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Sul palcoscenico, la triade attoriale composta da Michele Eburnea, Filippo Marone e Gaja Masciale dà corpo e voce a un’umanità dolente e sospesa. I tre interpreti governano l'emiciclo con una recitazione tesissima, nervosa, capace di oscillare tra il lirismo più puro e la prosaicità del quotidiano, restituendo l’immagine speculare di una gioventù inchiodata a una vita senza orizzonti. Non c'è rassegnazione nei loro sguardi, bensì quell'ira sorda e impotente di chi si scopre orfano di coordinate. Il titolo stesso dello spettacolo funge da portale intertestuale, evocando inevitabilmente la lirica omonima di Cesare Pavese (da Lavorare stanca, 1936). Laddove il poeta delle Langhe scriveva: «Troppo mare. Ne abbiamo veduto del mare... / ...Questo paese ci piace, che un giorno / dovrà passare e lasciarci scontenti». La drammaturga raccoglie quel testimone di "sradicamento interiore". Il parallelismo con Pavese non è un mero esercizio di stile, bensì il nucleo filosofico dell'opera. La "spaesatezza" pavesiana, che nasceva dal contrasto insanabile tra la terra d'origine e l'altrove, tra la città mitizzata e la campagna ritrovata, viene qui traslata nel terzo millennio. I personaggi della demiurga sono anch'essi reduci da un "troppo mare" — un mare di stimoli, di iper-connessione, di promesse meritocratiche smentite dai fatti — e si ritrovano confinati in un non-luogo esistenziale. Se in Pavese lo spaesamento era geografico e antropologico, nella visione della regista diventa cronico e generazionale. È l'angoscia di chi si sente permanentemente fuori posto, impossibilitato a mettere radici in un terreno reso arido dalla precarietà strutturale. La direzione lavora magistralmente sui chiaroscuri e sulle geometrie dei corpi. La claustrofobia degli spazi riflette l'angustia mentale dei protagonisti: la fissità delle scene evoca quel senso di "ergastolo quotidiano" in cui ogni movimento è un eterno ritorno al punto di partenza. In questo crinale la direzione della mente creatrice lambisce il fulcro del realismo mitico e del nichilismo pavesiano: non un'astrazione dottrinaria, bensì una postura esistenziale patita come percezione speculare del vuoto e dell'assurdo. Sul palcoscenico, quello che per lo scrittore era il «vizio assurdo» trasmigra da tormento solipsistico a sintomo collettivo, sublimato in una rarefazione scenica in cui il silenzio e la paralisi dei corpi divengono l'esatta, geometrica trascrizione di un'incurabile afasia dell'anima. Non vi è catarsi, né via di fuga. Gente spaesata si consacra così a regesto concettuale d’imperativa urgenza: un referto lirico e testimoniale che capta l'esatto istante in cui a un'intera leva esistenziale viene revocata la facoltà del divenire. È un teatro che recide ogni compiacimento, offrendo la nitidezza urticante delle verità supreme e costringendo lo sguardo a misurarsi con la vertigine di un presente assoluto e sclerotizzato. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 16 maggio 2026. |
drammaturgia originale e regia Sofia Russotto produzione CollineFar Una notte qualunque, in una casa come tante, due ragazzi senza desiderio né scopo discutono su come cambiare il mondo, affogando le loro giornate tra musica, alcol e cocaina. Un alto muro di casse e una consolle da dj sono gli strumenti del loro divertimento distruttivo. Il loop tossico della loro quotidianità viene interrotto dall’arrivo di una giovane donna che sconvolge da subito il fragile equilibrio della casa, dando inizio a un pericoloso vortice di eventi che li metterà di fronte alla scelta più difficile della loro vita. Lei, diventata madre troppo presto e senza un padre riconosciuto per suo figlio, porta nella casa un’energia diversa: insieme ai due ragazzi, incarna una generazione sospesa, prigioniera di una realtà che non sa più riconoscere sé stessa. Uno spaccato di vita tra il desiderio di cambiare e la tentazione di lasciarsi andare, tra la maternità e la perdita di sé, tra l’abbandono e la rinascita (fonte: comunicato stampa).
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