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Le scene e i costumi di Roberta Guidi di Bagno amplificano il registro onirico dell’allestimento, tratteggiando con gusto pittorico un universo sospeso fra il candore dell’infanzia e il perturbante della trasformazione. Ogni elemento visivo risponde a un’esigenza narrativa e simbolica, rivelando un’estetica pensata non come semplice ornamento ma come dispositivo drammaturgico integrato. La coreografia, nel rispetto della grammatica accademica, esige dagli interpreti una padronanza tecnica assoluta: il rand pas de deux del secondo atto, vero banco di prova per i solisti, richiede fluidità esecutiva, fermezza negli arabesques penchés, controllo nei piqués e nei fouettés, senza mai tradire la qualità espressiva del gesto. I valzer — fra tutti, il Valzer dei Fiori — esigono rigore corale, simmetrie impeccabili e padronanza dei port de bras in sintonia con la scrittura orchestrale. Non meno impervie risultano le danze di carattere, ciascuna con un proprio vocabolario specifico: la danza spagnola esige una vibrante accentuazione ritmica, quella araba una qualità plastica e sinuosa del movimento, la cinese leggerezza e velocità, la russa potenza e slancio. Ogni passo è un frammento di un mosaico più ampio, in cui tecnica e teatralità devono convivere in perfetto equilibrio. La partitura sinfonica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, di un’intelligenza compositiva vertiginosa, sostiene la drammaturgia con slanci melodici di inconfondibile cifra romantica e una raffinata scrittura timbrica. I temi ricorrenti — trasfigurati da variazioni orchestrali e cambi metrici — fungono da vera e propria spina dorsale dell’azione danzata, offrendo ai corpi in movimento uno spazio sonoro stratificato, che richiede precisione ritmica, consapevolezza dinamica e musicalità assoluta. L’arte della melodia čajkovskiana, intrisa di grazia e malinconia, trova piena espressione nei momenti corali quanto nei soli virtuosistici, conducendo l’ascoltatore lungo un sentiero emotivo sospeso tra fiaba e catarsi. Il valore aggiunto della produzione risiede nella presenza della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, fucina prestigiosa che ha formato generazioni di danzatori destinati alle più importanti compagnie del mondo. La sua storica vocazione all’eccellenza, ribadita con coerenza dal direttore Frédéric Olivieri, si riverbera nella disciplina, nella precisione e nell’energia espressiva dei giovani interpreti. Questi ultimi, pur animati da un’emozione palpabile, dominano la scena con grazia, rigore e sorprendente maturità artistica. Il loro incedere — vibrante ma mai incerto — trasfonde il senso profondo del balletto stesso come arte totale, dove corpo, musica e scena si fondono in una sintesi raffinata e viva. In questa edizione, Lo Schiaccianoci non è unicamente un sofisticato rituale celebrativo crismale ma atto d’amore nei confronti della danza classica, della sua pedagogia e del suo eterno rinnovarsi attraverso le generazioni ed i secoli. La presente recensione di riferisce alla rappresentazione del 18 dicembre 2025 |
Lo schiaccianoci
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