
Milena Vukotic porta in scena uno spettacolo sulla figura di Émilie du Châtelet, nobildonna e scienziata che nel pieno del Secolo dei Lumi riuscì nell'impresa quasi impossibile di essere riconosciuta tra i massimi esperti di fisica d'Europa.
La narrazione ripercorre con passione i traguardi della sua straordinaria biografia: figlia del Barone di Breteuil, Émilie ricevette un'educazione atipica studiando latino, astronomia e geometria, materie che la portarono a diventare l'unica traduttrice francese dei Principia di Newton. Il testo celebra il suo leggendario sodalizio sentimentale e intellettuale con Voltaire nel castello di Cirey, trasformato in un centro di ricerca d'avanguardia dove Émilie teorizzò concetti precursori della moderna teoria della relatività. Nel raccontare un personaggio tanto sfaccettato, si è deciso di porre con forza l'accento sulla statura intellettuale e sugli aspetti più anticonformisti della sua personalità, celebrandone la rivendicazione tenace del diritto delle donne alla conoscenza e la libertà sentimentale e sessuale vissuta come atto di indipendenza ed emancipazione. Restano, tuttavia, volutamente in ombra i tratti di Emilie che furono più organici al suo ceto e alla sua epoca: se storicamente la marchesa era anche una figura perfettamente integrata nel suo milieu, attratta dalla vanità dorata delle notti di Versailles e capace di frivolezze che lo stesso Voltaire le rimproverava bonariamente (“una gran dama capace di grandi piccolezze”), la rappresentazione preferisce elevarla a icona di emancipazione, sacrificando la sua componente più mondana per metterne in risalto la solitudine del genio. Sul piano della scrittura e della regia, il lavoro di Francesco Casaretti trova in Maurizio Nichetti un orchestratore capace di trasformare il testo in un sofisticato gioco metateatrale. La scelta registica evita la polvere della ricostruzione storica: Milena Vukotic entra in scena rifiutando i pesanti abiti settecenteschi e dialogando con la voce fuori campo del regista, quasi a voler spogliare il personaggio dalle sovrastrutture del passato. L’interpretazione della Vukotic, che nella rappresentazione odierna è stata purtroppo vistosamente limitata da uno sfortunato calo di voce, resta il pilastro dell’intera opera; la sua recitazione, confidenziale e sempre ironica, restituisce la perdurante attualità del personaggio storico. Questa "Milena-Émilie" non è una figura distante, ma una coscienza vibrante che parla direttamente al presente, incarnando la lotta per il riconoscimento del talento femminile in un mondo costruito da e per gli uomini. Gli aspetti tecnici dello spettacolo riflettono questa ricerca di essenzialità, puntando su un'estetica scarna che non sovrasta mai la parola. La scenografia è ridotta all'osso, uno spazio quasi astratto dove pochi elementi simbolici bastano a evocare sia l'intimità di un laboratorio scientifico che il rigore di uno studio filosofico. I costumi, o meglio il loro parziale rifiuto iniziale, diventano parte integrante del messaggio: la scelta di abiti più sobri rispetto allo sfarzo rococò serve a distaccare la protagonista dalla sua classe sociale d'appartenenza, sottolineando la sua eccezionalità intellettuale. Un appunto deve essere fatto alle luci di Umberto Fiore, spesso erratiche e mai davvero in grado di sottolineare con incisività lo svolgersi del dialogo, mentre il comparto sonoro risulta sobrio e quasi scarno. Resta un ritratto intimo e un po’ idealizzato di un personaggio sfaccettato e a tratti contraddittorio, che forse avrebbe tratto maggior forza dall’essere mostrato in tutta la sua complessità.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 19 febbraio 2026
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Milena ovvero Émilie du Châtelet
di Francesco Casaretti
regia Maurizio Nichetti con Milena Vukotic suono Giorgio Vitaleri costumi Fiorenzo Niccoli luci Umberto Fiore assistente alla regia Martina Glenda assistente di produzione Orazio Schifone organizzazione Aurora Spada
Ge.A Off/Off Theatre
Milena Vukotic porta in scena la storia di Émilie du Châtelet, mente straordinaria del Settecento, scienziata, filosofa e compagna di Voltaire, con cui condivise passione e pensiero. Ironica, acuta, libera, anticipò intuizioni che apriranno la strada alla scienza moderna. Un monologo, non privo di sorprese e colpi di scena, che racconta la vita di Émilie che, con il suo intelletto, è stata tra le menti più brillanti del XVIII secolo. Nata e vissuta all’interno di un ceto sociale privilegiato, grazie agli incarichi che suo padre aveva alla corte del Re Sole, Luigi XIV, sin dalla tenera età sviluppò interessi linguistici e scientifici, all’epoca privilegio solo degli uomini. Con la regia di Maurizio Nichetti, la Vukotic incanta il pubblico in un monologo raffinato e sorprendente. Sul palco, regale e lieve, incarna il genio femminile. «Non dobbiamo lasciare che la ragione distrugga i nostri sogni», sussurra Émilie. E ci invita a crederci. (fonte: comunicato stampa)

Teatro Gobetti
Via Rossini, 12 10124 Torino Tel: 011 516 9411
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