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La versione di Liv Ferracchiati trasforma il classico di Anton Čechov — scritto nel 1900 e rappresentato per la prima volta al Teatro d'Arte di Mosca il 31 gennaio 1901 con la regia di Stanislavskij — in un’indagine filosofica vibrante e spiazzante che interroga direttamente lo spettatore sul significato del dolore e dell'attesa.
Lo spettacolo abbandona la ricostruzione storica della Russia di inizio Novecento per immergersi in una dimensione atemporale dove il desiderio di Mosca diventa un’utopia astratta e lacerante. Mentre il testo originale si muove su una linea di realismo psicologico dove il dramma scaturisce dal non detto e dalla lenta erosione della speranza, la riscrittura curata da Ferracchiati con Piera Mungiguerra nel ruolo di dramaturg rompe questa staticità per trasformarla in una sorta di esperimento esistenziale dal sapore quasi beckettiano, spesso accompagnato da atmosfere sonore che richiamano il post-punk. Sotto il profilo drammaturgico, i dialoghi perdono la cortesia borghese russa per farsi più serrati e diretti, quasi a voler interrogare la memoria come ultimo appiglio doloroso che tuttavia è destinato a cedere. In questa visione le sorelle Prozorov non sono figure rassegnate di un'epoca lontana, ma esseri umani contemporanei vestiti con costumi che fondono elementi d'epoca e tagli moderni, riflettendo la sospensione temporale dell'opera e la "furiosa voglia di vivere" che persiste nonostante il crollo di ogni garanzia. In questo quadro il personaggio di Andrej Prozorov rappresenta il punto di rottura più evidente tra la promessa del passato e il fallimento del presente. Nel testo originale Andrej è la grande speranza della famiglia che scivola lentamente nella mediocrità impiegatizia, mentre Ferracchiati ne estremizza la parabola trasformando la sua inerzia in una forma di smarrimento identitario che risuona con le fragilità maschili odierne. Se in Čechov il suo declino è segnato da fatti tangibili come i debiti e la perdita della casa, nella versione moderna la sua sconfitta assume una valenza simbolica legata all'incapacità cronica di dare un senso alla propria esistenza al di fuori delle aspettative altrui. Anche la gestione del tempo differisce profondamente poiché, se nell'originale percepiamo il peso degli anni che passano attraverso l'invecchiamento dei personaggi, Ferracchiati sembra sospendere tutto in un presente dilatato dove la neve non è più solo un fenomeno meteorologico, ma una condizione dell'anima che annebbia la vista, supportata da un disegno luci magistrale che vira da tonalità fredde e asettiche a squarci di luce cruda. In questo paesaggio sospeso, la figura di Nataša agisce come un elemento di rottura brutale: se nell'originale è la scalatrice sociale che espropria le sorelle dei loro spazi fisici, nella regia di Ferracchiati diventa la personificazione del pragmatismo più spietato che occupa lo spazio mentale dei protagonisti. La scenografia asseconda questo processo trasformando la casa in un perimetro bianco e astratto che si restringe progressivamente, dove gli oggetti perdono la loro funzione rassicurante per diventare ostacoli fisici e sonori. Le interpretazioni degli attori — tra cui spiccano le prove di Francesco Aricò nel ruolo di Solenyj e di Valentina Bartolo in quello di Masa — caricano i personaggi di una fisicità nervosa, restituendo una sofferenza che non è mai statica ma sempre pulsante di domande. Il finale riflette questa decostruzione: se la celebre chiusura di Čechov è un inno malinconico ma stoico alla resistenza e al lavoro ("bisogna vivere... bisogna lavorare"), Ferracchiati sposta l'accento sul crollo definitivo delle promesse e sull'incertezza radicale. Laddove le tre sorelle originali cercavano una consolazione nel futuro, quelle di Ferracchiati restano inchiodate alla loro domanda iniziale, rendendo la stasi finale non più una rassegnazione ma una sospensione esistenziale carica di interrogativi. In definitiva, se Čechov ci consegna un ritratto malinconico di un mondo che scompare, Ferracchiati ci mette davanti a uno specchio crudele in cui l'inerzia dei protagonisti non è più un limite storico, ma la nostra stessa difficoltà nel trovare nuove fondamenta.
La presente recensione è riferita allo spettacolo del 19 marzo 2026
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Tre sorelle
da Anton Čechov adattamento e regia Liv Ferracchiati dramaturg Piera Mungiguerra consulenza letteraria Margherita Crepax con Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa scene Giuseppe Stellato costumi Gianluca Sbicca luci Pasquale Mari suono Giacomo Agnifili aiuto regia Adele Di Bella
Teatro Stabile Torino
Liv Ferracchiati, artista associato del TST, propone una riscrittura di Tre sorelle che dialoga con la tradizione senza rinunciare a uno sguardo personale. Čechov scrisse l’opera nel 1900, nella Russia attraversata da tensioni sociali e da un diffuso senso di stagnazione: in questo contesto nasce il destino di Olga, Maša e Irina, bloccate in una provincia che soffoca i loro desideri di riscatto e il sogno mai realizzato di tornare a Mosca. Ferracchiati mette in risalto l’attualità del testo, rivelando come l’immobilità e la frustrazione delle protagoniste trovino eco in una sensibilità contemporanea segnata da precarietà e incertezza. Attraverso una regia che scandaglia le contraddizioni interiori, lo spettacolo illumina il bisogno umano di cambiare, di immaginare un altrove, pur sapendo che la vita, spesso, rimane incompiuta.
(fonte: comunicato stampa)

Teatro Carignano
Piazza Carignano, 6, 10123 Torino Tel: 011 5169411
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ORARIO SPETTACOLI:
martedì, giovedì e sabato ore 19.30 mercoledì e venerdì ore 20.45 domenica ore 16:00
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