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L’allestimento si segnala per un equilibrio di singolare compiutezza fra dimensione fiabesca e tensione civile: le scene ideate da Guia Buzzi tratteggiano un ambiente cangiante, sospeso in una liminarità quasi metafisica tra indigenza e prodigio, mentre i costumi di Gianluca Sbicca restituiscono, con tersa finezza lirica, una umanità dolente e tuttavia irriducibile nella propria dignità. Le luci di Manuel Frenda modellano i volumi con sensibilità di ascendenza pittorica, concorrendo alla creazione di un’aura di struggente incanto, ulteriormente esaltata dal ricercato e penetrante visual design di Riccardo Frati. La drammaturgia, scolpita con sottile intelligenza da Lino Guanciale e Corrado Rovida, si distingue per una tessitura verbale di elevata eleganza, entro cui la parola si eleva a veicolo di risonanza etica oltre che narrativa. In tale orizzonte, la direzione di Claudio Longhi governa con salda perizia un affresco corale di notevole respiro, rifuggendo ogni deriva patetica e privilegiando, piuttosto, una tensione dialettica atta a illuminare le aporie del presente. Sul piano interpretativo, il complesso attorale dispiega una sagacia diffusa, traducendosi in un organismo scenico coeso, impetuoso e pulsante. Lino Guanciale emerge con evidenza per il suo rigoroso dominio dei mezzi espressivi, che si traduce in una presenza scenica di magnetica intensità, capace di articolare registri plurimi con ammirevole naturalezza. Daniele Cavone Felicioni e Michele Dell’Utri, lungi dall’aderire a un naturalismo mimetico, imprimono ai rispettivi personaggi una cifra lievemente caricaturale, che, anziché scadere nel bozzettismo, restituisce all’impianto drammaturgico quella necessaria sapidità espressiva, rendendo più incisiva la stratificazione dei toni. Diana Manea e Giulia Trivero contribuiscono con intelligenza e misura a tale equilibrio, offrendo prove percorse da fine consapevolezza stilistica e vivace prontezza scenica. Ne deriva un moto complessivo di natura centripeta, in cui le singole partiture convergono verso un nucleo semantico condiviso, disvelando con chiarezza l’intento rivelatore sotteso alla scrittura degli autori. In tale dinamica, ciascun interprete si fa vettore di un disegno più ampio, concorrendo alla definizione di un tessuto performativo denso e stratificato. Di non minore rilievo si rivela la partecipazione straordinaria della veterana Giulia Lazzarini, autentica custode di una sapienza attorale che si dispiega in ogni inflessione vocale e in ogni pausa governata con magistrale misura: la sua presenza, ben lungi dal configurarsi quale mero omaggio celebrativo, si impone quale fulcro emotivo dell’intera architettura scenica. Il raffronto con l’opera originaria mette in luce una consapevole operazione di traslazione linguistica: laddove il film si avvaleva della forza icastica dell’immagine cinematografica per evocare il prodigio, la versione teatrale predilige una dimensione eminentemente simbolica, affidando alla corporeità degli interpreti e alla potenza evocativa della parola il compito di restituire la medesima tensione utopica. Ne deriva un esito che non solo non tradisce la matrice, ma anzi la rigenera, conferendole una inattesa e vibrante attualità. In esito unitario, la produzione del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa si afferma quale esemplare manifestazione di teatro di imprescindibile urgenza espressiva, capace di interpellare lo spettatore con sovrana eleganza formale e profondità speculativa, senza mai indulgere in facili soluzioni né in compiacenti iterazioni. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 18 marzo 2026 |
Miracolo a Milano
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