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Custodito nel barlume della Sala Laudamo — gioiello di una bellezza decadente che pare trasudare la stessa polvere dei secoli — Il cortile di Spiro Scimone si manifesta come una rivelazione del vuoto. La cornice architettonica della Filarmonica messinese, pur costretta nei vincoli di un’insonorizzazione che vorrebbe isolare l'arte dal mondo, non ha potuto arginare l'irruzione della contingenza: un coro stonato di clacson e schiamazzi adolescenziali, risalenti dal Corso Cavour, si è insinuato con protervia nella recitazione, trasformando il rumore urbano in un involontario, quanto perturbante, metateatro sonoro. Perfino l’improvviso e bizzarro latrato di un canide di piccola taglia, celato nel grembo di una borsa in platea, è parso un commento espressionista, un’estensione organica del caos ordinato che regna sulla scena.
La regia di Valerio Binasco modella con precisione chirurgica questa "discarica dell'anima", dove la desolazione dei personaggi — Peppe, Tano e Uno — rifugge ogni cedimento elegiaco, assurgendo a geometria esistenziale. Il testo, già consacrato dal Premio Ubu 2004, trova nella triade attoriale (Sframeli, Scimone, Cesale) un’incarnazione totemica. Questi raminghi del post-moderno, asserragliati tra le lamiere e i feticci di una civiltà esausta ideata da Titina Maselli, tessono una trama di dialoghi sincopati, dove la parola è un’arma smussata ma ancora capace di infliggere ferite purissime. L'efficacia drammatica risiede in una scrittura che procede per sottrazione. Le interazioni tra i protagonisti trasfigurano la banalità in rito surreale: Peppe e Tano rappresentano il residuo di una dialettica di coppia logora, impegnati in una rituale coreografia di piccole ossessioni e crudeltà domestiche, mentre Uno, figura liminale, incarna l'estraneità e il presagio, destabilizzando l'equilibrio precario di un luogo che non è più casa ma non è ancora tomba. Le luci (Beatrice Ficalbi) delineano i corpi in una penombra caravaggesca, mentre la direzione tecnica (Santo Pinizzotto) garantisce che ogni cigolio sia una nota in questa partitura della fine. Non c'è spazio per lo sconto critico di fronte a una messinscena così spietatamente lucida. La produzione della Compagnia Scimone Sframeli, forte di una rete internazionale che va da Gibellina a Parigi, conferma che la vera avanguardia non risiede nell'artificio, ma nella capacità di guardare nell'abisso senza socchiudere gli occhi. Il cortile quindi si presenta come uno spietato reperto archeologico del presente, un frammento di verità estratto dalle macerie di una Messina che pulsa fuori dalle mura, inconsapevole di essere lo specchio deformante di ciò che accade sul palco. Una convincente prova di teatro assoluto, dove il surreale diviene l'unico strumento per decifrare la fenomenologia dell'esistente.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 18 aprile 2026. |
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Il cortile
di Spiro Scimone Premio Ubu 2004 “nuovo testo italiano” con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale regia Valerio Binasco scena e costumi Titina Maselli disegno luci Beatrice Ficalbi regista assistente Leonardo Pischedda assistente scene e costumi Barbara Bessi direttore tecnico Santo Pinizzotto foto di scena Marco Caselli Nirmal amministrazione Giovanni Scimone produzione Compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Fondazione Orestiadi Gibellina > Festival d’Automne à Paris > Kunsten Festival des Arts de Bruxelles > Théâtre Garonne de Toulouse.
Il cortile è un testo di grande verità e allo stesso tempo completamente surreale. I protagonisti vivono fra vecchie motociclette e spazzatura in una discarica degna di qualche desolante suburbio della più povera delle metropoli. Sono tormentati dalla decadenza fisica e affetti da una sorta di malinconia per i tempi migliori. Viene evocata una quotidianità grottesca ma, a ben vedere, non dissimile dalla realtà, dal degrado e dall’angoscia che ci circondano. Peppe, Tano e Uno non hanno più la cognizione del tempo, ma ancora tanta voglia di vivere. Sono solo tre uomini-bambini con i loro piccoli gesti, con il bisogno d’ascoltarsi, con il gusto del gioco. Disperati all’apparenza, nel loro cortile nessuno può togliergli il piacere di giocare. Non sappiamo da dove vengono, né quale rapporto li leghi. Lo spettacolo alterna crudele astrazione e poetico realismo, innesta le domande più aspre del presente nelle piccole ossessioni della quotidianità, con un ritmo comico e una precisione che non lasciano scampo. Il tragico ha anche effetti esilaranti: si ride molto, ma senza mai smettere di pensare (fonte: comunicato stampa).

Teatro Vittorio Emanuele Sala Laudamo
Via G. Garibaldi 98122 Messina Tel. 090 2408836
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ORARIO SPETTACOLI:
domenica ore 17:30
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