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F*CK elude le etichette convenzionali e si afferma come una narrazione anomala, la cui struttura drammaturgica richiama un circuito nervoso iperattivo, un organismo in costante sovraccarico emotivo che pulsa, spezza, riassembla — e urla. Nel terzo e ultimo capitolo della sua "Modern Musical Trilogy", Gipo Gurrado non si limita a raccontare una storia: traduce in forma scenica il riverbero di una società alienata e sintonicamente distonica, dove la dissonanza non è errore ma principio costitutivo dell’esperienza. Libretto, testi, musiche e regia convergono in un ingranaggio rappresentativo che non rispetta coerenze mimetiche, ma volge piuttosto alla demolizione delle medesime, per evidenziarne l’artificialità, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la frammentazione della percezione collettiva.
L' ossatura teatrale è un flusso di soste e ripartenze — pause che non sono respiro ma sospensione isterica, accelerazioni che non conducono mai a una risoluzione. Questo schema, intrecciato da Maja Delak nelle sue coreografie e movimenti scenici, non scorre lineare ma erutta: i performers — Andrea Lietti, Giovanni Longhin, Ilaria Longo, Nicola Lorusso, Roberto Marinelli, Paola Tintinelli, Marco Rizzo, Elena Scalet — incarnano archetipi urbani consumati da una ciclicità di bisogni immediati, di desideri contraddittori e di impulsi incongrui. Nel loro lavoro corporeo c’è la macchina sociale messa a nudo, fatta di passi che si accavallano come messaggi incomprensibili, danze che sembrano slogan ma restano rumore bianco di significati sfuggenti. Con sarcasmo calibrato, la pièce dipinge uno scambio rumoroso e ferrigno, declinato di indicazioni vacue — una voce di speaker esterno, ipnotica e ingannevole — che sembra dirigere e al contempo sabotare ogni gesto sul palco. La sua presenza non è guida ma interferenza strutturale: come gli algoritmi digitali che promettono ordine e generano caos, questa eco autoritativa viene percepita e rigettata, accolta e tradita, perché la sua funzione non è rassicurare ma destabilizzare. La partitura sonora e vocale concorre a questa estetica dell’instabilità percepita. Il suono ideato da Stefano Giungato (Indiehub Studio) non accompagna ma trafigge lo spazio e lo riempie di scarti timbrici, di frequenze che sembrano segnalare connessioni ma si rivelano fasci di interferenza. Qui la musica non armonizza; essa è campo di battaglia in cui l’armonia è sospettata, trapassata, riformulata in contraddizione con se stessa. Le scene e i costumi di Marina Conti partecipano a questa estetica di disorientamento nella quale non si sospetta mai un ambiente stabile, una cifra visiva riconoscibile o un’ambientazione rassicurante. Tutti i piani — spaziale, cromatico, tessile — sembrano progettati per scombussolare ogni referenza abituale. L’apparato vestimentario risulta come discontinuità stilistica, somiglianza imperfetta di caratteri sociali speculari, ma disturbati da segni non decifrabili; gli oggetti, i piani di luce, le transizioni visive demolite da una trama percettiva che non illustra ma interroga la coscienza. Lo spettacolo non si configura come un prodotto da consumare, bensì come un test diagnostico della societas moderna — un esame introspettivo collettivo che non ambisce alla guarigione, ma alla rivelazione. La sua provocazione non vuole soluzioni facili: evidenzia, invece, l’impasse ontologica di una generazione sbrigliata solo in apparenza, che parla e non si comprende più, che danza e non si appartiene, che ascolta e non sente. La rappresentazione si sottrae all’idea di musical come conforto narrativo. Qui non si cerca catarsi, non si propongono archi consolatori: ogni scena è un interrogativo e ogni nota è una ferita aperta. È musica e gesto, rumore e ritmo, caos e struttura — ma non nel senso tradizionale, piuttosto in una sintassi scissa, densa di contraddizioni, irriducibile alle categorie stabili del divertissement teatrale. È l'arte scenica contemporanea intesa non come evasione, ma come specchio impietoso di un mondo che urla senza voce.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 31 gennaio 2026 |
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FC*K A Modern Musica Love
con Andrea Lietti, Giovanni Longhin, Ilaria Longo, Nicola Lorusso, Roberto Marinelli, Paola Tintinelli, Marco Rizzo, Elena Scalet Libretto, testi, musiche, regia Gipo Gurrado Movimenti scenici, coreografie Maja Delak Scene e costumi Marina Conti assistenti ai costumi Giorgia Piatta, Simona Venkova assistente alla scena Simona Venkova Suono Stefano Giungato (Indiehub Studio) Produzione Elsinor Centro di produzione teatrale Spettacolo realizzato con il sostegno di NEXT - Laboratorio delle Idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo
Il nuovo spettacolo di Gipo Gurrado, terzo capitolo della Modern Trilogy avviata con Supermarket e Family, porta in scena la fragilità profonda e contemporanea delle relazioni umane: quelle che desideriamo, quelle che costruiamo per difenderci, quelle che inevitabilmente ci sfuggono. Con le musiche prodotte negli studi Indiehub di Milano, le scene di Marina Conti e le coreografie di Maja Delak, il palcoscenico si trasforma in una metropolitana, non-luogo per eccellenza e specchio di una quotidianità sospesa. Tra porte che si aprono e si chiudono, si incrociano otto personaggi in cerca di sesso, di un posto nel mondo, di amore – anche se non ne ricordano più con precisione il significato. Tutto prende forma nei pochi minuti d’attesa su una banchina qualunque, abitata da un’umanità distratta e diffidente, chiusa nelle proprie solitudini ma immediatamente riconoscibile nei gesti, nei tic e negli automatismi del vivere quotidiano. Coralità e assoli si alternano in una drammaturgia musicale costruita su canzoni dalle strutture inusuali, mentre una colonna sonora minimale ma pulsante intreccia groove funk ed echi cantautorali che richiamano Ciampi e Testa. In scena, solo tre strumenti – basso, piano elettrico e batteria – e una trama di voci che dà ritmo e respiro emotivo al viaggio (fonte: comunicato stampa).
FUCK* è un musical d’autore ironico e profondamente contemporaneo, lontano dalla tradizione anglosassone alla Grease, che restituisce con lucidità e tenerezza l’imperfezione che ci accomuna: siamo tutti, inevitabilmente, un po’ fucked up.Le coreografie di Maja Delak trasformano il movimento quotidiano in danza, facendo della corsa di un vagone un respiro collettivo, un flusso condiviso che unisce corpi e storie.

Teatro Fontana Via G,A. Boltraffio, 21 20159 Milano Tel: 0269015733 E-mail:
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ORARIO SPETTACOLI:
domenica ore 16:00 martedì, venerdì ore 20:30 sabato ore 19:30
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