Alice non canta De André
Milano, Teatro Gerolamo, dal 7 all'8 febbraio 2026

Scanzonato, nella sola patina esteriore, e al contempo intimo riconoscimento dell’inesauribile ingegno lirico e musicale del compianto Fabrizio De André — figura totemica e ineguagliata della canzone d’autore italiana — Alice non canta De André’ si presenta quale tributo atipico, che inizialmente si lascia intendere come esercizio d’ironia riflessiva, quasi cortocircuito sociale, ma che, nel suo lento disvelarsi, esplicita la natura di un devoto atto d’amore, lucidamente elaborato, da parte di una giovane erede, gravata da un’investitura simbolica di straordinario rilievo. Questa responsabilità — collettiva e personale — è avvertita con pienezza emotiva, e pur talvolta fardellata da fatica, appare legittima e autentica nella donna che la porta non solo per diritto di nascita ma anche per profondità di sentimento.
Il racconto scenico si nutre di aneddoti radicati nella biografia stessa della protagonista, dalla sua stessa nascita in Sardegna, terra eletta del nonno — luogo di residenza e fonte d’ispirazione costante —, ai ricordi dei racconti del papà Cristiano, alle notti passate a osservare le stelle in Gallura, dove la memoria di Faber si proietta negli occhi di chi lo ha amato pur non avendolo mai incontrato. A tessere il filo emotivo tra evocazione e parola è il violoncello di Giulia Monti, che accompagna e amplifica ogni frammento di memoria con un contrappunto sonoro vibrante, simile ad una voce interiore che dà corpo ai silenzi. In questo paesaggio emotivo e geografico si inserisce persino l’episodio leggendario con Francesco De Gregori, che durante un soggiorno sardo volto alla unanime ricerca di un sodalizio artistico con Fabrizio, compose, senza mai rivelarlo al cantautore genovese, l’intero album Rimmel— uno di quegli eccentrici frangenti appartenenti alla mitologia pop italiana che qui diventa sfondo pulsante di una narrazione profondamente affettiva e distintiva.
La regia della pièce si incardina su ricordi olfattivi e somatici: l’odore evocato dietro il collo, lo stesso sentore che ella associa al nonno; il segno peculiare dell’arco del sopracciglio sinistro, che si apre nello stesso modo su due volti distanti nel tempo ma vicini nella memoria corporea. Su questi dettagli, costellati di delicatezza e vulnerabilità, si fonda la lettura scenica: un artista — Fabrizio De André — di estrema umanità, potente e fragile, segnato dagli eccessi del fumo e dell’alcol, ma incredibilmente terreno e vero, certamente non angelico ma intensamente vivo.
Alice non canta, decanta. Non si limita a riproporre, ma rielabora, filtra, trasfigura. Con affettuosa ironia irride sé stessa e quanti, incontrandola, si attendono il calco fedele di un autore inimitabile. Lungi dal replicare, disinnesca l’aspettativa, abbracciando il paradosso con intelligenza scenica. L’ironia diventa scudo e bandiera, la salva dal peso schiacciante dell’eredità artistica del suo prodigioso avo e le consente di abitare la scena con autenticità. Alice non canta De André perché ha trovato — e continua a trovare — un lessico proprio, lasciando germogliare ciò che natura e ambiente le hanno trasmesso: un talento che si afferma non per somiglianza, ma per autonoma necessità espressiva.
Non si tratta di nostalgia fine a se stessa, né di canonizzazione statica. Al contrario, lo spettacolo sottolinea le assonanze e le divergenze tra l’eredità di Faber e l’esperienza di Alice: la prima, opera di un artista dalla statura eccezionale, così raro da sfiorare l’unicità epocale; la seconda, cammino autonomo e non replicabile, che rivela l’identità distinta di chi affronta una figura monumentale senza esserne sopraffatto. In questo senso, la rappresentazione non glorifica un passato idealizzato, ma ne esplora la risonanza nel presente. Ogni frase, ogni gesto scenico diventa specchio della condizione umana e del modo in cui la musica di De André’ parla ancora, con sorprendente immediatezza, a chiunque abbia amato, perso, cercato e, infine, compreso se stesso attraverso le canzoni di qualcuno che ha saputo rendere universale il personale.



La presente recensione si riferisce alla rappresentazione dell'8 febbraio 2026


Alice non canta De André


di
Alice De André' e Alessio Tagliento 
al violoncello Giulia Monti

regia Alice De Andrè
TALIA produzione


Alice De André' è già stata applaudita al teatro Gerolamo come regista e drammaturga con la compagnia dei ragazzi Asperger della Scuola Futuro Lavoro, mostrando le sue ottime capacità, ora si presenta invece sul palco, in prima nazionale, con uno spettacolo tutto suo.

Alice entra in scena con un cognome che non si può sussurrare. Di quelli che arrivano prima di te, che sollevano aspettative, che creano equivoci. Tutti si aspettano quel qualcosa. Ma Alice no. Alice non canta De Andrè.
Non per ribellione, né per distanza. É che la voce di Alice non imita, racconta. Non si alza per fare il verso: si abbassa per farsi ascoltare.
C’è un violoncello sul palco. C’è una storia – anzi, tante. Un nonno mai conosciuto, canzoni che hanno segnato i passi, profumi di Sardegna, ricordi rubati, domande senza risposta, momenti buffi, teneri, spiazzanti. E poi c’è lei, Alice, che prova – con grazia e un’ironia disarmata – a diventare sé stessa. Con un cognome pesante sulle spalle e una leggerezza tutta sua nei piedi. Non è uno spettacolo su De Andrè. É uno spettacolo dopo De Andrè. É un omaggio rovesciato. Un modo per dire: “Sì, mi chiamo così. Ma adesso, ascolta il resto” (fonte: comunicato stampa).



Teatro Gerolamo

Piazza Cesare Beccaria n° 8,
20122 Milano
Tel: 02/45388221

Email:  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti legati alla presenza dei “social plugin”. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie .

Accetto i cookie da questo sito.