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La figura di San Francesco d’Assisi, narrata da Cencio — lo stracciaiolo fratello del volgare umbro ma dipinto di tinte catalane, pittoresco nello stile e profondo nel senso — emerge come esempio paradigmatico di carisma terreno e ascetico insieme. È un eletto che si distacca dallo spazio chiuso della regola per abbracciare la vastità del mondo e delle sue creature: dagli uccelli, di cui si fece amico e fratello, ai lebbrosi e agli ultimi, verso i quali la sua compassione non è concessione sentimentale ma autentico riconoscimento di comune appartenenza. In un tempo in cui la ricchezza ereditata diventava ambizione sociale, la scelta radicale del messaggero del divino di abbracciare la povertà terrena come fonte di libertà assoluta risuona ancora oggi come un monito, un invito a vivere leggeri di possessi e ricchezze, ma profondamente opulenti di relazioni e senso. L'attore non è nuovo a un immaginario musicale e narrativo che attinge tanto alla tradizione cantautorale italiana quanto ai registri più rarefatti del pensiero e della memoria collettiva. La sua musicografia — dai primi brani intrisi di ironia e malinconia fino alle pagine più recenti, in cui domina un senso di straniamento lirico — ha sempre cercato una via di mediazione fra la coscienza individuale e l’urgenza di raccontare le ferite del nostro tempo. In Franciscus, questa tensione si trasfigura attraverso una drammaturgia che alterna parola, canto e silenzio, intrecciata a sonorizzazioni di Tony Canto che fungono da ponte emotivo fra la materia storica e l’esperienza interiore dello spettatore. Particolarmente toccante è il contrappunto fra il frate della natura e Chiara di Assisi, suo contraltare femminile per certi versi. Nell'evocazione del loro dialogo espanso e a volte implicito, affiorano tensioni complementari di forza e tenerezza, di solitudine interiore e capacità di generare comunità. Francesco, come pensatore e come autore di uno dei più alti inni alla relazione fra l’umano e il creato — il Cantico delle Creature — si mostra qui non solo come figura di fede ma come sismografo di relazione esistenziale: la sua parola non sale astratta, ma si diffonde fra pietra, vento, acqua, fratello sole e sorella luna. Il monologhista, che entra e esce dal ruolo del santo con la naturalezza di chi non recita ma diventa, delinea con precisione i contorni di un uomo la cui grandezza risiede nel sacrificio di sé per offrire spazio all’altro. La sua interpretazione si pone fra il canto e la narrazione, tra il registro popolare e quello elevato, rompendo ogni barriera fra platea e scena. Il funambolismo del drammaturgo, intrecciato con l’estetica della scena — dalla scenografia di Giacomo Andrico alla luce di Cesare Agoni, dai costumi di Rossella Zucchi alle sonorizzazioni di canto — disegna una trama che è insieme commovente e fuori dal tempo, un’architettura ascetica costellata di messaggi metafisici universali. Il dramma si svolge in un periodo storico — l’inizio del XIII secolo — segnato da conflitti di potere, da tensioni ecclesiastiche e da un’Europa in rapido mutamento. In questa cornice, la scelta del fondatore dell'Ordine dei Minori appare quasi scandalosa nella sua semplicità sovversiva: rinunciare, per affermare; perdere, per ritrovare. Il rapporto con il prelato e con il papa non è visto come contrasto, bensì come possibilità di conciliazione, di dialogo profondo fra istituzione e carisma. Laddove il Medioevo tendeva a erigere steccati, il mistico umbro li dissolve, scegliendo di abitare il mondo — non fuggirlo. Questa tensione fra universo e trascendenza è restituita con rara lucidità proprio nella scrittura scenica, che non dice tutto ma suggerisce il resto con la forza delle immagini, dei silenzi e delle musiche. Nel mescolare parole, melodie e canti, il drammaturgo non si limita unicamente a raccontare la vita di un patriarca della povertà ma ci chiama a riflettere su noi stessi. Parlare di sé, attraverso l'apostolo della semplicità, nella lotta contro il consumismo, le guerre, la distruzione del pianeta e l’odio, è una scelta che si rivela azzeccata e vincente tout court. Il poverello d'Assisi, il personaggio, la sua eredità morale e spirituale, possiedono una caratura universale e commovente che travalica le epoche e le appartenenze. La scelta del cantautore romano di novellare questo ideale — intercalando con maestria brani e chitarra — rende la proposta ancora più immediata, sentita e attuale. In definitiva, Franciscus è uno spettacolo che non si limita a intrattenere ma eleva la riflessione. Si tratta di un invito a riconoscere nella realtà — nei suoi elementi più umili e più vasti — non soltanto uno sfondo, ma la materia stessa dello spirito che cerca, che ama e che perdona. Eccellente! |
Franciscus
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