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Nel tempo sospeso della mezz’ora che precede il debutto in scena ne Il Temporale di Strindberg, si dischiude, per il protagonista — un Umberto Orsini magnetico e rarefatto — un interludio dell’anima: un ritorno intimo e stratificato ai fantasmi della propria esistenza.
La realtà del teatro che si anima al di là del camerino — voci sommesse, passi, brusii, luci che si accendono — si fa colonna sonora emotiva e detonatore di memorie, che scivolano con eleganza da una languida reminiscenza a un affondo sentimentale, come in un raffinato flashback romantico. L’attore, e l’uomo, si riappropria del passato: lo rilegge, lo sfiora, accarezzandolo con tenerezza e distacco, in un fluire di immagini che compongono un tridimensionale mosaico esistenziale. Dal primo esodo dalla periferia novarese verso la Roma mitica — sconosciuta e promessa insieme — all’incontro folgorante in treno con Orson Welles, presagio di un destino illuminato, fino all’eco lontana dell’approdo in Via Salaria, alla ricerca di una locanda e di un volto, quello di Visconti. Amori reali e ideali, sodalizi densi di arte e vita, attraversano la scena della memoria con la leggerezza struggente delle figure evocate: illustri colleghi e compagni di viaggio, in gran parte ormai consegnati al tempo. Accanto al protagonista, le figure sceniche di Flavio Francucci e Diamara Ferrero agiscono come presenze discrete ma necessarie, orchestrando con precisione gesti e controcanti visivi che infondono e alterano volutamente ritmo e spessore al dettato narrativo. Sono loro i custodi silenziosi di un universo teatrale che si fa coro muto, riflesso, talvolta ombra, della grande voce evocante del mastodontico artista. Orsini, gigante della scena, attraversa questo racconto con un registro comunicativo esemplare: l’incedere è sicuro, sobrio, disincantato, eppure traboccante di afflato per il mestiere, di dedizione lucida e vibrante per quella forma d’arte che è insieme finzione e verità. Prima del Temporale si presenta così come un raffinato esercizio di scavo emotivo, dove la soglia tra vita e teatro si fa porosa, e il palcoscenico si rivela, ancora una volta, specchio dell’anima.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 16 dicembre 2025 |
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Prima del temporale
da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio con Umberto Orsini e con Flavio Francucci e Diamara Ferrero regia Massimo Popolizio scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi costumi Gianluca Sbicca video Lorenzo Letizia luci Carlo Pediani suono Alessandro Saviozzi assistente alla regia Mario Scandale produzione Compagnia Orsini
Con un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni, un vecchio attore – nella mezz’ora che lo separa dall’entrata in scena per recitare da protagonista nel Temporale di Strindberg – si trova a rivivere, in un tempo senza fine, alcuni momenti della propria vita. La colonna sonora della realtà di un teatro che si sta animando all’esterno del suo camerino diventa il pretesto e l’invito, a volte spensierato e a volte commosso, a incontrare e addirittura a dialogare con i fantasmi del proprio passato: dove un suono ne evoca un altro, una risata riporta a un momento di gioia, un lungo silenzio a una perdita lontana nel tempo. Massimo Popolizio ha voluto aggirarsi attorno alla figura dell’attore con la delicatezza con cui si tenta di svelare dei segreti che vogliono comunque restare misteriosi. In una scenografia di forte impatto evocativo – dove il suono e le immagini creano un dialogo immaginario con il protagonista – si assiste al lungo viaggio verso quel Temporale vissuto come un’ultima meta non ancora raggiunta, ma appena rimandata. Umberto Orsini si lascia guidare da Popolizio con la fiducia dell’anziano maestro che affida alla discrezione del più giovane il compito di raccontare i frammenti della sua vita, ma anche la storia del nostro Paese dal dopoguerra a oggi (fonte: comunicato stampa).


Piccolo Teatro Grassi
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