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A dare corpo e voce a questa parabola provvede un binomio interpretativo di assoluta eccellenza, composto da Paolo Hendel e Lucia Vasini, sostenuto con encomiabile vigore da una coppia di magnetici comprimari. I due protagonisti infondono nei rispettivi ruoli una vibrante intensità, dipanando un fitto ordito di battute che trascende la rigidità della pagina scritta; la recitazione si tramuta così in un canovaccio da plasmare e stropicciare con la disinvoltura e l'enfasi proprie di una consumata sapienza attoriale, offrendo alla platea una naturalezza espressiva che ammalia. Tale messinscena si colloca idealmente nel solco di una progettualità illuminata, eloquente testimonianza della costante sensibilità del Teatro Franco Parenti verso le declinazioni della terza età, qui celebrata non già quale crepuscolo dell'esistenza, bensì come stagione d'audaci e feconde riscritture personali. Il testo esplora con acume filosofico e sociologico i nodi cruciali della contemporaneità, muovendo dalle istanze del cohousing e della condivisione, laddove l’idea di abitare lo spazio comune si erge ad autentico antidoto contro la solitudine; la coabitazione solidale si transustanzia in un manifesto politico ed esistenziale, configurando una scelta rivoluzionaria volta a ridefinire i legami affettivi al di fuori dei tradizionali vincoli nucleari. Un ulteriore e fulgido baricentro risiede nell'identità femminile: al centro della narrazione pulsa l'universo muliebre, colto nella sua fiera rivendicazione di autonomia e declinato attraverso una riflessione profonda sul diritto delle donne a non essere invisibilizzate dallo scorrere degli anni, preservando intatti desideri, passioni e slanci progettuali. Parimenti centrale si rivela il confronto con il passato, entro il quale il bilancio di ciò che è stato non indulge mai al patetismo, poiché la dimensione retrospettiva si converte in trampolino di lancio per il presente, facendosi setaccio indispensabile per mondare l'esistenza dai fardelli superflui e trattenerne l'essenza ancora meritevole di essere vissuta. La drammaturgia, orchestrata a quattro mani dalla scrittrice d'origine e dalla direttrice dell'allestimento, compie il prodigio di trasfigurare la parola stampata in un serrato, brillante dialogo polifonico. La tessitura verbale si palesa come un'impeccabile macchina ad orologeria, entro la quale la regia calibra i movimenti e l'apporto illuminotecnico per valorizzare ogni minima sfumatura emotiva; al contempo, l’apparato visivo dei costumi – pregevole frutto delle maestranze artigianali interne alla fondazione milanese – e le geometriche soluzioni scenografiche incorniciano l'azione con sobria, aristocratica eleganza, mentre il commento sonoro impreziosisce i passaggi più lirici senza mai sovrastarli. Il recesso della rappresentazione consegna allo spettatore un'opera corale in cui si ride di gusto ma, simultaneamente, si medita con straordinaria profondità sul valore del domani, affinché l'orizzonte del futuro sia restituito alla sua legittima dignità, a perenne dimostrazione che il diritto al divenire non conosce scadenze anagrafiche. La seguente recensione si riferisce alla rappresentazione del 26 maggio 2026. |
Terzo tempo
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