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Il racconto scenico si nutre di aneddoti radicati nella biografia stessa della protagonista, dalla sua stessa nascita in Sardegna, terra eletta del nonno — luogo di residenza e fonte d’ispirazione costante —, ai ricordi dei racconti del papà Cristiano, alle notti passate a osservare le stelle in Gallura, dove la memoria di Faber si proietta negli occhi di chi lo ha amato pur non avendolo mai incontrato. A tessere il filo emotivo tra evocazione e parola è il violoncello di Giulia Monti, che accompagna e amplifica ogni frammento di memoria con un contrappunto sonoro vibrante, simile ad una voce interiore che dà corpo ai silenzi. In questo paesaggio emotivo e geografico si inserisce persino l’episodio leggendario con Francesco De Gregori, che durante un soggiorno sardo volto alla unanime ricerca di un sodalizio artistico con Fabrizio, compose, senza mai rivelarlo al cantautore genovese, l’intero album Rimmel— uno di quegli eccentrici frangenti appartenenti alla mitologia pop italiana che qui diventa sfondo pulsante di una narrazione profondamente affettiva e distintiva. La regia della pièce si incardina su ricordi olfattivi e somatici: l’odore evocato dietro il collo, lo stesso sentore che ella associa al nonno; il segno peculiare dell’arco del sopracciglio sinistro, che si apre nello stesso modo su due volti distanti nel tempo ma vicini nella memoria corporea. Su questi dettagli, costellati di delicatezza e vulnerabilità, si fonda la lettura scenica: un artista — Fabrizio De André — di estrema umanità, potente e fragile, segnato dagli eccessi del fumo e dell’alcol, ma incredibilmente terreno e vero, certamente non angelico ma intensamente vivo. Alice non canta, decanta. Non si limita a riproporre, ma rielabora, filtra, trasfigura. Con affettuosa ironia irride sé stessa e quanti, incontrandola, si attendono il calco fedele di un autore inimitabile. Lungi dal replicare, disinnesca l’aspettativa, abbracciando il paradosso con intelligenza scenica. L’ironia diventa scudo e bandiera, la salva dal peso schiacciante dell’eredità artistica del suo prodigioso avo e le consente di abitare la scena con autenticità. Alice non canta De André perché ha trovato — e continua a trovare — un lessico proprio, lasciando germogliare ciò che natura e ambiente le hanno trasmesso: un talento che si afferma non per somiglianza, ma per autonoma necessità espressiva. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa, né di canonizzazione statica. Al contrario, lo spettacolo sottolinea le assonanze e le divergenze tra l’eredità di Faber e l’esperienza di Alice: la prima, opera di un artista dalla statura eccezionale, così raro da sfiorare l’unicità epocale; la seconda, cammino autonomo e non replicabile, che rivela l’identità distinta di chi affronta una figura monumentale senza esserne sopraffatto. In questo senso, la rappresentazione non glorifica un passato idealizzato, ma ne esplora la risonanza nel presente. Ogni frase, ogni gesto scenico diventa specchio della condizione umana e del modo in cui la musica di De André’ parla ancora, con sorprendente immediatezza, a chiunque abbia amato, perso, cercato e, infine, compreso se stesso attraverso le canzoni di qualcuno che ha saputo rendere universale il personale. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione dell'8 febbraio 2026 |
Alice non canta De André
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