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Non è l’avvio consueto della rappresentazione a imporsi allo sguardo, ma una coscienza che si frange in riflessi plurimi. Sulla scena si coagula un colloquio impossibile, una vertigine speculativa in cui identità e percezione si incrinano sotto la pressione dello sguardo altrui. L’incontro immaginato fra Miguel de Unamuno e Luigi Pirandello si configura quale costruzione teatrale di calibrata fattura, atta a scandagliare, con sottile e talora caustica ironia, la friabilità dell’io novecentesco.
“Unamuno, nessuno e centomila”, su drammaturgia di Chiara e Fabio Bussotti e diretto da Alberto Oliva, si dipana come un tessuto speculativo di consistente tenuta, in cui parola e presenza si inseguono senza mai indulgere a consolatorie fissità. La costruzione drammaturgica istituisce una stringente simmetria: da un lato l’angoscia ontologica dello scrittore iberico, dall’altro la penetrante lucidità dell’autore agrigentino, la cui austerità — quasi irrigidita in una postura iconica — è attraversata da un’ironia sottotraccia che ne incrina la superficie senza dissolverne il rigore. Fabio Bussotti e Francesco Salvi sostengono il cimento con misura, eludendo sapientemente tentazioni declamatorie. Il loro confronto scenico trascende la mera rievocazione biografica per restituire il nucleo inquieto di due poetiche convergenti, quel perpetuo oscillare tra maschera e volto che si riverbera nelle indagini sul molteplice. L’aura del riconoscimento conferito nel 1934 si insinua quale presenza carsica, mai celebrativa, piuttosto sottoposta a una sottile operazione di decostruzione. L’assetto scenografico concepito da Giulio Pace si caratterizza per un’essenzialità di matrice quasi ascetica: pochi segni, calibrati con rigore, bastano a evocare uno spazio eminentemente mentale. Il disegno luci di Massimo Mennuni modella i volumi con precisione, accompagnando le modulazioni interiori senza appesantire la tessitura visiva. I costumi di La Lory contribuiscono a delineare le figure sottraendole a subdole derive museali, mentre l’assistenza alla regia di Gea Rambelli assicura coesione a un congegno scenico di apprezzabile complessità. La promozione affidata ad Alice Guaglianone accompagna la diffusione di un progetto di non immediata fruizione. Sul versante concettuale, l’operazione affonda nelle tensioni del modernismo, intrecciando suggestioni riconducibili alla tripartizione psicanalitica: l’Es erompe quale forza pulsionale irrefrenabile, l’Io si affanna in una mediazione costantemente precaria, il Super-io si erge a istanza giudicante e silente. Tale dinamica triadica trova risonanza nelle opere dei due autori e si traduce qui in una resa scenica che travalica la citazione, facendosi esperienza sensibile e stratificata. Ne scaturisce un lavoro che si sottrae al registro esplicativo e descrittivo, per approdare a una dimensione ambigua e densamente polisemica. L’ironia, segnatamente quando lambisce la figura pirandelliana, si rivela uno strumento di scavo, capace di incrinare ogni tentazione monumentale. L’esito è un confronto sostenuto, attraversato da tensione intellettuale, che invita lo spettatore a riconoscersi nella molteplicità che lo attraversa, senza offrire approdi risolutivi ma dischiudendo, piuttosto, ulteriori interrogativi.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 25 marzo 2026. |
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Unamuno, nessuno e centomila
di Chiara e Fabio Bussotti regia Alberto Oliva con Fabio Bussotti e Francesco Salvi scenografia Giulio Pace disegno luci Massimo Mennuni costumi La Lory assistente alla regia Gea Rambelli promozione Alice Guaglianone produzione Società per Attori
In scena nella Sala Blu del Teatro Franco Parenti, dal 24 al 29 marzo, Unamuno, nessuno e centomila, una nuova produzione di Società per Attori, ideata da Chiara e Fabio Bussotti e diretta dal regista milanese Alberto Oliva, regista teatrale, scrittore e giornalista, diplomato in regia alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e attivo da anni nella scena teatrale italiana con produzioni di prosa e progetti originali. Sul palco, Francesco Salvi e Fabio Bussotti, danno vita a un immaginario incontro tra Miguel de Unamuno e Luigi Pirandello: uno spettacolo che riflette con ironia e profondità sul tema dell’identità, delle maschere sociali e delle verità mutevoli, dove realtà e finzione si specchiano l’una nell’altra. Un duello teatrale ironico e poetico. Al centro della scena un grande specchio — totem tecnologico, portale spazio-temporale, terzo protagonista silenzioso — da cui emergono due figure. Sono davvero Unamuno e Pirandello? O sono due attori che fingono di essere autori che fingono di essere personaggi? L’ambiguità si moltiplica. I ruoli si ribaltano. I personaggi si ribellano. Due giganti della letteratura del ‘900 si osservano, si studiano, si sfidano. Miguel de Unamuno e Luigi Pirandello si trovano finalmente faccia a faccia. E le loro maschere, i loro personaggi, le loro idee si specchiano, si confondono e si fondono in un dialogo immaginario, dando vita ad uno spettacolo-metafora sull’essere e sulla frantumazione dell’io, sui confini instabili tra realtà e finzione, tra chi scrive e chi viene scritto. Il dialogo attraversa le opere dei due scrittori, intreccia calembour e citazioni, si diverte a giocare con le rispettive poetiche e con le sorprendenti affinità che li hanno resi — pur senza essersi mai incontrati — idealmente vicinissimi. Rivali inconsapevoli, uniti da una comune sensibilità per il tema del doppio, del moltiplicarsi delle identità, della crisi dell’io moderno. Le videoproiezioni e gli effetti del grande specchio spostano continuamente il piano dell’azione: dalla realtà alla mente, dal teatro alla vita, dal personaggio all’uomo. In un continuo dentro-fuori che rende impossibile stabilire un confine definitivo. Un grande specchio al centro della scena troneggia come un totem, un portale spazio-temporale, uno squarcio tra la realtà e la finzione. Da questo grande specchio, in un dentro-fuori di cui è impossibile stabilire i confini, emergono due figure, interpretate da due attori di grande esperienza, Francesco Salvi e Fabio Bussotti, che di questo gioco teatrale è anche l’autore. Chi sono queste due figure? Sono Unamuno e Pirandello? Sono due attori in un teatro che fingono di essere i personaggi, che fingono a loro volta di essere gli autori? O tutte queste funzioni insieme? O nessuna di queste? L’ubriacatura semantica potrebbe continuare all’infinito, amplificata dagli effetti spettacolari del grande specchio, dalle videoproiezioni che spostano l’ambientazione dalla realtà alla mente, ma tutto alla fine ci riporta nel qui e ora del teatro e delle nostre vite, a interrogarci sulla nostra identità. – Alberto Oliva Pirandello e Unamuno, rivali senza volerlo e senza conoscersi, ma in realtà uniti da una medesima sensibilità sui grandi temi del doppio, del frantumarsi dell’io e della rappresentazione di sé, rivivono sul palcoscenico a cent’anni dalla loro affermazione nel mondo e si fanno portavoce delle nostre domande contemporanee, dei nostri dubbi esistenziali e delle nostre fragilità. E lo fanno con ironia, attraverso un dialogo serrato che gioca con le loro opere, con il calembour e con la fantasia, accompagnando lo spettatore in un viaggio onirico e surreale che strizza l’occhio a Magritte, per dirci che – forse – “ceci n’est pas un spectacle”. C’est la vie. – Alberto Oliva. (Fonte: comunicato stampa).

Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14 20135 Milano Tel:02 59995206
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ORARIO SPETTACOLI:
giovedì ore 20:30 venerdì, sabato ore 19:15 domenica ore 15:45
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