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È impossibile scindere l'autore dal medico che, sin dal 1860, elesse la scienza a propria "moglie legittima". Čechov non scrive per sentenziare; egli redige un referto. La pregevole firma umbra ne raccoglie l’eredità, ponendosi accanto al maestro come una sentinella della psiche al microscopio. Laddove il primo utilizzava il verbo per isolare il virus della stasi esistenziale, la visione dell'autore trasmuta quella patologia in una spazialità scenica che si fa sintomo tangibile. Entrambi si configurano come scrutatori delle sorelle Prozorov, trattandole non quali eroine tragiche, bensì come campioni biologici isolati in un ambiente ostile, prigioniere di una provincia che diviene piastra di Petri per la loro inesorabile senescenza interiore. La scelta scenografica di Giuseppe Stellato sublima la metafora in una dinamica gravitazionale: il piano inclinato. Tale intuizione trasforma la psicologia dei personaggi in una fatica cinetica. Ol’ga, Maša e Irina abitano una superficie che nega il baricentro, rendendo ogni anelito verso Mosca un'ascesa sfiancante e ogni cedimento una rovina verticale. La cenere che surroga la neve čechoviana non è mero orpello atmosferico, ma il sedimento di una combustione dell’anima: la tragedia della stasi viene qui icasticamente resa come un soffocamento monocromatico, un cosmo plumbeo dove il pensiero alto si estingue sotto il proprio stesso peso. Il dramma si dipana come una partitura corale dove il realismo psicologico attinge a vette di esasperata precisione. Andrej, l’intellettuale eviscerato, incarna il declino verso l’insignificanza; Nataša, di contro, prorompe con una sfacciata multiformità cromatica e una spietatezza pragmatica volta a scardinare il sacrario dei Prozorov. L’ascesa di Nataša è l’invasione di un organismo allogeno, vitale nella sua volgarità, che colonizza gli spazi desertificati dai sogni delle sorelle. Il conflitto non risiede nel manicheismo tra bene e male, ma nella frizione tra la cultura come paralisi e la prassi come prevaricazione. Sostenuta dalla consulenza letteraria di Margherita Crepax e dalla drammaturgia di Piera Mungiguerra, questa messa in scena restituisce a Čechov la sua quintessenza: quella di un testimone che, con il rigore dello scienziato e l’ardore dell’amante, rivela come l’attesa di un'altra vita sia la forma più velenosa di necrosi spirituale. Liv Ferracchiati non si limita all'allestimento di un classico; egli firma un protocollo clinico sull’inabilità dell’uomo contemporaneo di abitare il qui ed ora, consegnandoci uno spettacolo di una modernità abbacinante, necessaria e profondamente ferina. Clicca QUI per visionare la recensione della data torinese. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 12 maggio 2026. |
Tre sorelle. testo e regia Liv Ferracchiati dramaturg Piera Mungiguerra consulenza letteraria Margherita Crepax con (in ordine alfabetico) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa scene Giuseppe Stellato costumi Gianluca Sbicca luci Pasquale Mari suono Giacomo Agnifili produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale Liv Ferracchiati propone una riscrittura di Tre sorelle che dialoga con la tradizione senza rinunciare a uno sguardo personale. Čechov scrisse l’opera nel 1900, nella Russia attraversata da tensioni sociali e da un diffuso senso di stagnazione: in questo contesto nasce il destino di Olga, Maša e Irina, bloccate in una provincia che soffoca i loro desideri di riscatto e il sogno mai realizzato di tornare a Mosca. Ferracchiati mette in risalto l’attualità del testo, rivelando come l’immobilità e la frustrazione delle protagoniste trovino eco in una sensibilità contemporanea segnata da precarietà e incertezza. Attraverso una regia che scandaglia le contraddizioni interiori, lo spettacolo illumina il bisogno umano di cambiare, di immaginare un altrove, pur sapendo che la vita, spesso, rimane incompiuta (fonte: comunicato stampa).
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