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Geniale ed emozionante, questa Antigone di Roberto Latini che mette in scena allo Studio Melato il conflitto insanabile tra dignità umana e diritto ma soprattutto la responsabilità e la dialettica interiore alla base di ogni scelta personale.
Il testo di Jean Anouilh è forse la riscrittura più moderna della tragedia di Sofocle, o comunque quella che più di tutte oltre al dramma di Antigone fa vivere anche l’altro dramma, quello di Creonte: fare la cosa giusta anche disobbedendo alla legge o commettendo empietà, costi quel che costi sul piano personale. In questa rappresentazione la scelta più interessante è l’inversione dei generi tra i due protagonisti: Antigone e Creonte. Il regista Roberto Latini la presenta come il modo per essere uno lo specchio dell’altra. Uno degli effetti è che qui viene eliminata qualsiasi questione di genere e si potenzia ulteriormente l’equilibrio del testo fatto di sottili distinguo tra le parti. Antigone è una fanciulla, ma nella nostra testa ha la voce profonda e potente e la possanza fisica di Roberto Latini. All’ombra, nel mezzo della platea dialoga con una voce ferma e determinata con la Nutrice e poi con la sorella Ismene. Ha già sepolto il cadavere straziato di suo fratello Polinice, ma non lo ha ancora rivelato ad alcuno. Sa già che morirà per il suo gesto pietoso, ma è convinta di essere nel giusto e la voce profonda, matura, calma, determinata ce lo sottolinea. Non importa come ce la descrive il testo di Anouilh nel Prologo, Antigone non è una ragazzina capricciosa. Così come Creonte è il re, ma ha la presenza fisica quasi fragile e la voce calma e pacata di Francesca Mazza che aggiunge una delicata empatia nei confronti della nipote ed è quasi dolente quando rivela il suo intimo dissenso nei confronti di ciò che la ragion di stato lo costringe a fare e la sua piena comprensione del rischio che comporta per la città stato la postuma e pericolosa vittoria dei martiri. Ma il Prologo, ci ha già introdotto i personaggi e la storia, così sappiamo che i ruoli sono già assegnati e che gli attori non potranno che seguire la strada tracciata dall’autore. Antigone si sta allontanando da tutti, dalla sorella Ismene che ride felice e dal pubblico, “da noi che non dobbiamo morire questa sera”. Così i personaggi non possono fare scelte autonome, non hanno conquistato la vita indipendente dei personaggi pirandelliani, e gli attori sono quasi delle marionette (così inizialmente ci viene presentata Ismene) al servizio dell’Autore. Ma nel procedere della storia, vediamo Antigone, Creonte e Ismene evolvere. Così la voce di Antigone diventa sempre più quella di una giovane che non è riuscita a coronare il desiderio di diventare donna; non una eroina che si immola in nome di un ideale politico, non una martire devota alla religione e alla famiglia, ma un essere umano che, pur aspirando a far coincidere la propria vita con il proprio ideale, sperimenta sulla sua pelle la difficoltà di rimanere lucida nelle proprie scelte e restare fedele ai propri principi. La voce di Creonte diventa sempre più fredda e svela tutto il suo cinismo politico distruggendo ogni ragione logica al sacrificio di Antigone, ma anche alla sua punizione. Tuttavia, Creonte non si sottrarrà al suo destino e la condannerà a morte, condannando nello stesso tempo sé stesso alla distruzione della sua famiglia e alla prosecuzione del suo ufficio, ormai diventato una mera routine priva di scopo. Ismene, Silvia Battaglio accetta, troppo tardi, di condividere le scelte della sorella, non è più una marionetta e perde la sua maschera e la sua bellezza, spezzata e prostrata sul palcoscenico.

La bellezza indiscutibile di questa messa in scena del testo di Anouilh oltre che alla sorprendente interpretazione di tutti gli attori trae sostanza e merito anche dai costumi affascinanti di Gianluca Sbicca e dalla scenografia scarna ma suggestiva di Gregorio Zurla nella quale tutti gli attori si muovono in uno spazio che sembra ingrandirli o rimpicciolirli in funzione dell’accento interiore del personaggio nel momento. La Nutrice / Coro / Prologo, una possente e duttile Manuela Kustermann cita silenziosamente la poetica di Anouilh in una scena suggestiva, in cui il suo volto compare illuminato nel buio, “una autocoscienza prigioniera dietro il vetro di un acquario”. Il dramma si è spostato dalla dialettica tra le parti alla responsabilità individuale e la domanda con cui si esce dalla sala è: sono / sarò capace di riconoscere il campo giusto? Uno spettacolo che tutti dovrebbero vedere.
La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 18 marzo 2026
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ANTIGONE di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza scene Gregorio Zurla costumi Gianluca Sbicca musica e suono Gianluca Misiti luci e direzione tecnica Max Mugnai in collaborazione con Bàste Sartoria regia Roberto Latini produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Scritta nella Francia occupata – e concepita, al tempo stesso, come allegoria della Resistenza al potere e come riflessione sulle tensioni tra obbedienza e dissenso – l’Antigone di Jean Anouilh trova nuova voce nella rilettura scenica di Roberto Latini, che ne fa un dispositivo teatrale contemporaneo capace di interrogare, oggi come quando fu creata, il nodo irrisolto tra legge e coscienza, tra ragione politica e principio etico. «Antigone è nel destino del Teatro di ogni tempo. È uno dei modelli archetipici che ci accompagnano a prescindere dalla nostra storia, cultura, religione, visione» spiega Latini, che qui è anche interprete del ruolo della protagonista. «Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci. Una confessione intima e segreta, nella verità vera, scomoda, incapace, parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a tutti noi, perché sappiamo da sempre che quel corpo insepolto siamo noi mentre siamo ancora vivi. Anche per questo, ho distribuito i ruoli in due modalità diverse e complementari. Alcuni personaggi corrispondono a se stessi, altri al proprio riflesso. Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone».
(fonte: comunicato stampa)


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