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Nel tessuto della coreografia trovano piena espressione interpreti portatori di esperienze e condizioni differenti, alcuni dei quali segnati da importanti limitazioni motorie o cognitive genetiche. La loro presenza non viene mai posta ai margini della rappresentazione, né utilizzata come semplice elemento testimoniale: ciascuno è parte organica della creazione, con la propria singolarità, il proprio gesto e la propria capacità di abitare lo spazio. La scena diventa così il luogo di una coralità autentica, nella quale la differenza non interrompe l’armonia, ma contribuisce a generarla. L’immagine suggerita dal titolo assume una valenza universale: rappresenta la necessità, profondamente umana, di confrontarsi con gli ostacoli fisici, psicologici e morali che attraversano ogni esistenza. Superare una difficoltà non significa cancellarla, ma trovare una forma nuova per attraversarla, trasformando ciò che appare come impedimento in energia, direzione e possibilità. C’è poi il tema del distacco dalle proprie origini. Abbandonare ciò che è conosciuto, sciogliere legami che hanno rappresentato protezione ma che possono trasformarsi in vincoli, affrontare l’incertezza di uno spazio ancora inesplorato: è un passaggio che richiede uno sforzo immane. Ogni autentica conquista di autonomia implica infatti una perdita, una rinuncia alle certezze e alle ancore che, pur trattenendoci, ci hanno consentito di resistere. È proprio in questo passaggio che lo spettacolo trova la sua più intensa dimensione collettiva. Nessuno procede interamente da solo: i corpi si cercano, si sostengono, si affidano gli uni agli altri. Il gesto individuale diventa movimento condiviso e la relazione si trasforma nella condizione attraverso cui ciascuno può spingersi oltre il proprio limite. Gli interpreti dell’Associazione culturale Neon restituiscono questo percorso con autenticità e partecipazione, facendo della pluralità delle presenze una ricchezza propriamente teatrale. Le differenti possibilità fisiche e cognitive non vengono enfatizzate, ma accolte nella naturale complessità della composizione scenica. Ne scaturisce un’idea di inclusione concreta, che non ha bisogno di essere proclamata perché si compie davanti agli occhi dello spettatore, nella reciprocità dei gesti e nella costruzione dell’insieme. Anche il trucco e i costumi di Giovanna Peluso concorrono, con misura, alla definizione di un universo visivo essenziale ed evocativo, lasciando che siano soprattutto i corpi, le loro traiettorie e il loro dialogo a sostenere la forza della rappresentazione. Prove di Volo è, in definitiva, una meditazione sulla libertà, sulla vulnerabilità e sul coraggio del cambiamento. Un invito a riconoscere che il limite non è necessariamente una condanna, ma può diventare il punto da cui ricominciare; e che la vera emancipazione non consiste nel procedere più lontano degli altri, bensì nel trovare, attraverso la relazione, la forza per liberarsi dalle proprie ancore e conquistare una possibilità nuova. |
Prove di volo Regia: Monica Felloni
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