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Sto diventando un uomo. Ma per il momento mi presento sul palco come una scambista provocante in minigonna, calze a rete e ciglia finte. Questa è l’immagine che ci accoglie nel delizioso spazio del Caffè Rosso al Teatro Franco Parenti. Tavolini per due tutto intorno alla passerella sopraelevata che arriva fino alle prime file delle poltroncine. Insomma, un’aria da night club. Sara Bertelà torna ad interpretare Helen dopo vent’anni sullo stesso palco, e con la stessa regia di Andrée Ruth Shammah, ripresa da Benedetta Frigerio.
Allora aveva quarant’anni ed era ancora troppo giovane per sapere sulla sua pelle cosa vuol dire entrare nell’età invisibile. Adesso, a sessant’anni, ha già passato tutto il climaterio e sale sul palco avendo già vissuto questo strano processo tutto femminile che ti trasforma “definitivamente” in un essere pensante che ha probabilmente conquistato una inattesa e non discussa libertà. Sto diventando un uomo. I’m turning into a man … Che deliziosa tautologia, sottilmente nascosta nelle pieghe dell’etimo della parola anglosassone man! In origine, il termine per definire un generico (e neutro) essere pensante. Insomma, ha la stessa radice di mente. Sto diventando un “man”, un essere pensante…poi realizzo di esserlo sempre stato! Il titolo inglese è assai più fulminante di quello italiano: H to He. (I’m turning into a man) è solo il sottotitolo. H to He, la massima trasmutazione della materia, da idrogeno a elio, il motore energetico delle stelle, la fusione nucleare, la bomba atomica più devastante ma anche il miraggio ancora non possibile di una energia pulita e sicura. Così da Helen a “lui” diventa anche in qualche modo una immagine di una energia infinita dentro questo corpo e questa mente femmina capace di attraversare mutazioni continue. E mentre la superficie testuale discorre in modo leggero, divertente e volutamente stereotipato intorno all’essere uomo o donna, l’attrice dà inizio ad una progressiva rimozione: rimuove le ciglia finte, la parrucca bionda, le unghie finte, la minigonna da soubrettina, le calze a rete, i tacchi. Rimuove le parole dolci, i gesti controllati, gli argini al desiderio. Rimuove il bisogno di approvazione continua, l’incapacità a stare sola. E dopo aver rimosso tutto ciò cosa resta? Un “man”, un essere pensante, appunto, anch’esso oggetto di amore, ma soggetto ad un diverso osservatore nel mutevole spazio-tempo. Sara Bertelà ci fa attraversare questa trasformazione con una energia infinita e trasferisce tutto ciò conservando l’aria leggera e l’umorismo di Claire Dowie. Operazione non semplice, se si considera che, a differenza dell’autrice e interprete anglosassone, non ha tratti esteriori androgini, fluidi (o queer, se preferite). Vent’anni fa il Parenti fece una operazione straordinaria, in quanto accanto alle serate in italiano interpretate dalla Bertelà si affiancavano le serate in lingua originale interpretate proprio da Claire Dowie. L’opera era stata scritta e rappresentata nel 2005 a Londra. Quindi una operazione di assoluta attualità, all’epoca. È inevitabile domandarsi quanto questa operazione sia ancora attuale. Nella presentazione in sala allo spettacolo, André Ruth Shammah dà per scontato che le tematiche trattate nell’opera siano ormai ben conosciute e interiorizzate. Se da un lato possiamo convenire con lei che oggi certi temi sono sicuramente parte di un discorso quotidiano anche per il pubblico italiano, ciò non vuol dire che siano acquisiti come verità universalmente accettate. I tre temi principali (genere, sessualità e transizione verso la menopausa) sono affrontati nel mondo reale con consapevolezza e capacità di dialogo assolutamente diseguali attraverso età, geografia e culture diverse. Le urgenze sono diverse. Persino il riconoscimento del tema realmente trattato nell’opera è diverso. Sicuramente si parla di genere, e di sessualità. Tuttavia, non si parla di invecchiamento, come semplicisticamente riportato nella presentazione. Una persona di 45 anni (l’età di Hellen/Claire Dowie nel 2005) non è vecchia, uomo o donna che sia, almeno per i criteri occidentali moderni. Quello che Hellen sta sperimentando è l’inizio del climaterio, di quel delicato periodo trasformativo esclusivamente femminile che porta la donna verso la menopausa ben prima che essa possa essere considerata vecchia. Quasi completamente ignorato dalla letteratura, viene trattato spesso come una malattia. Eppure, fa parte della esperienza unica dell’essere donne. Argomento pochissimo discusso anche tra le donne, c’è chi dice che la donna con la menopausa diventa “invisibile”. In effetti conquistare le proprie capacità riproduttive con la maturazione sessuale, e poi perderle con la menopausa, è una trasformazione molto più sconvolgente della metamorfosi di Kafka. Tuttavia, vedere questo cambiamento come anche un cambiamento di genere è qualcosa che fa riflettere. Da sempre la letteratura ha argomentato intorno alla perdita di identità in seguito alla perdita della capacità riproduttiva (non sono più un uomo, non sono più una donna), però in genere l’interesse artistico è intorno alla perdita traumatica o inattesa. La lunga, ma spesso sconvolgente, transizione verso una condizione psico-fisica “stabile” per certi versi più simile a quella maschile (ad esempio: che sollievo poter fare sesso senza rischiare di rimanere incinte!) ha dello straordinario. Eppure, tra tutte le condizioni umane, malgrado riguardi potenzialmente più del 50% della popolazione mondiale, se ne guarda più l’aspetto medico che quello di evoluzione dell’individuo, come se la menopausa fosse una malattia. Mentre il martellamento mediatico propone una serie di modelli di invecchiamento felice (tra cui la salutistica silver revolution), i cambiamenti del climaterio sono tali e tanti che molte donne devono riconciliare la loro femminilità (di genere) con il loro felicemente ma faticosamente acquisito cambiamento biologico e in parte mentale di sesso. E se questo cambiamento riguarda solo gli esseri pensanti dotati di utero e ovaie, a tutti invece è applicabile il messaggio dell’opera circa la potenziale inutilità a definire genere e sessualità in modo binario. Insomma, in questa (squisitamente occidentale) necessità estrema di valorizzare la propria individualità in tutte le sue peculiarità e idiosincrasie, ci troviamo di fronte ad una esplosione di complessità che non tutti sono in grado di abbracciare fino in fondo. Persa ormai ogni velleità riproduttiva nel senso evoluzionistico del termine, siamo sempre meno interessati all’altro in tal senso, e sempre più decisi a gridare “I am what I am” e sperare nell’irragionevole probabilità che ci sia qualcuno su questa terra che sia interessato a noi esattamente per ciò che siamo. O per ciò che siamo diventati. O per chi crediamo di essere. Non era questo a cui alludevano i Van Der Graaf Generator nel 1970 quando uscì H to He who am the only one, ma l’unicità e la solitudine di esseri, unici sopravvissuti, proiettati nello spazio profondo non è molto diversa dalla unicità e solitudine dei nostri giorni. Questa arbitraria citazione di un LP cult del genere progressive è una irresistibile associazione con il titolo originario dell’opera. La colonna sonora della performance è invece formata da alcuni pezzi pop imprescindibili tra cui si riconoscono Simply the best (di Tina Turner), I feel good (James Brown), This Is My Life (di Shirley Bassey), tutti nelle indicazioni originali del testo. Sarebbe stato divertente (e lo suggeriamo in queste righe) attualizzare la musica con (magari) Born this way di Lady Gaga, tra l’altro molto coerente con l’immagine di motociclista-scarafaggio-supereroe che ci viene proposto come immagine finale della trasformazione di Helen. Attualizzare, rivedere e rimettere in discussione i temi principali affrontati in questo spettacolo è, e rimane, importante perché il discorso filosofico, culturale, civile e legislativo sotteso da queste tematiche è lontano dall’essere approdato a dei risultati conclusivi, cioè ad una società armonica in grado di metabolizzare creativamente le differenze individuali. Rimane attuale anche un problema di definizione delle priorità. Tra le mille notizie inquietanti che ogni giorno ci bombardano penso sia sfuggita ai più una piccola notizia dalla Scozia, relativa alla ridefinizione legale del termine “donna” in relazione alla composizione dei consigli di amministrazione. Di per sé una piccola cosa. Era prioritaria? E se sì, perché? Non svelerò qui il mio pensiero politico e filosofico, ma Andrée Ruth Shammah ha pensato ad uno spazio per questo e altri dibattiti sul tema, dopo lo spettacolo. Il primo dopo-spettacolo è stata animata dalla presenza di Jo Squillo, presentata dalla regista Marcela Serli. Per Jo Squillo, attivista e donna d’arte e spettacolo, la priorità #1 è combattere la violenza sulle donne. Tra le tante iniziative un gesto artistico significativo è il Wall of Dolls, inizialmente installato a Milano, che sta espandendosi anche in altre città. Mi sento di condividerla, la sua priorità, insieme alla eleiminazione della differenza di reddito ancora presente tra donne e uomini. Per chi vorrà divertisti in modo intelligente Sto diventando un uomo resta in scena fino al 25 marzo 2026. Se poi qualcuno è interessato al post-spettacolo, ogni sera ci sarà un intervento diverso e interessante. La Shammah ha promesso che al dibattito si può entrare gratis!
Questa recensione si riferisce allo spettacolo del 5 marzo 2026
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STO DIVENTANDO UN UOMO di Claire Dowie
con Sara Bertelà
traduzione di Monica Capuani e Massimiliano Farau da uno spettacolo del 2006 di Andrée Ruth Shammah ripreso da Benedetta Frigerio produzione Teatro Franco Parenti
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd. Per gentile concessione di Claire Dowie

A vent’anni dal debutto italiano, torna in scena – dal 5 al 25 marzo nella sala Café Rouge del Teatro Franco Parenti – un monologo ironico e spiazzante sul corpo e sull’identità, scritto dalla drammaturga britannica Claire Dowie, figura centrale della stand-up theatre e del teatro autobiografico contemporaneo inglese. Sto diventando un uomo è uno dei suoi lavori più celebri: un testo visionario che, ispirandosi liberamente a La metamorfosi di Kafka, mette in scena il conflitto tra corpo, desiderio e aspettative sociali, smascherando con humour e intelligenza le rigidità culturali. La prima versione italiana, diretta nel 2006 da Andrée Ruth Shammah, portò sulla scena – quando il dibattito pubblico era ancora lontano dall’intensità odierna – un testo allora pionieristico. La regia, asciutta e concentrata sull’attrice, trasformava il monologo in un’esposizione radicale: parola, corpo e sguardo diventavano il campo di battaglia di un conflitto insieme intimo e politico. Oggi la ripresa è affidata a Benedetta Frigerio, già collaboratrice dell’allestimento originale, in un gesto di trasmissione che custodisce la memoria dello spettacolo e ne rinnova l’urgenza, mantenendone intatta la forza ironica e provocatoria. Tutto comincia da una mano che non sembra più sua, da un piede che cresce durante la notte, da una voce che si fa cavernosa. Il corpo di Helen si modifica, si sposta, si ridefinisce pezzo dopo pezzo. La metamorfosi è concreta, fisica, imbarazzante. E insieme profondamente simbolica. Lo specchio diventa un nemico, il guardaroba un campo minato, il supermercato un tribunale sociale. Il suo modo di muoversi, di parlare, perfino di desiderare si trasforma. Lo sguardo degli altri la precede e la definisce. Tra incontri reali – l’amica Tina, la donna delle pulizie Sharon – e visioni surreali come i misteriosi bevitori di tè che abitano il suo soggiorno, Helen attraversa paura, eccitazione, repulsione, desiderio. È sospesa in una zona intermedia: né pienamente donna né uomo compiuto. Se non sei una donna come desiderano gli altri, allora cosa sei? Se non rientri nelle categorie previste, devi per forza diventare altro? (fonte Comunicato Stampa)

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