicato stampa).

Piccolo Teatro Grassi
Via Rovello 2 20121 - Milano Tel: 02 21126116
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
ORARIO SPETTACOLI:
sabato, martedì, giovedì ore 19:30 domenica ore 16:00 mercoledì, venerdì ore 20:30
|