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Enzo Decaro mette abilmente in luce il profondo legame tra la tradizione napoletana dei De Filippo e il teatro classico di Molière.
Il focus è la sovrapposizione tra vita e palcoscenico: l'attore napoletano sottolinea la linea tutt'altro che marcata tra realtà quotidiana e finzione teatrale. Nelle note di regia a sua firma, questo rapporto è piuttosto evidente: "Il progetto nasce soprattutto da una curiosità ‘artistica’, a sua volta originata dalla costatazione che, a un certo punto della loro carriera, i De Filippo (Peppino e Luigi in particolare), hanno sentito l’esigenza di confrontarsi con il teatro di Molière e il suo genio innovativo, rimasto forse nel suo genere ancor oggi ineguagliato e vivissimo. A riprova, il fatto che, dopo oltre quattro secoli, in occasione della recente ricorrenza del quattrocentenario dalla nascita, si son tenute ovunque celebrazioni, studi e ricerche dedicate al suo teatro e alla sua mai tramontata “comédie humaine”. In particolare, “L’Avaro” e “Il Malato immaginario” sono stati i due titoli a cui, una generazione dopo l’altra, i De Filippo, padre e figlio, hanno dedicato seppur con differenti approcci la loro attenzione, sia teatrale che umana, dal momento che per entrambi, come del resto per Molière, il confine tra la rappresentazione teatrale e la vita come teatro, anche vissuto nella realtà quotidiana, è stato davvero sottile". In tal senso, la crasi dei due titoli allude alla volontà di esplorare la "commedia umana" in modo universale, senza alcun limite temporale, previa fusione tra innovazione secentesca francese e sensibilità partenopea del Novecento. I temi trattati afferiscono ovviamente al confine sottile che separa finzione e realtà, al legame culturale tra Italia e Francia (in particolare Napoli e Parigi); al lascito filosofico di Giordano Bruno, la cui presenza incombe per tutta la durata della rappresentazione, per poi esplodere in chiusura in un'apoteosi concettuale che sviluppa all'ennesima potenza alcune delle sue convinzioni più ardite e rivoluzionarie, oggi finalmente e definitivamente riscoperte, previa sua riabilitazione. L'opera è anche un omaggio all'arte itinerante, giusto viaggio avventuroso da Nola a Parigi di una "carretta dei comici" (tutti, peraltro, sublimati da costumi realizzati con incredibile realismo), alla ricerca di una salvezza ove il palcoscenico è elevato ad esperienza di vita.
Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 19 marzo 2026. |
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L’AVARO IMMAGINARIO Tratto da Molière/Luigi De Filippo Adattamento e regia di Enzo Decaro
con Enzo Decaro Luigi Bignone Angela De Matteo Carlo Di Maio Roberto Fiorentino Massimo Pagano Fabiana Russo Ingrid Sansone
Musiche di Nino Rota (da “Le Molière immaginarie”) Musiche di scena ispirate a villanelle e canzoni popolari del 600’ napoletano Produzione I due della città del sole Atto unico: Durata 90’
Il viaggio reale e immaginario di Oreste Bruno (discendente del filosofo Giordano) e della sua Compagnia verso Parigi, verso Molière: nel ‘600 flagellato da epidemie la fuga di una “carretta di comici” diventa palcoscenico e la vita si fa “Teatro”. Sette quadri, un prologo e un epilogo. È un viaggio nel teatro, quello di Molière in primo luogo, ma non soltanto… È anche un viaggio nel tempo quello del Seicento, un secolo pieno di guerre, epidemie, grandi tragedie ma anche di profonde intuizioni e illuminazioni che non riguardano solo “quel tempo. Ed è anche il viaggio, reale e immaginario, di Oreste Bruno e la sua Compagnia di famiglia, quella dei Fratelli dè Bruno da Nola, discendenti del grande filosofo Giordano Bruno), una vera “carretta dei comici” viaggiante, tanto cara sia a Peppino che a Luigi De Filippo. È il viaggio verso Parigi, verso il teatro, verso Molière ma anche una fuga dalla peste, da una terribile epidemia che ha costretto i Nostri a cimentarsi in un avventuroso viaggio verso un sogno, una speranza o solo la salvezza. Lungo il percorso, quando “la Compagnia” arriva nei pressi di un centro abitato, di un mercato o di un assembramento di persone, ecco che il “carretto viaggiante” diventa palcoscenico e “si fa il Teatro”. E col “teatro” si riesce anche a mangiare, quasi sempre. Infatti, grazie agli stratagemmi di tutti i componenti della famiglia teatrale si rimedia il pasto quotidiano o qualche misera offerta in monete o, più spesso, qualche pezzo di animale, già cucinato, offerto come compenso della esibizione sul palco-carretto, manco a dirlo, delle opere di Molière (L’Avaro e il Malato Immaginario sono “i cavalli di battaglia” di cui vengono proposti i momenti salienti, opportunamente adattati al luogo e agli astanti). Gli incontri durante il viaggio, sorprendenti ma non tutti piacevoli, l’avvicinamento anche fisico a Parigi, al teatro di Molière, la “corrispondenza” che il capocomico invia quotidianamente all’illustre “collega”, la forte connessione tra il mondo culturale e teatrale della Napoli di quel tempo con quella francese (con Pulcinella che diventa Scaramouche), di Molière ma forse ancor più di Corneille (che si celerebbe sotto mentite spoglie dietro alcune delle sue opere maggiori) la pesante eredità del pensiero di uno zio prete di Oreste Bruno, Filippo detto poi Giordano, scomparso da alcuni decenni ma di cui per fortuna non si ricorda più nessuno, e la morte in scena dello stesso Molière poco prima del loro arrivo a Parigi, renderanno davvero unico il viaggio di tutta la “Compagnia di famiglia” commedianti d’arte ma soprattutto persone “umane”, proprio come la grande commedia del teatro, dove “tutto è finto, ma niente è falso”. (fonte: comunicato stampa)

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