Minchia Signor Tenente
Roma, Sala Umberto, dal 21 al 24 maggio 2026

“Questa storia attraversa un’Italia che ha conosciuto momenti bui, ma anche una profonda resilienza”. Così si esprime Antonio Grosso, autore e regista dell’opera, descrivendo la rappresentazione che da venti anni viene proposta con successo su tutti i palcoscenici nazionali.

Capolavoro personale di Antonio Grosso “MINCHIA SIGNOR TENENTE” è la commedia cult che con due decenni di rappresentazioni e oltre 600 repliche risulta ancora attualissima e mantiene intatta la capacità di parlare di mafia in maniera ironica e originale, divertendo il pubblico senza mai sminuire la gravità del fenomeno e soprattutto stimolando riflessioni sui concetti, per nulla scontati, di libertà e giustizia.
Un racconto di eroi quotidiani, cinque carabinieri che nella Sicilia dei primi anni novanta si ritrovano a lavorare e convivere insieme in una caserma, fondendo in un mix culturale e dialettale, le loro unicità oltre ai singoli sogni ed alle aspettative. Nessuna “emergenza criminalità”, al massimo qualche furto di galline e le dimenticanze del matto del paese, unico sussulto: la probabile e “segretissima” possibile presenza di un noto latitante.
Esseri umani, prima ancora che carabinieri: faciloni, superficiali, forse un po’ infantili, riproduzione dello stereotipo del militare tipico delle famose barzellette, i cinque militari intrecciano le loro esistenze. Il brigadiere Vincenzo (Antonio Grosso) napoletano DOC trapiantato in Sicilia, spalleggiato dall'appuntato Giorgio (Gaspare Di Stefano) si azzuffa amabilmente col vecchio amico di infanzia, oggi maresciallo, Antonino (Antonello Pascale), uno scapolo - non per scelta – combattuto tra il dovere ed il quieto vivere; il carabiniere Francesco (Mariano Viggiano), fidanzato con una ragazza del posto nonostante il divieto imposto dall’Arma; il carabiniere scelto Remo (Paolo Roberto Ricci) “romanaccio” di origine e nei modi irruenti e spacconeschi. Con loro, ad animare la storia, appaiono Sara (Martina Zuccarello) la panettiera che sogna una famiglia, l’incomprensibile paesano Parerella (Natale Russo) sempre pronto a denunciare tutto e tutti, ed il tenente (Giuseppe Renzo) temporaneamente assegnato alla caserma.
Il titolo dello spettacolo, mutuato dalla canzone/scandalo che Giorgio Faletti, presentò in un controverso San Remo, condensa in poche parole la storia meravigliosa che viene narrata: un insieme di vita ed esperienze quotidiane, quasi di Verghiana memoria, un Verismo impattante nel quale l'ambiente popolare del piccolo paese dove tutti sanno tutto, la caserma punto di riferimento per ogni evento locale, l'uso del dialetto come caratterizzazione dei personaggi, diventano elementi indissolubili e si mescolano alla storia di una terra, la Sicilia, illuminata e scaldata dal forte sole, ma buia e sopraffatta dal fenomeno mafioso. Lo spettacolo mostra con ironica lucidità queste due facce, mescolando la cultura locale (ricordata anche con una intensa scena di “Pupi” che duellano), con realtà lontane, imposte da uno Stato percepito distante, che pretende devozione e sacrificio dai suoi carabinieri, a fronte di un misero stipendio.
Il testo di inusuale intensità, la regia attenta e la riconosciuta bravura degli interpreti, praticamente perfetti nel tratteggiare gli stati d’animo dei personaggi, uniti alla scenografia vintage arricchita dal movimento delle luci, danno vita ad uno spettacolo avvincente che, nonostante le due ore di rappresentazione, non consente un momento di rilassamento tante sono le battute, i ritmi incalzanti, i momenti gioiosi e le trovate comiche. Ma l’elemento maggiormente significativo si ritrova nell’impercettibile scivolamento dal ridere fino alle lacrime per le divertentissime scenette, al prendere coscienza di ciò che quel mese di maggio del 1992 avrebbe riservato agli abitanti della sperduta caserma, alla Sicilia ed all’Italia tutta. In questa lenta acquisizione di consapevolezza si percepisce in sala un cambio di emozioni, una atmosfera più intima, i fuochi di artificio della festa patronale diventano una deflagrazione e si smette di ridere, riaffiorano i ricordi e sulla scia delle considerazioni rilanciate al pubblico nei due brevi dialoghi finali, a cui seguono le proiezioni di immagini di uomini dello Stato che hanno sacrificato la loro vita in nome della legge e della giustizia, si prende coscienza della nostra storia.
"MINCHIA SIGNOR TENENTE", seppure scivolando in un leggero moralismo nel finale, e dimostrando i suoi venti anni di età (specie in alcuni passaggi che oggi sarebbero desueti), si percepisce come una macchina teatrale praticamente perfetta dove ogni elemento si colloca nella giusta dimensione, le emozioni trovano spazio e la memoria si riappropria del suo inestimabile valore.




Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 21 maggio 2026.

ANTONIO GROSSO
MINCHIA SIGNOR TENENTE
di ANTONIO GROSSO
con
ADRIANO AIELLO
GASPARE DI STEFANO
FRANCESCO NANNARELLI
DELIA ODDO
ANTONELLO PASCALE
GIUSEPPE RENZO
PAOLO ROBERTO RICCI
FRANCO SCASCITELLI
MARIANO VIGGIANO
MARTINA ZUCCARELLO
e con NATALE RUSSO
Scenografie Alessandro Chiti
Costumi Francesca Garofalo
Light designer Gianluca Cappelletti
scritto e diretto da ANTONIO GROSSO

Sicilia, 1992.
Su un cucuzzolo di montagna, in un paesino dove il tempo sembra essersi fermato, sorge una piccola caserma dei carabinieri. Cinque militari, ognuno proveniente da una regione diversa, condividono turni, scherzi,sfottò, e un’unica certezza: il massimo dell’emergenza, lì, sono i ladri digalline. Tra assurde denunce da parte di Parerella, il matto del paese,amori proibiti (uno dei carabinieri è fidanzato con una ragazza del posto,in barba al regolamento), paradossi quotidiani e una sorprendentearmonia, il gruppo si sente ormai più simile a una famiglia che a unasquadra militare. Tuttavia, l’arrivo di un nuovo tenente – rigido, severo,deciso a rimettere tutti in riga – rischia di stravolgere quell’equilibrio fragile e prezioso.
“MINCHIA SIGNOR TENENTE” è la commedia cult degli ultimi 20 anni.Si parla di mafia, ma in maniera totalmente ironica e originale, facendosì che la risata porti alla riflessione ma soprattutto al modo di porsi versole ingiustizie. E questo per far si che ognuno di noi possa avere uno sguardo dritto senza mai voltarsi, affrontando con coraggio e leggerezza tutto ciò che la vita ci offre.
NOTE DI REGIA ANTONIO GROSSO
“La libertà è l’essenza di ogni individuo, l’espressione più autentica di ogni persona. È ciò che ci rende veramente vivi. ‘Minchia Signor Tenente’ esplora il concetto di libertà attraverso l’amore, l’amicizia e l’onestà, raccontando una storia universale che ognuno di noi può vivere e soffrire nella propria esistenza. Questa storia attraversa un’Italia che ha conosciuto momenti bui, ma anche una profonda resilienza.
La drammaturgia si fonde con un disegno di luci poetico ed essenziale, una scenografia che evoca il passato senzaperdere la modernità, e una recitazione semplice e profonda,molto naturale. Dopo vent’anni, ritorno alla regia di questo cult teatrale italiano, cercando di fondere comicità, poesia,dramma e verità. Ho cercato di mettere insieme vent’anni di storia di questo spettacolo straordinario, sperando di esserne stato all’altezza.”
(Fonte: comunicato stampa)

Sala Umberto
Via della Mercede 50
Roma
Telefono 06 45445969


Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti legati alla presenza dei “social plugin”. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie .

Accetto i cookie da questo sito.