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Esistono dei meccanismi vecchi come il mondo. La corruzione è uno di questi: sembra essersi originata insieme al nostro modo di muoverci nella società, tanto difficile da abbandonare quanto da riconoscere. Non è affatto banale, infatti, chiedersi cos’è la corruzione e come agisce, questa ferita mai rimarginata del nostro Bel Paese. Manuela Mandracchia, che nello spettacolo è una dirigente medico, si adopera per risalire al momento esatto in cui anche lei ha scelto il compromesso. Mentre lei si domanda dove si trova il punto zero di questa sua decisione, la figlia, Federica Ombrato, subisce il fascino della rapidità e della connivenza. Lucia Franchi e Luca Ricci imbastiscono nel dettaglio uno spaccato che risulta tanto reale da essere scomodo per chi guarda, perché non lascia spazio alla duttilità di pensiero decantata in quest’opera. Davanti ai nostri occhi ha preso vita una scena che chiunque conosce, direttamente o indirettamente, e nei panni a volte della dirigente, a volte della figlia-artista e altre volte, raramente, del sindaco – Giorgio Colangeli – che muove i destini del popolino tenendo bene a mente i propri interessi personali. Come regia vuole, uscire da questa sala significa portare con sé interrogativi pesanti: sul grande impatto che hanno delle decisioni prese davanti ad un vassoio di biscotti da thè, ma soprattutto sul valore del compromesso. La linea di pensiero che precede quella decisionale segue una logica quasi aristotelica, spaventosamente brutale nella sua semplicità e convenienza dei discorsi. Ciò che viene sottolineato è che tutti devono sopravvivere, dunque la cosiddetta "flessibilità" è giustificata e addirittura necessaria in un sistema democratico come il nostro. La lontananza del governo dalle problematiche provinciali rende possibile questa subdola corruzione che indisturbata procede in tutte le insenature della vita sociale."Il fine giustifica i mezzi" non ha mai trovato migliore ostentazione rappresentativa.
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Le volpi
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