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Next to Normal non lascia indifferenti, non si concede alla leggerezza ma chiede di non abbassare lo sguardo, di partecipare, di resistere. In scena fino al 15 marzo, nello spazio raccolto dell’STM Studio dell’Arcimboldi, Next to Normal accoglie gli spettatori senza distanze di sicurezza, li immerge e coinvolge nella scena sin dal primo impatto: si sentono i respiri, si incrociano gli sguardi, si condivide l’attesa e quando la storia comincia non è più possibile tirarsi indietro, ci si sente dentro fino al midollo.
Una famiglia normale, i Goodman. Potrebbero abitare accanto ad ognuno di noi, una casa ordinata, una quotidianità fatta di impegni e piccole abitudini. Un felice tran-tran che all’improvviso si incrina; o era forse già incrinato da anni? Si scopre che Diana convive da tempo con un disturbo mentale dalla diagnosi difficile, che ha radici in un passato inizialmente non svelato. Il figlio Gabe, appena maggiorenne, è oggetto di tutto il suo affetto e attenzioni e la gratifica con la sua fresca e vitale presenza, ma ciò non basta a evitare crisi di follia. Dan, suo marito, tenta di salvare almeno una parvenza di normalità e la incita a cercare sempre una nuova cura alla sua malattia, mentre l’altra figlia, Natalie, si sente invisibile e sola, e trasforma il suo dolore in fragilità e fuga. Una storia che, come tante, è spesso tenute nascoste per un senso di vergogna e di inadeguatezza – o per paura che la debolezza palese possa essere fonte di critica e aggressione da parte degli altri. L’isolamento, lo stigma della malattia mentale è uno dei temi importanti che lo spettacolo mette in scena senza scorciatoie emotive. Un musical anomalo e rivoluzionario in cui si parla di psicofarmaci, di terapie invasive, di elettroshock, dei pensieri che fanno paura. Una storia indispensabile che ci mette di fronte al fatto che la malattia mentale non è mai una questione individuale ma è un’onda che ridefinisce ogni equilibrio e che spezza le reni a chi ci deve convivere. Estremamente significative (e rese benissimo dagli interpreti e dalla regia) le visualizzazioni del disturbo psichico che oggettivizzano allo spettatore il punto di vista interiore di Diana. È soprattutto attraverso queste che lo spettatore può provare empatia vera nei confronti della malata, che può immaginare il dolore e l’orrore che deve affrontare ogni giorno. Una riflessione specifica merita il ruolo degli psichiatri e degli psicologi: fra tutti quelli più in difficoltà a erogare facili ricette di salute, ad appoggiarsi a protocolli sicuri e a garantire risultati. A volte sembra che sbaglino tutto e ci sono momenti in cui sembrano i cattivi della storia. Ma alcuni indizi nel racconto ci impongono di riflettere se questo non sia il nostro punto di vista di fronte al fallimento della cura. In modi più sottili la narrazione ci ricorda che “tutti mentono”, e questo certo non aiuta la diagnosi. E poi nemmeno il Dr. House salva sempre il paziente. A volte lo uccide. Interessante la regia di Costanza Filaroni che per accentuare l’interiorità espressionista ha alternato momenti di parossistico dialogo a dinamiche rarefatte, dove i movimenti sono spesso rallentati, necessari e sempre finalizzati all’azione narrativa, pur mantenendo intatto il ritmo emotivo. E intriganti sono anche le scelte della scenografia per evidenziare questa atemporalità e il senso di isolamento: uno spazio candido, quasi asettico, con un tavolo, le sedie e pochi altri oggetti. Tutto sembra in ordine, un ordine che man mano diventa inquietante quando ci si accorge che sul pavimento dominano parole spezzate, segni incomprensibili, come pensieri che non riescono a farsi parola e a comunicare. È uno spazio che non cambia mai davvero, ma cambia continuamente significato: ora è rifugio casalingo, ora trappola, adesso l’ambulatorio di una casa di cura, ora un campo di battaglia… La scelta poi della vicinanza fisica con il pubblico amplifica ogni minimo movimento, ogni sussurro: un tremore della mano diventa un terremoto, un respiro diventa uno tsunami, un’onda che nasce al centro della scena e si riverbera nello spazio teatrale. A sostegno del tutto la fantastica partitura di Tom Kitt e Brian Yorkey: una musica che non è una semplice impalcatura narrativa, non punta sulla facile melodia, ma è materia viva, che descrive e travolge. Le canzoni si susseguono con pochissimo parlato, in un flusso continuo che a tratti sovrasta le voci, quasi a voler restituire il rumore “interno” dei personaggi. Non sempre l’equilibrio sonoro è perfetto, ma l’impatto emotivo resta intatto. Bravissimi gli interpreti. Gaia Carmagnani ci restituisce una Diana magnetica e vulnerabile, capace di passare dalla leggerezza febbrile allo smarrimento più profondo con naturalezza disarmante. Una voce che evoca e allo stesso tempo obbliga all’ascolto, incute interesse, non prevarica mai ma, unita ad una presenza scenica impeccabile, si insinua nell’emozione di chi ascolta. Giuseppe Verzicco dà corpo a un Dan tormentato e credibile nella ricerca di equilibrio per sé e la propria famiglia; cerca di essere argine allo sgretolamento del mondo attorno a lui; fedele ma non per questo infallibile, né immune dalle responsabilità di ciò che è successo. Ma tutto il cast è eccellente e sostiene con compattezza la scrittura musicale. L’ottimo Iacopo Cristiani ci restituisce un figlio Gabe angelico e luciferino, con una forza e una presenza scenica totalmente mature. Convincenti Francesca Taggi, che interpreta una Natalie combattuta tra adolescenza e realtà dei “grandi”, e Jacopo Ferrari che mette in scena il suo romantico e scapestrato Henry; i due danno vita a una storia specchio che ci fa pensare alla possibilità di non reiterare le dinamiche negative del mondo da cui si viene. Ferocemente divertente, infine, la resa dalla recitazione di Francesco Iaia che interpreta in un doppio ruolo i fallibili psichiatri Dr. Madden e Dr. Fine. Uno spettacolo che colpisce il pubblico. Molti giovani e meno giovani attenti, immobili, in un silenzio che vale più di mille parole. Non un silenzio distratto, ma un silenzio partecipe che si sfoga in applausi che spesso e volentieri interrompono la recitazione per sottolineare i momenti più toccanti e che alla fine arrivano come un respiro liberatorio dopo una lunga immersione. Next to Normal non offre consolazioni facili. Non promette guarigioni sciamaniche. Racconta la fatica per rimanere in sella quando tutto attorno il mondo si sgretola e forse è proprio per questo che, uscendo, non ci si sente semplicemente spettatori. Ci si sente un po’ più consapevoli. Un po’ meno soli. Luce sarà.
Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 26 febbraio 2026
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NEXT TO NORMAL
Musica di Tom Kitt Libretto e liriche di Brian Yorke Libretto e liriche italiani di Andrea Ascari Adattamento di Marco Iacomelli Regia Costanza Filaroni Direzione vocale Andrea Ascari Coreografie Ilaria Suss Scene Ludovico Gandellini Costumi Gloria Fabbri Luci K5600 Design Suono Donato Pepe
Diana Gaia Carmagnani Gabe Iacopo Cristiani Henry Jacopo Ferrari Dr. Madden/Dr. Fine Francesco Iaia Natalie Francesca Taggi Dan Giuseppe Verzicco
Prodotto da STM Live e Show Bees, lo spettacolo rappresenta un autentico punto di rottura nel panorama del teatro musicale contemporaneo. Un’opera potente e innovativa che accompagna lo spettatore nei territori più complessi e profondi della mente umana. Dopo l’unanime e appassionato consenso di pubblico e critica per le repliche del 2015/2016, Next to Normal torna finalmente in scena all’STM Studio, con libretto e liriche italiane di Andrea Ascari, adattamento di Marco Iacomelli e regia di Costanza Filaroni. Next to Normal, firmato da Tom Kitt (musiche) e Brian Yorkey (libretto e liriche), nasce nel 1998 come un workshop di dieci minuti dal titolo "Feeling Electric". Dieci anni dopo, il percorso verso Broadway è fulmineo: nel 2009 debutta al Booth Theatre, conquistando pubblico e critica. Forte di 11 nomination, vince 3 Tony Awards™ nel 2009 e nel 2010 ottiene il Premio Pulitzer, diventando l’ottavo musical nella storia a ricevere questo prestigioso riconoscimento. La sua forza dirompente risiede nella capacità di rivoluzionare il linguaggio del teatro musicale, affrontando temi raramente esplorati nel genere, soprattutto nella tradizione italiana. Next to Normal mette in scena una narrazione intensa e contemporanea, che scava nei meandri della psiche e nelle fragilità emotive di una famiglia solo apparentemente “normale”. Al centro della storia ci sono i Goodman, una tipica famiglia americana: i genitori Diana (Gaia Carmagnani) e Dan (Giuseppe Verzicco), i figli adolescenti Gabe (Iacopo Cristiani) e Natalie (Francesca Taggi), il giovane Henry (Jacopo Ferrari) e gli psichiatri Dr. Madden e Dr. Fine (interpretati da Francesco Iaia in un doppio ruolo). Attraverso un sottile equilibrio tra ironia e colpi di scena, emergono con disarmante lucidità temi complessi come il disturbo bipolare, le allucinazioni, l’elettroshock, l’uso di psicofarmaci, il lutto e il suicidio, e il loro impatto devastante sulla vita quotidiana di genitori e figli. Un racconto profondo e necessario sul tentativo, fragile e ostinato, di condurre una vita “quasi normale”, nonostante tutto.
(fonte comunicato stampa)


Teatro ARCIMBOLDI STM Studio
Via Piero Valdirola 1/P01 - 20126 - Milano Tel: 02 86454545
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