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Il dato artigianale non è semplice premessa tecnica, bensì fondamento concettuale. Il marionettista si presenta come artefice totale, insieme costruttore e animatore, che plasma materia inerte per trasformarla in linguaggio scenico. La marionetta, in tale prospettiva, non è oggetto ma soggetto in potenza: un "attore delegato" che vive in una condizione di scarto prospettico rispetto al suo animatore, in una dinamica di parallasse che costituisce il vero motore semantico dello spettacolo. Ne deriva una drammaturgia che non racconta soltanto storie, ma interroga il principio stesso della rappresentazione. Il vastissimo patrimonio iconografico e performativo custodito nei depositi della Compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli — oltre tremila figure catalogabili per cicli narrativi, tipologie e provenienze letterarie — costituisce il serbatoio da cui lo spettacolo attinge. Tale archivio non è evocato come semplice curiosità museale, ma come organismo narrativo potenziale, in cui coesistono e si stratificano universi fiabeschi eterogenei. L'ordito scenico si articola infatti come un attraversamento consapevole di sei nuclei narrativi principali, ciascuno traslato in immagine non nella sua integrità canonica, bensì attraverso segni emblematici e figure-soglia che ne condensano l’immaginario: nel segmento piratesco emerge la matrice avventurosa di L’isola del tesoro, richiamata attraverso la figura del capitano pirata e della mappa del tesoro come dispositivo di desiderio e tradimento, in cui la rotta marittima diventa metafora della brama e della perdita di orientamento etico; il mondo collodiano di Pinocchio si manifesta non tanto nella linearità della vicenda, quanto nella dialettica tra burattino e coscienza, tra smarrimento e formazione mancata, con la marionetta stessa che riflette su di sé come creatura incompiuta e costantemente esposta alla manipolazione; la dimensione incantatoria de La bella addormentata nel bosco affiora attraverso la figura della principessa sospesa nel tempo e dell’incantesimo che immobilizza il corso della storia, traslando la fiaba in una sospensione scenica che diviene metafora dell’attesa e dell’inattività del potere; il repertorio delle fiabe popolari europee introduce presenze archetipiche — re, fate e creature del bosco — che funzionano come operatori simbolici di equilibrio e squilibrio narrativo, regolando l’ordine fragile tra armonia e perturbazione; il mondo delle narrazioni fantastiche per l’infanzia si declina in figure di viandanti, animali parlanti e aiutanti magici, che assumono funzione di contrappunto leggero rispetto alle derive più oscure del racconto, mantenendo aperto il registro della meraviglia; infine, l’universo avventuroso e moraleggiante della narrativa ottocentesca e premoderna si condensa in personaggi-tipologia — eroi imperfetti, antagonisti caricaturali, sovrani simbolici — che agiscono come vettori di una parabola etica continuamente in tensione. In questa costellazione, la parabola principale si innesta su un materiale storico e quasi archeologico: la traccia del film perduto Il sogno folle (1916), realizzato con le marionette della Compagnia e oggi sopravvissuto unicamente attraverso figurini, documenti e cronache giornalistiche. Tale lacerto diventa il principio generativo di una riscrittura compositiva che assume il carattere di reinvenzione filologica e, al tempo stesso, di speculazione poetica. Il costrutto diegetico si attiva nella dimensione notturna del retroscena: a fine giornata, le marionette — deposte nei loro armadi come presenze sospese — si rianimano dando luogo a una comunità autonoma di personaggi provenienti dai diversi universi fiabeschi. In tale assemblea si produce la frattura drammatica: Re Barbarus, figura sovrana e ipertrofica, entra in possesso di un frammento di giornale d’epoca che menziona la "Grande Guerra", e da tale reperto storico, decontestualizzato e mitizzato, trae l’innesco di un delirio espansionistico che trasforma la trama in parabola di potere assoluto. È in questo quadro che lo spettacolo articola la propria riflessione più radicale: le idee, private di verifica e misura, si autonomizzano e invadono la scena fino a produrre deformazioni cognitive e corporee, secondo un principio che richiama direttamente le tipologie critiche elaborate da Bertolt Brecht, in particolare la tensione tra forma e contenuto, tra rappresentazione e distorsione ideologica. Le "teste" del titolo diventano così metafora plastica di una crescita smisurata dell’ideale che, una volta collassato, rivela la propria inconsistenza strutturale. L’esito non è tuttavia caotico: la struttura testuale prevede un ritorno all’ordine scenico con il sopraggiungere del mattino. Il marionettista riassume il controllo del dispositivo, ricollocando ogni figura nella dimensione dell’inanimato, ristabilendo la gerarchia originaria tra artefice e creatura. Anche Re Barbarus, depotenziato, viene ricondotto alla sua condizione originaria di oggetto teatrale, avvolto nuovamente nei fili che ne determinano il destino. L’attualità del testo del 1916, in tale prospettiva, si impone con evidenza quasi perturbante, configurandosi come una meditazione indiretta ma lucidissima sui meccanismi di ogni potere forte e sulle sue derive mitologiche. La struttura dello spettacolo si organizza infine secondo un principio modulare che alterna registri tematici e figurativi: da un lato la sfera della leggerezza — spensieratezza, amore, armonia — dall’altro il campo delle ombre — tirannia, oppressione, megalomania. Tale dialettica si traduce in una composizione coreografica di grande precisione, in cui marionette e sagome cartonate danno vita a una vera e propria partitura visiva, insieme ironica e inquieta, che restituisce i tratti ambivalenti dell’umano e del suo rapporto con il mondo naturale e politico, in un equilibrio precario che sembra poter sopravvivere soltanto se, come suggerisce la scena, rimane sostenuto da un prezioso e salvifico crinale lirico. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 21 marzo 2026 |
Teste di legno
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