Le favole di Oscar Wilde
Milano, Teatro Gerolamo, 16 e 17 maggio 2026

L’universo fiabesco di Oscar Wilde trova la sua perfetta cassa di risonanza nell’atmosfera intima e raccolta del Teatro Gerolamo di Milano, uno scrigno storico che per l’occasione si trasforma nel perimetro di un’autentica trasfigurazione letteraria. Sul palcoscenico, la pagina scritta abdica alla sua natura bidimensionale per farsi carne, respiro e viva drammaturgia grazie a una simbiosi artistica straordinaria. Questo miracolo laico prende vita nell’incontro tra il genio indiscusso dell'estetismo ottocentesco e Gabriele Lavia, monumento del teatro di prosa italiano, capace con il suo magnetico eloquio di dare corpo e sviscerare la complessa architettura del racconto wildiano.
La recensione di questo evento non può prescindere da una constatazione di carattere tecnico e filologico: l’incontro tra il genio indiscusso dell’estetismo ottocentesco e il monumento del teatro di prosa italiano non è una semplice lettura, ma una perfetta combinazione simbiotica. Gabriele Lavia, nato a Milano nel 1942 e figura di riferimento per il palcoscenico contemporaneo, mette a disposizione del testo la sua celebre concezione "sacra" e viscerale della scena, orchestrando un’attenzione maniacale alla parola che si sposa perfettamente con l’eccezionale maestria verbale di Oscar Wilde. Spesso relegate a una fruizione puramente infantile, le storie di questa raccolta rappresentano per il geniale aforista il fulcro di una critica sociale feroce e raffinata. Attraverso la capacità unica di animare oggetti, statue e animali – come accade ne Il principe felice o nella satira pungente de Un ragguardevole razzo – l'illustre letterato dublinese costruisce metafore stridenti dei costumi e dell’ipocrisia della società vittoriana. Sotto la superficie dell'apologo si muovono archetipi universali nei quali lo spettatore odierno può, a tratti, riconoscersi drammaticamente. La narrazione dell'esteta vive di doppi sensi, assonanze e fulminanti giochi linguistici. Un esempio celebre della sua estetica verbale è l'ambiguità semantica che regge l'intera struttura de L'importanza di chiamarsi Ernesto, basata sulla perfetta omofonia tra il nome proprio Ernest e l'aggettivo earnest (onesto, serio). Questa duplicità richiede una versione italiana estremamente sensibile, capace di restituire la brillante ironia e la stratificazione del testo originale senza disperderne la musicalità. L'operazione culturale si arricchisce ulteriormente nella prefazione curata da Masolino D'Amico, il quale dimostra la rara abilità di modellare l'introduzione a misura di fanciullo. Con estremo tatto e delicatezza estetica, l'insigne anglista riesce a edulcorare i passaggi e i chiari riferimenti all'inclinazione sessuale dello scrittore, rendendo la pagina accessibile ai bambini senza tuttavia tradirne l'essenza profonda. Il sottotesto biografico rimane comunque denso e palpabile: l’esperienza drammatica della prigionia nel carcere di Reading, a seguito della condanna per sodomia, segnò profondamente la vita e la successiva produzione del dandy, trasformando la sua folgorante ironia in una riflessione più cupa e universale sul dolore e sull'ingiustizia umana. Sotto le luci del Teatro Gerolamo, l'eloquio monumentale del grande interprete milanese compie l'opera di traduzione tridimensionale. L’attore e regista, noto al grande pubblico anche per i suoi ruoli cult nel cinema di Dario Argento (Profondo Rosso, Inferno) e per le collaborazioni con Pupi Avati e Gabriele Muccino, abbandona qui le scenografie imponenti che spesso caratterizzano i suoi allestimenti shakespeariani o pirandelliani per abbracciare un tono confessionale. Il rigore espressionista e psicologicamente profondo del maestro fa prendere corpo al racconto. Ogni micro-pausa, ogni inflessione vocale valorizza le assonanze della pagina, restituendo al pubblico contemporaneo non solo la genialità di un artista d'altri tempi, ma la perenne attualità della sua sfida intellettuale.
Se la satira della penna di Dorian Gray graffia ancora a distanza di oltre un secolo, è perché i suoi personaggi continuano a guardarci da uno specchio intramontabile. Nell'abbraccio raccolto di questo prezioso gioiello architettonico, l'opera di questo straordinario binomio si compie fino in fondo: il protagonista della scena non si limita a dar voce alle parole, ma ne riscatta l'anima più autentica, liberandola dalle polveri del tempo. Il risultato è un’esperienza teatrale rara, in cui il mondo incantato cessa di essere un gioco d'infanzia per ritornare a diventare ciò che è sempre stato nelle mani del genio: il racconto lucido, dolente e meraviglioso della nostra stessa umanità. Un atto poetico imprescindibile, capace di abitare il silenzio della sala e di risuonare nella mente dello spettatore ben oltre il calare del sipario.

La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 17 maggio 2026.

Le favole di Oscar Wilde

con
Gabriele Lavia


Il maestro Gabriele Lavia, per la prima volta al Teatro Gerolamo, racconta le favole di Oscar Wilde. Lo spettacolo mira a coinvolgere il pubblico attraverso storie fantastiche che criticano la moralità e la società vittoriana.
Una lettura come solo un grande maestro del teatro può presentare. La grande voglia di teatro e partecipazione riporta gli spettatori all’attenzione al presente, attraverso la genialità di Wilde. Lavia sapientemente ricerca in questi testi il pretesto per abbandonaci all’ascolto di storie fantastiche, che alludono alle contraddizioni di una moralità che condiziona spesso la nostra vita. All’apice della notorietà lo scrittore inglese scrive alcune fiabe per i figli Cyril e Vyvyan, allora bambini: sono storie malinconiche, popolate da personaggi memorabili.
Principi ingenui, regine in incognito, giganti insicuri, usignoli generosi, fattucchiere piacenti, razzi vanitosi e nani da circo: l‘intento era quello di divertire i due bimbi e, soprattutto, educarli a una vita giusta e felice. Tra le righe, la difficoltà di mantenere una doppia vita, tra un matrimonio di facciata e l’omosessualità difficilmente occultabile. Il grande interprete e regista ha scelto per queste due serate Il Principe Felice e Un ragguardevole razzo. La statua del Principe Felice e la piccola rondine non sono che due varianti del carattere di Wilde: mondano e godereccio l’una, malinconico e compassionevole l’altra. Attraverso una critica alla società vittoriana inglese lo scrittore mette alla gogna politici, intellettuali cattedratici, famiglie borghesi. Wilde esalta i bambini che nella loro ingenuità vivono di sogni e se la prende con chi, da intellettuale scettico e razionalista, ridimensiona le loro fantasie. Un ragguardevole razzo è una novella sarcastica, una divertente satira dell’ipocrisia borghese: protagonista del racconto infatti è un razzo egocentrico ed arrogante. Autoproclamatosi protagonista di uno spettacolo pirotecnico organizzato dal re, constaterà a proprie spese quanto sia poco saggio trattare gli altri in maniera irrispettosa e come l’arroganza, alla fine, non paghi (fonte: comunicato stampa).



Teatro Gerolamo

Piazza Cesare Beccaria n° 8,
20122 Milano
Tel: 02/45388221

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