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Il fulcro della messinscena risiede nella decostruzione dei cardini relazionali. La direzione scenica opera una chirurgica distinzione tra il sentimento e la patologia del dominio. Quello che storicamente è stato rubricato come un eccesso di passione, qui emerge nella sua veste più nuda e brutale: l'istinto di proprietà. Viene dunque smascherata la narrazione del possesso come estremo atto affettivo. La sottomissione della protagonista viene spogliata da ogni aura di nobiltà romantica per essere rivelata come una tragica capitolazione del debole davanti alla forza bruta. In questa versione, l’assenza fisica del terzo vertice del triangolo, Cassio, esaspera la claustrofobia del duo. La tensione si concentra tutta nel rapporto tra la diade, dove la dialettica tra bene e male subisce una mutazione inquietante. Il cuore del dramma si insinua nelle pieghe del sospetto, ma con un ribaltamento prospettico: è la purezza della vittima a farsi specchio del male altrui. In un gioco di proiezioni psicologiche, Desdemona sembra quasi farsi carico dell'ombra di Jago, diventando il catalizzatore di un male oscuro che nasce dal vuoto interiore del suo carnefice. Il Moro, interpretato con un’intensità che sfiora il ferino, si muove sulla scena come un licantropo, una creatura scissa tra umanità e un’animalità predatrice alimentata da un desiderio inesplorato che assume i tratti di un rito voodoo laterale. L'impianto visivo contribuisce in modo determinante a tessere questa tela stringente. Le luci (Nicolò La Rosa) tagliano infatti lo spazio creando zone d'ombra che riflettono l'instabilità mentale dei personaggi. Gli ambienti video (Leonardo Bruno) amplificano la percezione di un isolamento senza via d'uscita, trasformando il teatro in un non-luogo dove si consuma l'eterno ritorno della prevaricazione. Enrica Volponi Spena e lo stesso Cicardo offrono una prova attoriale di qualità, restituendo la dinamica di un’oppressione che non lascia scampo. Lo spettacolo riesce nell'intento più ineffabile del teatro contemporaneo: rivisitare il classico non per rassicurare lo spettatore, ma per interrogarlo sulle radici arcaiche e ancora attualissime della violenza di genere, senza scivolare nel didascalismo, ma lasciando che sia la carne viva della drammaturgia a parlare. |
Otello e Dsdemona
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