Fra, San Francesco, la superstar del Medioevo
Milano, Teatro Carcano, dal 22 al 26 aprile 2026

Sulla scena svestita di orpelli, Giovanni Scifoni compie un’operazione di chirurgia agiografica senza precedenti, restituendo ai posteri non l'oleografia sbiadita del santino, bensì la dirompente fisicità di un influencer ante litteram. In "FRA’ - San Francesco, la superstar del medioevo", l'attore romano si fa demiurgo di un racconto che trasfigura il figlio di Pietro di Bernardone in un funambolo della parola, un maestro dell'intrattenimento capace di piegare la retorica al servizio di una rivoluzione spirituale e, soprattutto, politica.
Il cuore pulsante dell’opera risiede nella rivalutazione del Santo come fautore supremo dell'arte oratoria.  Il mattatore tratteggia un poeta della penitenza che non sussurra ai lupi, ma arringa le masse e seduce i potenti, maneggiando il dialetto e la poesia con una maestria tale da ammaliare persino l'implacabile Papa Innocenzo III. È qui che il dramma si fa cronaca storica raffinata: laddove la Chiesa del tempo schiacciava l’eresia catara, scorgeva in questo "Giovanni" mutato in "Francesco" lo strumento perfetto per una controffensiva culturale. Il Poverello non è più solo l'asceta, ma l'icona necessaria a una "squadra" ecclesiastica in cerca di consenso popolare, l'elemento di rottura che riporta l'istituzione tra la gente senza mai infrangere il vincolo dell’obbedienza.
Tuttavia, l'anima vibrante dello spettacolo esplode nella sua connotazione pop e irresistibilmente ludica. L'istrione rompe costantemente gli argini della sacralità con una recitazione disinibita, quasi rapsodica, che scivola con naturalezza dal testo scritto al canovaccio. L'interprete domina l'assito con una mimica travolgente, regalando momenti di pura comicità che trasformano la platea in una piazza medievale in festa. Il suo Alter Christus è un giullare di Dio che si concede allo sberleffo sagace e all'improvvisazione estemporanea, rendendo la figura del serafico umana, vicina, quasi un compagno di bisboccia. È una performance che gioca col pubblico, lo provoca e lo trascina in un vortice di risate, smitizzando il peso del martirio a favore di una gioia contagiosa.
L'impalcatura sonora, curata con perizia filologica e slancio contemporaneo, diviene il secondo protagonista del monologo. Luciano Di Giandomenico evoca atmosfere mistiche e arcane attraverso il vibrare del salterio ad arco e la melopea dell'oud; Maurizio Picchiò scandisce il tempo di una vita in fuga con una selva di percussioni che spaziano dalla darbuka al battito terragno del cajón; Stefano Carloncelli, infine, soffia il respiro della terra in ciaramelle e flauti, creando un contrappunto acustico che accompagna la trasfigurazione somatica del fulcro della messinscena.
Il divulgatore performativo dissacra le letture canoniche per svelare la psiche di un uomo che scelse la "povertà organizzata" non come privazione, ma come manifesto di libertà assoluta. Il titolo stesso, FRA', risuona nel gergo urbano odierno come richiamo al sodale, all'amico, eliminando le distanze secolari. La regia segue millimetricamente il percorso umano di rivoluzionario scalzo, individuando la sua cifra più moderna: la ricerca della concordia tra gli status quo. Non una battaglia contro i sistemi, ma la caparbia attuazione dell'ideologia del rispetto universale che includesse ogni emarginato.
Mentre la fisionomia dell'evocatore si scava e si trasfigura, ricalcando iconograficamente i tratti del Cristo, lo spettatore viene colto da una agnizione che è, in realtà, somma rivelazione. Il titolo stesso, FRA’, si spoglia della patina dei secoli per svelarsi nella sua accezione più viscerale e contemporanea: quella del 'Bro' del gergo Urban, il compagno d'elezione, l'alleato scevro da filtri. Quello dell'artefice è un Penitente che declina il volgare della strada per lambire le vette dell'altissimo, ricordandoci che la santità, prima di farsi altare, è stata polvere, affanno e una sbalorditiva capacità di abitare il cuore del mondo.

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La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 24 aprile 2026.


FRA’
San Francesco, la superstar del medioevo

di e con Giovanni Scifoni
musiche originali Luciano Di Giandomenico
strumenti antichi Luciano Di Giandomenico,
Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli
regia Francesco Brandi
coproduzione Teatro Carcano, Viola Produzioni
distribuzione Mismaonda

Come si fa a parlare di San Francesco D’Assisi senza essere mostruosamente banali? Come farò a mettere in scena questo spettacolo senza che sembri una canzone di Jovanotti? 
Se chiedo ad un ateo anticlericale «Dimmi un santo che ti piace» lui dirà: Francesco. Perché tutti conoscono San Francesco? Perché sono stati scritti decine di migliaia di testi su di lui? Perché è così irresistibile?
E perché proprio lui? Non era l’unico a praticare il pauperismo. In quell’epoca era pieno di santi e movimenti eretici che avevano fatto la stessa scelta estrema. Che aveva di speciale questo coatto di periferia piccolo borghese mezzo frikkettone che lascia tutto per diventare straccione?
Aveva di speciale che era un artista
. Forse il più grande della storia. Le sue prediche erano capolavori folli e visionari. Erano performance di teatro contemporaneo. Giocava con gli elementi della natura, improvvisava in francese, citando a memoria brani dalle chansons de geste, stravolgendone il senso, utilizzava il corpo, il nudo, perfino la propria malattia, il dolore fisico e il mutismo. Il 24 dicembre 2023 abbiamo celebrato gli 800 anni del presepe di Greccio, la più geniale (e più copiata) invenzione di Francesco. Ma all’epoca non c’era la siae. Il monologo, orchestrato con le laudi medievali e gli strumenti antichi di Luciano di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli, si interroga sull’enorme potere persuasivo che genera su noi contemporanei la figura pop di Francesco, e percorre la vita del poverello di Assisi e il suo sforzo ossessivo di raccontare il mistero di Dio in ogni forma, fino al logoramento fisico che lo porterà alla morte. Dalla predica ai porci alla composizione del cantico delle creature, il primo componimento lirico in volgare italiano della storia, Francesco canta la bellezza di frate sole dal buio della sua cella, cieco e devastato dalla malattia. Nessuno nella storia ha raccontato Dio con tanta geniale creatività. Francesco sapeva incantare il pubblico, folle sterminate, sapeva far ridere, piangere, sapeva cantare, ballare. Il vero problema con cui mi sono dovuto scontrare preparando questo spettacolo è che Francesco era un attore molto più bravo di me. 
E poi il gran finale, la morte, il rapporto di fratellanza, quasi di amore carnale che aveva Francesco con Sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare. E neanche il pubblico potrà scappare da questo finale, incatenati sulle poltrone del teatro saranno costretti anche loro ad affrontare il vero, l’ultimo, grande tabù della nostra contemporaneità: non siamo immortali (fonte: comunicato stampa).



Teatro Carcano

Corso di Porta Romana, 63,
20122 Milano
tel: 02 55181362
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ORARIO SPETTACOLI:

sabato ore 20:30
domenica ore 16:30



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