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La recensione di questo evento non può prescindere da una constatazione di carattere tecnico e filologico: l’incontro tra il genio indiscusso dell’estetismo ottocentesco e il monumento del teatro di prosa italiano non è una semplice lettura, ma una perfetta combinazione simbiotica. Gabriele Lavia, nato a Milano nel 1942 e figura di riferimento per il palcoscenico contemporaneo, mette a disposizione del testo la sua celebre concezione "sacra" e viscerale della scena, orchestrando un’attenzione maniacale alla parola che si sposa perfettamente con l’eccezionale maestria verbale di Oscar Wilde. Spesso relegate a una fruizione puramente infantile, le storie di questa raccolta rappresentano per il geniale aforista il fulcro di una critica sociale feroce e raffinata. Attraverso la capacità unica di animare oggetti, statue e animali – come accade ne Il principe felice o nella satira pungente de Un ragguardevole razzo – l'illustre letterato dublinese costruisce metafore stridenti dei costumi e dell’ipocrisia della società vittoriana. Sotto la superficie dell'apologo si muovono archetipi universali nei quali lo spettatore odierno può, a tratti, riconoscersi drammaticamente. La narrazione dell'esteta vive di doppi sensi, assonanze e fulminanti giochi linguistici. Un esempio celebre della sua estetica verbale è l'ambiguità semantica che regge l'intera struttura de L'importanza di chiamarsi Ernesto, basata sulla perfetta omofonia tra il nome proprio Ernest e l'aggettivo earnest (onesto, serio). Questa duplicità richiede una versione italiana estremamente sensibile, capace di restituire la brillante ironia e la stratificazione del testo originale senza disperderne la musicalità. L'operazione culturale si arricchisce ulteriormente nella prefazione curata da Masolino D'Amico, il quale dimostra la rara abilità di modellare l'introduzione a misura di fanciullo. Con estremo tatto e delicatezza estetica, l'insigne anglista riesce a edulcorare i passaggi e i chiari riferimenti all'inclinazione sessuale dello scrittore, rendendo la pagina accessibile ai bambini senza tuttavia tradirne l'essenza profonda. Il sottotesto biografico rimane comunque denso e palpabile: l’esperienza drammatica della prigionia nel carcere di Reading, a seguito della condanna per sodomia, segnò profondamente la vita e la successiva produzione del dandy, trasformando la sua folgorante ironia in una riflessione più cupa e universale sul dolore e sull'ingiustizia umana. Sotto le luci del Teatro Gerolamo, l'eloquio monumentale del grande interprete milanese compie l'opera di traduzione tridimensionale. L’attore e regista, noto al grande pubblico anche per i suoi ruoli cult nel cinema di Dario Argento (Profondo Rosso, Inferno) e per le collaborazioni con Pupi Avati e Gabriele Muccino, abbandona qui le scenografie imponenti che spesso caratterizzano i suoi allestimenti shakespeariani o pirandelliani per abbracciare un tono confessionale. Il rigore espressionista e psicologicamente profondo del maestro fa prendere corpo al racconto. Ogni micro-pausa, ogni inflessione vocale valorizza le assonanze della pagina, restituendo al pubblico contemporaneo non solo la genialità di un artista d'altri tempi, ma la perenne attualità della sua sfida intellettuale. Se la satira della penna di Dorian Gray graffia ancora a distanza di oltre un secolo, è perché i suoi personaggi continuano a guardarci da uno specchio intramontabile. Nell'abbraccio raccolto di questo prezioso gioiello architettonico, l'opera di questo straordinario binomio si compie fino in fondo: il protagonista della scena non si limita a dar voce alle parole, ma ne riscatta l'anima più autentica, liberandola dalle polveri del tempo. Il risultato è un’esperienza teatrale rara, in cui il mondo incantato cessa di essere un gioco d'infanzia per ritornare a diventare ciò che è sempre stato nelle mani del genio: il racconto lucido, dolente e meraviglioso della nostra stessa umanità. Un atto poetico imprescindibile, capace di abitare il silenzio della sala e di risuonare nella mente dello spettatore ben oltre il calare del sipario. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 17 maggio 2026. |
Le favole di Oscar Wilde
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