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Due racconti, due versioni radicalmente divergenti della stessa vicenda: è sotto il segno dell’instabilità della parola che si apre “La denuncia”, opera dell’apprezzato autore e regista Ivan Cotroneo. Il lavoro si articola in unico atto, diviso in tre segmenti che corrispondono idealmente al presente, al passato e al futuro delle due protagoniste.
Il primo segmento vede la docente Clelia e la sua studentessa Alice confrontarsi alternatamente con un interlocutore fuori campo — la dirigente scolastica — che raccoglie una narrazione frammentata e discordante del presunto abuso sessuale di cui l'allieva accusa l'insegnante. Se inizialmente il cuore del dramma sembra imperniarsi sull’aporia della verità, richiamando la struttura del "Rashomon" di Akira Kurosawa, presto lo spettatore comprende che a essere chiamato in causa è il tema del potere: un potere inquisitorio, viscido, parziale e imperscrutabile, reso ancor più distante dalla sua assenza fisica sulla scena. Nelle insinuazioni della preside circa l’orientamento della docente, così come nella compiacenza pavida verso le pretese della studentessa, si consuma l’ingiustizia di un sistema sociale incurante del vero e devoto unicamente alla propria autoconservazione. Il segmento mette in scena i fatti narrati in precedenza, e lo fa apparentemente senza margini di incertezza: in un crescendo di tensione, assistiamo al tentativo di ricatto che la giovane Alice muove alla propria insegnante, facendo leva sulla presunta attrazione di quest’ultima per lei. In questo segmento, il tema portante si precisa ulteriormente: il potere diventa capacità di determinare l'altrui destino attraverso l’inganno, piegando l’oggettività della valutazione ai propri desiderata. In questo senso, il testo di Cotroneo trascende il dramma scolastico per farsi specchio di un’attualità dominata dal clima del sospetto. La denuncia non è più solo un atto formale, ma un’arma impropria in una società dove la reputazione è più fragile della verità stessa, e dove l’istituzione — incarnata dalla dirigente assente — preferisce sacrificare l’individuo sull'altare del quieto vivere e del decoro burocratico. Eppure, il senso di onnipotenza che Alice trae dalla sua supposta posizione di forza si risolve in uno squallido tentativo di seduzione, nello svilimento del sentimento a mera merce di scambio. È un dominio che, per quanto esibito, si rivela infine meschino e impotente. È nell’ultima parte che il discorso sull'autorità si delinea in tutta la sua portata, rovesciando la prospettiva: la docente si rivela detentrice di una forza di gran lunga più temibile, ma sceglie consapevolmente di non esercitarla. In questa rinuncia risiede una profonda ambiguità: se da un lato può rappresentare un atto di umanità verso chi è più debole, dall’altro l’ammissione finale della correttezza delle accuse adombra una forma più sottile di controllo e di abuso psicologico. Tacendo e "perdonando" Alice, Clelia esercita un potere psicologico enorme: condanna la studentessa a un eterno debito di gratitudine (o di colpa) verso di lei, usando dichiaratamente la forza della propria statura morale per sovrastarla e farle pagare il fio dei propri comportamenti. La regia di Cotroneo si muove con un rigore quasi chirurgico, mutuando dal cinema una tensione sotterranea che non esplode mai in urla, ma si consuma nei silenzi e negli sguardi. La sua è una direzione che valorizza la parola come se fosse un'inquadratura, stringendo il campo psicologico sulle due protagoniste fino a renderlo asfissiante. A sorreggere questo congegno drammaturgico è una straordinaria coppia di interpreti: a brillare è soprattutto Marta Pizzigallo nei panni di Clelia, magnetica nel tratteggiare una figura sempre in bilico tra rigore istituzionale e fragilità delle proprie pulsioni sommerse. La sua prova trova un efficace contrappunto in Elisabetta Mirra, abile nell’incarnare la determinazione ingenua e spietata di Alice. La messa in scena è essenziale ma non minimalista: i costumi di Alberto Moretti e le scenografie di Monica Sironi sono sobri, capaci di restituire realismo a un contesto che, con le sue gerarchie, si fa simbolo della società nel suo complesso. In questo senso, la scuola cessa di essere un semplice sfondo per farsi vero e proprio microcosmo claustrofobico, perimetro di una gabbia che incatena vittime e carnefici a un circolo vizioso in cui i ruoli si rovesciano costantemente. Un plauso va anche alle luci di Gianfilippo Corticelli, fredde e taglienti, e alle musiche originali di Gabriele Roberto, mai invadenti ma preziose nel sottolineare i momenti di maggior pathos. “La denuncia” rappresenta probabilmente una delle fatiche più riuscite di Cotroneo — sicuramente la più rigorosa nella scrittura — e si afferma come uno dei punti più alti della stagione torinese di prosa.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 25 marzo 2026.
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La denuncia di Ivan Cotroneo
regia Ivan Cotroneo con Marta Pizzigallo e Elisabetta Mirra scene Monica Sironi costumi Alberto Moretti disegno luci Gianfilippo Corticelli musiche originali Gabriele Roberto
Diana Or.i.S
Atto unico scritto e diretto da Ivan Cotroneo, interpretato con intensità da Marta Pizzigallo ed Elisabetta Mirra. In un’aula scolastica, una studentessa e la sua professoressa in un teso duello verbale. Seduzione? Manipolazione? Consenso? Verità che si sgretolano e si ricompongono in tre quadri scenici, che compongono una storia attuale e affilata, capace di commuoverci e interrogarci. Una storia attuale che graffia, interroga, commuove. Alla fine, tra accuse e silenzi, resterà solo una cosa: l’amore, inaspettato e disarmante. (fonte: comunicato stampa)

Teatro Gobetti
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