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Così questo omaggio agli attori e al loro essere insieme sul palcoscenico fa vivere la metafora teatrale anche a chi su quel palco non ci è stato mai, nemmeno per prova. Così si impara a fingere senza dire mai una bugia, anzi, essendo più sinceri della verità. Certo, fingere, cioè plasmare la realtà in modo che questa risulti vivida ai propri occhi e a quelli degli altri: come lo sguardo di un pittore iperrealista, che vede ogni minuscolo dettaglio grande come tutta la scena e riesce a riportare tutto allo spettatore con la stessa potenza. La distorsione percettiva di chi osserva è stata ingannata: lo spettatore non può più fare a meno di vedere anche ciò che non è mostrato, le ombre quanto le piene luci, l’albero e la foglia. Ma anche il tentativo di occultare è disilluso: la realtà nella sua essenza vince. Attori, attori mancati, aspiranti attori o semplici persone che hanno cercato di ridare un senso alla loro vita, ciascuno dei personaggi senza volerlo svelerà di sé stesso più di quanto non avesse mai pensato di poter fare e scoprirà senza cercarlo qualcosa che non sapeva. Questa delicata e fragile opera di Annie Baker è prima di tutto una grande prova corale per un gruppo di attori perfettamente funzionante, un meccanismo complesso ma perfettamente oliato che fa attraversare le quasi due ore di spettacolo con fluidità. Si riconosce in questo il grande lavoro da “allenatore” dietro la inappuntabile regia di Binasco. Per chiudere, merita un plauso l’instancabile lavoro di Monica Capuani quale traduttrice del teatro anglosassone contemporaneo, che insieme a Cristina Spina ha permesso al pubblico italiano di conoscere quest’opera e si spera presto anche altri lavori della drammaturga americana. Cinzia Marzioni. Sotto le luci asettiche di una palestra nel Vermont, la banalità del quotidiano si eleva a rivelazione metafisica. Circle Mirror Transformation, il capolavoro minimalista di Annie Baker, approda sulle scene milanesi come una vivisezione analitica dell’animo umano, confermando l'ascendente magnetico della drammaturga statunitense nel panorama contemporaneo. L' autrice, eccelsa custode del non-detto e delle pause gravide di significato, orchestra una partitura dove l'insignificante assurge a una dignità monumentale. Il successo dell’operazione poggia sulla mirabile trasposizione linguistica curata da Monica Capuani e Cristina Spina. La loro versione italiana brilla per un’accuratezza quasi filologica: ogni esitazione, ogni "intercalare" studiato dell'autrice (Premio Pulitzer) viene restituito con una naturalezza che rifugge le secche del letteralismo. La dovizia del loro lavoro permette al pubblico di percepire quella tensione sottocutanea tipica della lingua originale, rendendo il testo vibrante e immune da qualsiasi rigidità accademica. Al centro di questo dispositivo teatrale rifulge la prova magistrale di Pamela Villoresi. Attrice di razza, la cui genealogia artistica affonda le radici nella lezione di Giorgio Strehler e si fregia della fondazione dell'Unione dei Teatri d'Europa insieme a Jack Lang, Villoresi incarna la docente Marty con una profondità magnetica. Dopo aver solcato i palcoscenici più prestigiosi al fianco di giganti quali Gassman, Manfredi e Cobelli, l'attrice infonde nel suo personaggio una saggezza inquieta. La sua Marty non è mera guida, bensì il catalizzatore di un processo alchemico. L'opera si configura come un autentico cenacolo psicanalitico esperito sotto le spoglie di un corso di recitazione per dilettanti. Attraverso esercizi apparentemente ingenui — il cerchio, lo specchio, la trasformazione — i cinque protagonisti scivolano involontariamente in una vertigine di autoanalisi. La coesione del gruppo attoriale è sorprendente; ogni interprete abdica al protagonismo per farsi ingranaggio di un meccanismo collettivo di rara precisione. Gli schemi comportamentali si sgretolano, svelando traumi, solitudini e desideri repressi con una delicatezza quasi insostenibile. La regia asseconda i ritmi dilatati della vita reale, trasfigurando l'attesa in un potente strumento di indagine interiore. In questa pièce, il teatro smette di essere rappresentazione per farsi specchio urticante. La maestria della fondatrice dell'UTE, unita alla penna affilata della Baker, regala allo spettatore un'esperienza di rara introspezione, dove la finzione scenica diviene l'unico viatico per attingere a una verità umana, nuda e disarmante. Mariarosa Gallo. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 28 e del 29 aprile 2026. Altre recensioni di questo spettacolo su Artists and Bands: Torino - Teatro Carignano - 10 maggio 2026 |
CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION traduzione Monica Capuani e Cristina Spina
Piccolo Teatro Strehler Largo Greppi,1, |










