Ferdinando- Roma, Teatro Marconi, dal 28 al 30 novembre 2025

La prima del 28 novembre al Teatro Marconi porta in scena un Ferdinando di Annibale Ruccello denso, oscuro e magnetico, diretto con mano sicura da Felice Della Corte.

La scena si apre nella stanza immobile e sontuosa di una villa nobiliare decadente, dominata dal broccato rosso del letto di Donna Clotilde Castaldo De Lucanegro, simbolo di una ricchezza ormai sfatta, di un potere svuotato e di un mondo che rifiuta di estinguersi.
Clotilde incarna una famiglia borbonica arroccata nel rifiuto dell’Italia unita, ostile alla lingua italiana e a ogni traccia sabauda, un’aristocrazia che si aggrappa al proprio passato come a un’armatura consunta.
In questo universo stantio e resistenziale, l’uso del napoletano è uno dei tratti più affascinanti della messinscena: sia Clotilde sia Gesualda recitano in un dialetto limpido, preciso, perfettamente comprensibile, mai folcloristico, che diventa strumento identitario e politico, lingua di difesa e insieme di disfacimento.
La scena, essenziale e ferma, pulsa di un’energia sotterranea che si sprigiona nei dettagli: il rosario di Gesualda, le invettive borboniche, le convenzioni religiose, i segreti chiusi nei cassetti e nelle viscere del tempo. L’arrivo del giovane Ferdinando — figura angelica, seduttiva, colta e ambigua — irrompe come un vento nuovo in questo microcosmo che non vuole cambiare.
Il suo volto puro, la sua grazia studiata, il suo modo di oscillare tra innocenza e provocazione innescano una lenta ma inesorabile decomposizione emotiva.
Non è importante chi sia davvero, ma ciò che rappresenta: l’ingresso del desiderio, della modernità, dell’inganno, del movimento in un ambiente che si alimenta di immobilità. Attorno a lui tutto si incrina: la gelosia di Gesualda, la devozione di don Catellino, la fame d’amore e di potere di Clotilde.
Ruccello costruisce così un universo in cui i personaggi non sono semplici vittime o carnefici, ma nodi di una stessa rete corrotta. Nel suo mondo non ci sono innocenti: ciascuno porta con sé colpe, mancanze, cedimenti morali che impediscono ogni possibilità di rivendicare giustizia.
È proprio questa mancanza di innocenza collettiva a rendere possibile l’ascesa dell’intruso. Filiberto (Ferdinando) — quando la sua maschera si rivela — “vince” non perché sia più forte o più astuto, ma perché gli altri non hanno la purezza necessaria per opporsi.
In questa commedia nera non esistono eroi né antieroi: esistono solo esseri umani che si riflettono uno nell’altro, ciascuno segnato da un proprio peccato, ciascuno parte di un crollo inevitabile.
La regia di Della Corte valorizza questa dimensione di sospensione e rovina con una scelta scenica rigorosa: l’immobilità non è staticità, ma tensione; la casa non cambia, ma si consuma; il broccato rosso resta al centro come un altare laico su cui si celebra la liturgia del desiderio e della fine.
L’uso calibrato della lingua, la musicalità delle battute e la gestualità accentuata dei movimenti producono un’esperienza teatrale che non consola e non assolve.
Ferdinando diventa così un dramma sulla resistenza al cambiamento, sulla lingua come trincea, sulla genealogia come condanna, sulle passioni che, quando non possono evolvere, si trasformano in veleno.
Il risultato è uno spettacolo che avvince e inquieta, che affascina e destabilizza, che mostra senza spiegare e svela senza giudicare. Una messa in scena che restituisce tutta la forza del teatro di Ruccello: un teatro che non rappresenta, ma smaschera; non accarezza, ma incide. Un teatro dove la fine non è un evento, ma una condizione. E dove, al termine di tutto, resta solo la voce di Clotilde che, come un epitaffio, sancisce la verità più amara: «Nun se chiamava manco Ferdinando…».
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Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 28 novembre 2025.

FERDINANDO
Di Annibale Ruccello
Regia Felice Della Corte
Compagnia Mania Teatro

Con Roberto D'Alessandro,
Stefania Graniero,
Marika De Chiara,
Andrea Garofoli
"Fuori abbonamento"

"Ferdinando" è diventato un classico del teatro italiano. Il testo affronta temi come l'ipocrisia, la seduzione, la decadenza della nobiltà e la lotta per la sopravvivenza. Si svolge tra l'estate e l'autunno del 1861, all'indomani della caduta del Regno delle Due Sicilie. Annibale Ruccello dichiara: «Ovviamente, non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico: accanto a questa lettura più palese e manifesta, prende corpo l’analisi e il tentativo di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida» Tutto condito dall'ironia che attraversa tutto lo spettacolo.
(Fonte: comunicato stampa)

Teatro Marconi
Viale G. Marconi 698E
Roma


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